Metaponto: la quiete dopo la tempesta.

meta6Sempre più spesso gli eventi alluvionali e la cattiva gestione del territorio porta conseguenze disastrose non solo per il territorio, le attività produttive ma anche per l’intera comunità. A oltre cinque mesi dagli eventi alluvionali di Ottobre scorso un intero parco archeologico a Metaponto, in provincia di Matera, prosciugato dall’immensa distesa d’acqua, continua ad essere coperto dal fango. A rischio le sue strutture murarie oltre alla perdita di un enorme patrimonio storico e culturale.

Decine gli uomini impegnati per salvare l’antica polis tra i quali l’ingegner Attilio Maurano, alla guida della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata.

Raggiunto telefonicamente in merito alle emergenze archeologiche ed architettoniche del metapontino con il dot. Maurano abbiamo fatto il punto sullo stato dell’arte relativo alla gestione delle risorse che sono state destinate al suo recupero e alla messa in opera dei lavori di ripristino.

Prima però gli abbiamo chiesto un parere circa il verificarsi di questi eventi in maniera copiosa e sempre più ravvicinata.

‘A partire dal 2011, in meno di tre anni, l’intero parco è stato oggetto di ben tre disastri, sintomo, ne è convinto Maurano, ‘che è cambiato qualcosa nello stato dei luoghi. Poi c’è il corso del fiume, fatalmente deviato da una serie di abusi commessi nei due scorsi decenni, che finisce a valle proprio nell’area archeologica, trasformandola in una sorta di vasca di contenimento. Questo è un dato oggettivo su cui riflettere, perchè non possiamo permetterci un’altra emergenza come quella dei mesi scorsi. E’ fondamentale pertanto che il territorio sia messo in sicurezza.”

Nei giorni scorsi, infatti, si è tenuta una riunione generale su invito della Prefettura di Matera tra Autorità di Bacino della Basilicata, Consorzio di Bonifica di Bradano e Metaponto e Direzione Regionale dei Beni Culturali presente, con un delegato nello staff del Centro operativo misto, istituito proprio dalla Prefettura. In questo incontro sono state chieste sicurezze proprio sui lavori di ripristino del territorio a partire dagli argini fortemente compromessi del Bradano.

Ci preoccupano”, ci racconta Maurano , “le conseguenze delle alluvioni in generale, in quanto al di là delle risorse economiche e della fatica fatta in questa ennesima occasione, la necessità è quella di investire in interventi strutturali, perchè non ci si può permettere più che comportamenti normali degli uomini, producano conseguenze così tragiche. Nel 2011 abbiamo speso 250mila euro per il ripristino dei luoghi ed anche in questa occasione, anche se sono già state stanziate, grazie all’intervento dell’ex ministro Massimo Bray i fondi per la calamità (400 mila euro), l’entità del danno a cui far fronte è simile. Occorre oggi, quindi, sul fronte dei rimedi strutturali, fare una ricognizione su tutti i mutamenti del territorio negli ultimi dieci anni, perchè qui ci sono danni ripetuti e questo ci preoccupa. Basti pensare che già solo aprendo le paratie della diga di San Giuliano, come pure avviene in caso di emergenza, con 10 metri cubi di acqua al secondo, gli scavi di Metaponto rischiano di allagarsi. L’area si chiama “Pantano” perchè fisiologicamente alluvionale, ma se a questa naturale predisposizione (con cui i Greci hanno sempre convissuto) si aggiungono altre concause, il distastro è fatto.”

Durante l’evento di Ottobre, continua Maurano, scorso la Direzione regionale ha, in prima emergenza, impegnato 25mila euro per la pulizia dei canali all’interno dell’area archeologica. Sì, perchè,” “occorre ricordare che sotto gli scavi il sito è caratterizzato da una falda freatica naturale. Questo ha permesso al sito di Metaponto, a differenza di altri luoghi nazionali investiti da simili catastrofi, di dotarsi, nel tempo, di pompe idrovore, in grado di svuotare questo naturale accumulo che durante l’estate si alimenta anche di acqua marina (30-40%). Grazie all’opera dei Vigili del fuoco e del Consorzio di bonifica di Bradano e Metaponto, ad Ottobre, con sette idrovore al lavoro in sei giorni, l’area archeologica è stata interamente svuotata. Dopo le pulizie più profonde nell’alveo degli scavi, invasi da circa 100mila metri cubi di acqua e fango, si dovrà verificare l’entità di eventuali danni ai monumenti ancora presenti (ndr visto che molti sono stati già trasferiti nell’area museale dopo l’alluvione del 2011). E’ chiaro che il materiale fangoso asciutto e attaccato alle pareti antiche di millenni, dovrà essere scrostato attraverso una campagna di scavi; servirà personale specializzato, per non disperdere fatalmente ciò che non può più essere recuperato.”

Queste motivazioni hanno indotto la Direzione Regionale a indirizzare parte delle risorse economiche per la solo pulitura degli antichi canali greci preesistenti.

Non sono stati messi ancora in opera lavori di rimozione del fango dalle strutture murarie, ossia, le operazioni di pulizia grossa, attraverso la rimozione della melma che ricopre i monumenti per circa un metro e che rischia di intaccare le malte, utilizzate negli anni scorsi per tenere insieme i muretti e l’area perimetrale dell’Agorà (ndr).

L’intervento di restauro infatti, è un intervento manuale affidato al lavoro dell’uomo che può, anche se realizzato da professionisti, produrre danni sulle strutture in quanto, la rimozione del fango che è meccanica, può portare all’asportazione di materiale lapideo. E’ fondamentale quindi che queste operazioni delicatissime siano effettuate nel momento in cui avremo la sicurezza che il territorio circostante, tenuto conto anche che siamo a Marzo, sia oggetto di interventi strutturali destinati al suo ripristino affinchè non si ripetano nuovamente fenomeni di questa natura e entità.”

Sappiamo infatti, che ogni azione umana o ogni evento naturale contribuisce a lasciare una traccia sul monumento e a seconda che siano effetto di un evento naturale o di un’azione umana, possono comportare accumulo o asporto di materiali rispetto alla situazione preesistente. Mentre la traccia di accumulo costituisce un’unità stratigrafica positiva, la traccia di asporto rappresenta un elemento negativo alla storia del sito. Occorre quindi che i restauri vengano realizzati con estrema parsimonia e in condizioni di sicurezza.

Abbiamo inoltre chiesto al dottor Maurano se ritiene che i fondi ottenuti per calamità destinati dal Ministero siano stati sufficienti.

Maurano ha detto di ritenersi soddisfatto perchè l’ambizione della Direzione Regionale era stata inizialmente solo quella di richiedere le somme anticipate in primo intervento.

Il ministero per i Beni culturali infatti, attraverso l’impegno dell’ex ministro Massimo Bray, ha destinato al metapontino una somma pari a 400mila euro, che si aggiunge ai 250mila destinati dalla Dirigenza regionale per i Beni culturali ed ai 200mila già ripartiti dalla Regione Basilicata. In tutto 850mila euro.

Speriamo di restituire presto il parco archeologico alla comunità se non nella sua totalità, almeno in parte, rendendo la parte ancora non pulita comunque visibile attraverso transenne o sopraelevazioni di ponteggi”

Maurano ci ha anche dato delucidazioni circa il nuovo decreto del Ministero che stanzia la somma di 135 mln di euro a favore del Mezzogiorno ma dalla quale risulta esclusa la Basilicata.

Maurano ci spiega che in questo provvedimento la Basilicata non è stata contemplata perchè non rientrava nella rimodulazione dei fondi europei POIN 2007/2013 fatta da Barca quando era ministro della coesione territoriale.

Quindi si tratta di interventi già previsti dal 2012 e adesso cantierabili. Questo ovviamente non toglie nulla al fatto sia opportuno non abbassare la guardia e stare attenti che nella prossima programmazione dei fondi europei la Basilicata ci sia.”

Ci auguriamo che gli Enti interpellati in sinergia con la Soprintendenza ai Beni Archeologici mantengano fede alle promesse date e che questo porti presto l’intera area archeologica metapontina ad essere nuovamente fruibile.

Foto del Parco archeologico sommerso dal fango:

In Basilicata, tre sono i potenti: il Re, il Papa e chi non ha niente!

“Tre sono i potenti: il Re, il Papa e il pezzente, ovvero chi non ha niente.”

re-nudo

Spesso, questo detto lo senti dire, a conclusione di un fatto, nazionale o locale, politico o sociale, personale o generale, ed esprime la saggezza e l’animo delle persone della Basilicata.

I primi due, il Re e il Papa, sono il simbolo di Potenza di chi è al comando, mentre il terzo, il pezzente, è colui che non possedendo assolutamente nulla, non ha niente da perdere, di conseguenza è altrettanto potente. Spesso, il pezzente rappresenta quelli che riescono, con i loro comportamenti, a contestare, ad andare controcorrente o a non avere paura di trasgredire “le regole imposte” per comodità o per beneficio soltanto di alcuni, proprio perché non possiede nulla.

Il resto del popolo è la massa che, anche se ha studiato, non riesce ad avere una capacità critica o, se la possiede, non ha coraggio di esprimerla, perché non vuole contestare “il potere”, per paura di perdere quello che ha raggiunto (non mi riferisco solo ai beni materiali). Paura che, invece, il pezzente non ha e non potrà mai avere.

“Oggi, in Basilicata non abbiamo niente” – ad affermarlo autorevoli personalità della politica lucana e non un pezzente qualsiasi.

“Allora se non abbiamo niente siamo potenti?”

Secondo me, la strada per raggiungere la vetta è lunga e piena di difficoltà! Non basta non avere niente per essere potente. Anzi, in Basilicata si diventa un potente magnate solo con un’attenta pianificazione, con l’utilizzo razionale delle risorse e tenendo conto delle esigenze dei cittadini. Per diventare potente ci vuole qualcosa. Ma cosa?

“Facile,le trivelle!”

Le trivelle producono soldi. I soldi servono. È una questione di sopravvivenza. Con i soldi della valle riusciremo a mantenere l’intera regione. Con i soldi delle trivelle non ci arricchiremo di certo, ma riusciremo a coprire almeno i mancati trasferimenti dello Stato, uno dei tre potenti.

Questa comunità è stanca di subire e vuole essere lasciata in pace. Con quei soldi potremo pagare gli stipendi di noi tutti e non faremo, quindi, la fine di quel vecchietto che, anni fa, si appropriò in un market di Firenze di una sola scatoletta di tonno, perché aveva fame e che adesso non c’è più.

Si, non c’è più perché è morto.

Quando arrivò la polizia, chiamata dal responsabile del negozio, il cuore del vecchietto si arrestò per un infarto. Il vecchietto era povero, aveva tanta fame ma non pezzente. L’infarto gli fu causato dal dolore di aver perduto la dignità, sua unica ricchezza; un bene raro che i potenti non hanno. La povertà non è né naturale né inevitabile, ma è il risultato di decisioni. La povertà non è solo relativa alla mancanza di risorse, ma soprattutto ai comportamenti e alle scelte di chi detiene il potere.
Ma chi deve compiere le scelte: il Governo degli uomini o il governo delle leggi?
Di fronte alla classica dicotomia tra ‘il governo degli uomini’ e ‘il governo della legge’, intesa come fondamentale distinzione tra i modelli di regime politico, la via intrapresa dalla politica è stata soprattutto quella di cercare la soluzione al problema del miglior regime politico nell’ambito della prima possibilità.
Secondo il “governo dell’uomo”, il problema da risolvere, in questo momento, è la povertà. Non importa se dovrà rimetterci la dignità.
Credo che al fondo di tante riflessioni sulla governance, alle aspettative, alle delusioni, alle mistificazioni, alla retorica, a volte, il giurista legga il dilemma: governo delle leggi e governo degli uomini.

Già, il giurista! Un matematico, uomo di scienza e coscienza, invece semplificherebbe dicendo: “il governo delle leggi sta al governo degli uomini come il manuale di medicina sta al medico.”

In effetti, le istruzioni del manuale sono generiche, ma in assenza dell’esperto occorre affidarsi ad esse, pur essendo consapevoli della loro inadeguatezza.
Se volessimo tentare un difficile e certo discutibile raccordo tra il bene comune (rubo lo slogan agli smacchiatori) e impresa, direi che l’impresa negli ultimi anni ha dato troppo spazio al governo degli uomini, al capo-azienda, alla retorica dell’efficienza manageriale, con un’eclisse del governo della legge, delle norme, delle regole. E ciò in parallelo, ma le mie sono osservazioni grezze, con un mercato (e un’economia) che troppo spesso ha rotto l’equilibrio tra libertà e regole del gioco.
Nel far questo ci si è troppo spesso dimenticati dei limiti, ed anche dei pericoli, da sempre noti come insiti in tale tipo di soluzione del problema.
Con una certa dose di ingenuità si è così creduto che quei limiti e quei pericoli potessero essere scongiurati attribuendo ai rappresentati del popolo sovrano poteri che secondo i fautori del ‘governo della legge’ avrebbero ecceduto ogni reale possibilità di controllo.
Tale credenza è stata indubbiamente favorita dal declino della tradizione del diritto naturale, dall’affermarsi della convinzione che i limiti della legislazione potessero essere soltanto esogeni, e dall’attenuarsi della distinzione tra ‘legge’ e ‘provvedimento amministrativo’.
Non è sempre vero che un provvedimento amministrativo rispetti la legge. Resta la considerazione che sia povero e infecondo colui che scegliendo non ricorre alla memoria, mentre è arido e col fiato corto lo studioso senza consapevolezza della storia e del pensiero da cui viene!
“Io applico la legge dell’Articolo Quinto!”. Questo lo sappiamo. Ma l’articolo quinto non perdona. Posti di lavoro, soldi per tutti in cambio di un buco e di una fastidiosa trivella che durerà solo un anno. Già un anno!
Ma secondo alcuni “autorevoli” studiosi, la morte arriva in un secondo. Un attimo. E in quell’attimo prima puoi concederti al delirio dell’onnipotenza che ti farà sentire forte, anche solo per quel momento. Un bel riscatto no? Ma un anno sono 365 giorni, sono anche 8.760 ore che equivalgono a 525.600 minuti e che, in secondi, sono esattamente 31.536.000. Ciò vuol dire che sono milioni di attimi per sentirsi potenti. Ma i pozzi senza fondo non esistono, lo sanno tutti (o quasi), e quindi il delirio non potrà che durare solo qualche secondo! Posto che i potenti hanno «smarrito il nesso tra cultura e politica» e hanno lasciato la società «alla sua disgregazione», che cosa occorre fare? Forse avvicinarsi ai bisogni delle classi meno abbienti? Uscire dai salotti per scendere nelle strade? Mollare le cattedre e calarsi nei mercati di quartiere? Macché. Ecco il verbo di chi non ha niente. Occorre «superioritas». In effetti, Egli ha vinto le ultime elezioni con il 75% dei voti e gode del consenso dell’intero consiglio (o quasi). “…Quindi decido Io! Nel mio paese non c’è nessun dissenso, nessuna manifestazione. Tutti, o quasi, sono favorevoli alle mie scelte!”
Ma c’è sempre il problema del governo delle leggi, supposto che funzionino! In effetti, il problema è nella loro effettività. È un problema enorme, in parte interno e in parte esterno alle regole. È un problema di incentivi, anzitutto; di sopravvivenza (direbbe chi non ha niente) e qui possiamo essere ancora all’interno della norma. C’è una parte dell’enforcement che è norma stessa, non è un dopo. Ma c’è poi il problema dell’applicazione per il caso che la barriera preventiva dell’incentivo non abbia funzionato. Qui siamo di fronte a un problema più ampio; qui si innesta il discorso sul sistema della giustizia per l’impresa.
Come non prendere in seria considerazione, allora, l’amara constatazione di Hayek, economista e filosofo austriaco, del XX secolo, esponente storico del liberalismo, secondo il quale ovunque, e con mezzi legali, i governi hanno travalicato i poteri loro assegnati dalle costituzioni alla quale si richiamano, e secondo il quale risultato di ciò è stato che «il primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme costituzionali è evidentemente fallito»? Possiamo ancora evitare di sottoporre a critica l’interpretazione della democrazia come dottrina secondo la quale la maggioranza può legiferare su ogni materia particolare?
Del resto, i cuori delle masse hanno sempre desiderato riconoscere un’individualità che si facesse portavoce dei loro sogni. Quello che più profondamente colpisce, nel seguire l’andamento di quest’evoluzione, è che, da qualche decennio a questa parte, l’“eroismo” è scaduto a mero significante di furbizia (chi meglio si destreggia nelle maglie di un vischioso sistema impersonale è ‘eroe’!) o, all’opposto, di inettitudine (coloro che soccombono nella pratica, ma non si lasciano morire nell’anima). Lungi da noi l’intenzione di celebrare incondizionatamente il carisma individuale, vorremmo semplicemente restituire all'”eroe” il valore di un agire che, nel bene e nel male, ha inciso profondamente sul corpo sociale e sui sistemi politici: nel bene, come sopravvivenza resa alla collettività, nel male come impostura, finzione.
In Basilicata molti sono rimasti delusi dalle scelte incondizionate e unidirezionali della politica degli uomini, dei cosiddetti eroi. Nel frattempo a pagare è l’ambiente. Doveva portare ricchezza e lavoro. La regione nel frattempo è diventata la regione più povera d’Italia.
Non solo, quindi, giudicare la realtà, ma arrogarsi il diritto di decidere a priori per conto di chi guarda, ciò che può e deve essere “compiuto” e ciò che non può né deve esserlo.

Consapevoli delle nostre forze intellettuali, non sarà difficile squarciare “il velo di Maia” delle menzogne e degli inganni spesso subiti, ma altrettanto spesso cercati, come palliativi e analgesici della paura e dell’angoscia di vivere.
Anche la morte non è niente. È semplicemente un passaggio dall’altra parte, ma ti consente di sentirsi potente. Quel vecchietto, un secondo prima di morire, avrà pensato: Codardi, ce ne sono solo tre, ma più di tutti l’uomo del niente!

Se oggi Marcovaldo fosse qui…

Salvatore Santoro

Ho ritrovato un pò per caso questa citazione di Calvino che appartiene a un libro “Marcovaldo” scritto nel 1966. Ricordo di averlo letto alle medie e di averlo trovato buffo e sopratutto di aver provato tanta compassione per quel povero personaggio a cui ne succedono di ‘cotte e di crude‘ solo perchè mal sopporta la città che lo ospita (così perfettamente indossata da tutti gli altri suoi abitanti e così scomoda, invece, per il suo modo di essere), in continua ricerca di un suo habitat ideale all’interno di questo contesto ostile.

Una ricerca che quasi sempre si risolve nella costruzione di una dimensione virtuale e onirica, fatta di illusioni e di immagini faticosamente create dalla sua prospettiva mentale fanciullesca e forzatamente ottimistica, pronta a rinnovarsi dopo ogni collasso, che giunge inevitabile, al momento dello scontro con l’onnipresente realtà dei fatti.

Marcovaldo è, infatti, sempre alla ricerca disperata di piccoli stralci di natura in mezzo alle cortine cementizie della sua città, traendo una gioia fanciullesca dalla scoperta di un fungo, nell’aiuola spartitraffico della fermata del tram, oppure dall’avvistamento di stormi di uccelli nel fazzoletto di cielo che intravede fra i tetti.

A rileggerlo adesso mi accorgo che nelle disavventure con le quali il personaggio si trova a convivere il messaggio di Calvino non vuole affatto essere rassicurante: la critica alla “civiltà industriale” non si accompagna all’idealizzazione della vita in campagna o della natura e, dunque, non offre quella prospettiva come via salvifica.

La “salvezza” dell’uomo di città non sta dunque nella fuga dalla città. Non esistono strade facili per recuperare un nuovo rapporto con la essa ed è lo stesso Calvino a chiederselo: “Ma esiste ancora, la Natura? Quella che Marcovaldo trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.

Da quando Calvino sentiva la natura matrigna è inutile dire che la distanza tra città e campagna si è fortemente acuita e nonostante, ancora oggi, per vendere prodotti alimentari, ci si serve di immagini di un mondo rurale e agreste e nei supermercati molte confezioni presentano contadini e fattorie stile anni ’30, con palizzate di legno e bei prati verdi facendo leva su un immaginario bucolico, la realtà è ben diversa.

Viviamo in un’epoca in cui i bambini sono definiti “nativi digitali” ma che si sentono minacciati se trovano un insetto in casa, che non sopportano la sabbia tra le mani. Tutti noi mal sopportiamo qualsiasi odore la campagna ci restituisca: escrementi, sudore, erba marcia, etc. e nulla o pochissimo sappiamo di ciò che mangiano o arriva sulle nostre tavole. 

Per non parlare di quello che avvertiamo andando al supermercato: le stagioni non esistono più ed è possibile, ad esempio, acquistare tutto l’anno pomodori coltivati dall’altra parte del globo, raccolti ancora acerbi e fatti maturare con l’etilene che hanno l’aspetto del pomodoro ma lo sono solo in apparenza ossia ne rappresentano l’idea.

Nel reparto delle carni non si trovano più tagli con l’osso.

Viene volutamente celato il sipario tra noi e il luogo di provenienza dei cibi. Le industrie spesso non vogliono che si sappia la verità perchè se il consumatore la conoscesse non comprerebbe. Se seguissimo infatti a ritroso la filiera produttiva di queste confezioni di carne, sicuramente non troveremo certo una fattoria, ma una fabbrica dove gli animali vivono in piccole gabbie fortemente stressati e imbottiti di chissà quali porcherie.

La realtà è ben diversa da ciò che in genere si crede o da quello che vogliono farci credere.

Gli animali e i lavoratori vengono maltrattati e sfruttati. Gli alimenti sono diventati pericolosi e tutto ciò ci viene intenzionalmente nascosto. Esiste una ristretta cerchia di multinazionali che controlla l’intera produzione alimentare, dal seme al supermercato e che sta assumendo un crescente potere.

Non è solo una questione di cibo e di ambiente trasformato e non più naturale ma è a rischio anche la libertà di espressione e il diritto d’informazione.

Se Marcovaldo oggi fosse tra noi si accorgerebbe che non solo la città gli sarebbe ostile ma anche la natura e il mondo rurale. Non potrebbe più rifugiarcisi prendendo consapevolezza che l’abbondanza, il consumismo e la libertà di scelta sembra di vivere, sono solo fittizie. Si troverebbe a vivere un’illusione di diversità.

E’ inutile dire che le attuali crisi e il momento storico che stiamo vivendo rendono evidente la necessità di trasformazioni profonde. La natura è ancora una risorsa per tutti e dobbiamo riscoprirla per divenire migliori e preservarla godendocela come Salvatore Santoro fa quando la immortala nei suoi scatti.

clicca sulle foto per ingrandirle…

Paesaggi recuperati. I viaggi della mente.

Il-Viaggio

Inizia oggi questa nuova sezione del blog dedicata al mondo rurale, alle campagne e i suoi protagonisti analizzati attraverso il punto di vista poetico e nostalgico dei poeti, degli artisti, dei letterati che da sempre ne traggono ispirazione.

Il paesaggio agrario infatti, ha sempre rappresentato una grande risorsa fisica, produttiva, ambientale, storico-culturale, sociale e potenzialmente fruitiva.

La sua identità è sedimentata nella memoria collettiva attraverso le tradizioni storiche colte e popolari e documentata dai caratteri del patrimonio rurale materiale (edifici, struttura dei campi, reti di servizio, acque, caratterizzazione territoriale dei centri  realizzati negli anni ’50 e che rientrano nella storia della riforma agraria, etc.) e immateriale (canti, feste, etc.).

È un paesaggio caratterizzato da una notevole produttività, un forte sviluppo delle attività di servizio ai cittadini (didattica, turismo, ricreazione, attività sociali, etc.), una forte disponibilità innovativa di buona parte degli agricoltori che rimangono i primi custodi e manutentori del patrimonio storico materiale e della qualità paesaggistica dei luoghi.

La rete sarà lo strumento privilegiato affinchè storia e arte si integrino ad una vocazione essenzialmente agricola delle località e al bellissimo paesaggio che produce splendidi capolavori in ogni area di pertinenza.

Ogni visita diventerà un viaggio in un non luogo e internet ci permetterà di rafforzare il senso di un viaggio non reale, di esplorazione in un mondo che ha qualche motivo di fascino per chi lo cerca.

Un viaggio nei luoghi della de-territorializzazione e della virtualizzazione. I luoghi non luoghi dell’immaginario che danno di sé molte notizie, ma non sempre una loro immagine completa. Come se alludessero o suggerissero ciò che sono, senza mai svelarsi completamente e suscitando quella sana curiosità che li porterà a visitarli.

Da sempre, infatti, i luoghi non sono solo geografici ma anche della mente che noi stuzzicheremo attraverso riferimenti puntuali.

Per chi vi abita sono le radici e gli affetti, gli impegni di lavoro e della vita quotidiana. Per chi non vi è mai stato l’oggetto dei desideri: la campagna vista come quiete dell’anima, il luogo in cui rifugiarsi per riposare; ripensare ai luoghi come lo scrigno di ciò che l’immaginazione può creare. Per altri oggetto di nostalgia: il luogo dei ricordi, delle cose che si vorrebbe poter rifare, dei giorni che si vorrebbe rivivere.

Racconteremo le nostre realtà a tendenza agricola, dove aziende e borghi rurali vivono in simbiosi con il paesaggio, dove natura e storia si intrecciano creando un mix unico tra realtà e fantasia, dove si entra per giocare una parte in una storia che riporta il passato all’oggi, che permette al visitatore di rivivere situazioni e gesta che, personaggi famosi, briganti, hanno vissuto in queste campagne bruciate dal sole, rimaste immutate attraverso i secoli.

E’ a questo che abbiamo pensato quando abbiamo deciso di creare questa sezione che coniugasse cultura a realtà territoriali.

L’altra faccia della medaglia dunque. Un’agricoltura lontana dalle lotte, dai problemi, dagli affanni.

Un ritorno potremo dire nostalgico a un certo modo di vivere che è lontano dalla frenetica vita cittadina. Un ritorno alle nostre origini perse negli anni ’50, quando a causa del diffondersi delle macchine, dell’automazione, dell’industria si produsse, specie nel Sud da sempre agricolo-pastorale, una profonda lacerazione nel vecchio tessuto sociale, sovvertendo nel giro di pochi decenni consuetudini, tradizioni, usi, costumi, modi di vita, consolidati da secoli.

I cambiamenti avvenuti sono stati radicali. Alla civiltà del fare, del creare con le proprie mani, con le proprie forze, si è sostituita quella della macchina.

La stessa trasformazione oltre ad investire il lavoro artigianale ha coinvolto anche il mondo contadino e i processi che un tempo richiedevano fatica, tenacia, dedizione, pazienza, precisione, fantasia offrendo all’individuo le capacità di esprimersi secondo i gusti e l’originalità creativa di cui era dotato; anche una semplice costruzione, diveniva nelle sue mani qualcosa di personale, unico, irripetibile. Si realizzavano e si creavano così oggetti sempre diversi e singolari.

Le testimonianze del passato radicate in una cultura essenzialmente contadina vanno, quindi, attentamente recuperate e custodite: il mondo agricolo e gli artigiani di oggi sono gli eredi e i continuatori di esperienze e arti che si sono tramandate nel tempo sempre più arricchite. Il sistema delle aziende agricole rappresenta infatti, un eccezionale patrimonio di esperienze e luoghi, storia e pratiche economiche, culturali, ambientali e sociali. Esse raccontano una dimensione rurale non ancora scomparsa e che merita di essere salvaguardata, valorizzata e messa a sistema.

Questo storico patrimonio va messo a disposizione della collettività, anche in considerazione della sua collocazione nel paesaggio agrario, dove le occasioni di aggregazione sono rare e richieste.

Consapevoli del progetto ambizioso che stiamo per iniziare vi preghiamo di supportarci. Farà piacere ricevere i vostri suggerimenti, le vostre segnalazioni i materiali e di contattarci al seguente indirizzo mail: k.madio@altragricoltura.net

Crisi agricola: un silenzio assordante. La testimonianza di Leonardo Conte.


“Le aziende agricole stanno morendo ma non è colpa nostra. Il lavoratore onesto non viene incentivato a causa di scelte istituzionali sbagliate  che, anzi,  lo portano spesso a compiere azioni disoneste”. Chi parla non è un uomo politico ma è solo uno dei tanti imprenditori onesti che popola il nostro territorio, Leonardo Conte. La sua azienda collocata tra Tursi e Policoro, è stata messa in ginocchio più volte.

Le cause? Diverse. Superficialità degli organi preposti, cambiamento delle politiche agricole a livello internazionale, usura. Lo scopriamo in questa intervista che abbiamo realizzato per voi. Scoprirete che c’è un’unica parola che viene spesso ripetuta: ‘onestà’.

Leonardo si presenta con la sua aria buona, di uomo riservato e timoroso. Intervistarlo non è per nulla una fatica. Sono poche le domande che mi permettono di conoscere la sua storia e le sue vicissitudini perché Leonardo Conte si racconta emozionando ed emozionandosi.

Intervista a Tano Malannino, presidente nazionale di Altragricoltura

I contadini sanno che i loro problemi non si risolveranno fino a quando l’atteggiamento servile continuerà. E’ per questo che hanno deciso di prendere in mano le redini del loro destino. Non più, quindi, con il capo chino e il cappello in mano ad elemosinare vantaggi corporativi ma la richiesta unanime di trasformare profondamente il modo di concepire l’agricoltura e le regole che la sottendono. La rivoluzione come sempre parte dal basso e i contadini del sud sono in fermento. Invece di arrendersi a una crisi che li vorrebbe in ginocchio affrontano la realtà e si organizzano a livello nazionale per costituire, in ogni regione d’Italia, sedi sindacali gestite da loro. Continua quindi l’esperienza di Altragricoltura e il processo di consolidamento nazionale.

Ce ne parla, in questa intervista, il Presidente nazionale di Altragricoltura, Tano Malannino.

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