Lavoratori migranti: le associazioni si riuniscono per fare il punto sullo sfruttamento in agricoltura

fonte: GreenBiz.it (leggi articolo originale)

Agricoltura e sfruttamento dei migranti, un tema che merita di essere approfondito e di cui è necessario individuare le cause per giungere ad un miglioramento della situazione. La Rete Europea contro lo sfruttamento dei lavoratori agricoli si occupa da cinque anni di monitorare la situazione dei lavoratori agricoli migranti in Italia e in Europa.

I risultati del lavoro svolto verranno presentati in occasione di una conferenza stampa che si terrà a Saluzzo lunedì 2 settembre, presso la sede della 66esima mostra della meccanica agricola. Dal 31 agosto al 2 settembre, una delegazione dei sindacalisti contadini e le associazioni per l’agricoltura e la solidarietà incontreranno i lavoratori agricoli stagionali che si trovano impegnati nella vendemmia e nella raccolta della frutta in Piemonte.

Per i contadini migranti, si tratterà di un’occasione di confronto sulle cause dello sfruttamento che li colpisce. Tra le motivazioni principali dello sfruttamento vi è l’operato dell’agroindustria, che domina il modello agricolo attuale e che non rispetta i diritti dei lavoratori, a partire da un reddito dignitoso e dal diritto al cibo per tutti i popoli.

Un maggior rispetto delle condizioni di lavoro dei contadini potrà portare ad un modello agricolo più rispettoso sia della loro salute che dei loro diritti, ma anche delle risorse naturali del pianeta. La delegazione europea delle associazioni che si battono in difesa dei lavoratori agricoli migranti si recherà in alcuni dei luoghi in cui lo sfruttamento dei lavoratori migranti, soprattutto africani e provenienti dall’Est Europa, risulta più evidente. I momenti di confronto verteranno sulle condizioni in cui vivono e lavorano i braccianti, sul rispetto dei diritti, sui percorsi e sulle reti d’impiego, e sul rapporto che esiste tra impiego della manodopera e modello agricolo conformato alle logiche dell’agroindustria

Visiteranno le località di Saluzzo, in provincia di Cuneo, e di Canelli, in provincia di Asti. Gli incontri con i lavoratori si alterneranno alla presentazione alla stampa dei dati raccolti nel corso degli ultimi cinque anni. L’appuntamento con la conferenza stampa è il prossimo 2 settembre, alle ore 10, presso il Foro Boario di Saluzzo.

Marta Albè

Fao, nuovo metodo per stimare l’insicurezza alimentare

fonte: La Stampa.it  (vedi articolo originale)

La fame non più solo come problema nazionale, ma a livello individuale. Sarà presto testato dalla FAO in diversi paesi pilota, un modo nuovo, più veloce e più preciso, di misurare la fame e l’insicurezza alimentare nel mondo. Per la prima volta l’organizzazione si assume la responsabilità della raccolta dei dati. Tra le novità, inoltre, il fatto che i risultati dei sondaggi saranno disponibili dopo pochi giorni piuttosto che in anni. Contemporaneamente la FAO assisterà i paesi nell’includere questa scala di valutazione nei loro progetti e programmi di rilevamento per assicurare la sostenibilità futura.
Il nuovo approccio si basa sulla raccolta d’informazioni sulle dimensioni e la gravità della fame dalle stesse popolazioni che soffrono d’insicurezza alimentare, mediante un sondaggio annuale attentamente concepito da condurre in collaborazione con la Gallup.

Entro aprile il progetto, denominato “The Voices of the hungry” verrà finalizzato in collaborazione con i maggiori esperti del settore e sperimentato su una base pilota in quattro paesi: Angola, Etiopia, Malawi e Niger. Questi paesi hanno concordato di lavorare alla completa eliminazione della fame, in linea con la sfida lanciata dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon Fame Zero. Il programma prevede di estendere l’inchiesta sul campo a più di 160.000 intervistati nei 150 paesi coperti dalla Gallup e di pubblicare ogni anno i risultati aggiornati di ciascun paese. Il progetto durerà cinque anni e porterà alla creazione di un nuovo standard per il monitoraggio della sicurezza alimentare certificato dalla FAO, che potrebbe poi essere facilmente adottato per altre inchieste sui nuclei familiari poveri. “Questo metodo innovativo sarà uno strumento fondamentale per i governi, per la società civile e per altre organizzazioni nazionali e internazionali nella lotta contro la fame -dice Jomo Sundaram, Vice Direttore Generale della FAO per il Dipartimento Sviluppo Economico e Sociale- Sarà anche molto importante per incrementare l’assunzione di responsabilità dei governi e incoraggiarli ad impegnarsi per l’eliminazione della fame”.

Nonostante i recenti miglioramenti, la metodologia usata dalla FAO attualmente non è in grado di fornire un quadro onnicomprensivo delle molte dimensioni della fame. Al momento la FAO è in grado di monitorare con accuratezza la disponibilità di cibo a livello nazionale, in particolare in termini di potenziale assunzione energetica, laddove questo nuovo indicatore misurerà anche l’accesso al cibo a livello individuale, fornendo un’immagine più chiara dell’esperienza personale con l’insicurezza alimentare.

Per il progetto, a livello nazionale saranno scelti campioni da 1.000 a 5.000 persone, a seconda della grandezza del paese, per rispondere alle otto domande individuate per indicare se e in che misura gli intervistati hanno sofferto d’insicurezza alimentare nei 12 mesi precedenti. Le domande sono poste in modo da riuscire a stabilire la posizione dell’intervistato su una scala di esperienza d’insicurezza alimentare, da leggera a moderata a grave insicurezza alimentare. Questionari simili e scale per determinare l’insicurezza alimentare sono stati usati dal Governo statunitense per identificare i beneficiari di buoni pasto, e dal Brasile nell’individuare il suo programma di welfare sociale per la Bolsa familia.

“E’ un’avvincente nuova iniziativa per la FAO perché ci metterà in grado di capire meglio la severità dell’insicurezza alimentare in modo tempestivo ed efficiente in termini di costi -dice Carlo Cafiero, lo statistico della FAO responsabile del progetto- Doterà inoltre la FAO di uno strumento economico e coerente dal punto di vista metodologico per riuscire a monitorare la fame in tutto il mondo”.

La sovranità alimentare inizia sul balcone

fonte: Vivi con stile (vedi articolo originale)

Equità, giustizia sociale e sostenibilità ambientale sono gli ingredienti perfetti per il cibo di chi vuol cambiare stile di vita alimentare: parola dell’agro-ecologo Michel Pimbert.

Michel Pimbert è un francese che parla un inglese molto british… è un ricercatore internazionale e team leader per l’alimentazione e l’agricoltura presso l’Istituto Internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo con sede nel Regno Unito. Parla di agricoltura ecologica e attualmente è vice presidente della commissione per l’ambiente, la politica economica e sociale (CEESP) di The World Conservation Union (IUCN). Si occupa di sovranità alimentare, di agricoltura sostenibile, di politiche ambientali e biodiversità con una passione per l’azione partecipativa e i processi democratici dal basso. Lo abbiamo incontrato durante il lancio di Hungry for Rights, un progetto sul cambiamento degli stili alimentari, promosso da ACRA-CCS, di cui Legambiente è partner.

Spreco di cibo nelle città del Nord del mondo e carenza di cibo nel Sud del mondo… C’è una soluzione al problema della crisi alimentare?

E’ un’idea diffusa che non ci sia cibo a sufficienza per sfamare il Sud del mondo, ma le vere questioni sono altre: la distribuzione e le differenze di reddito. Il problema della crisi alimentare non si risolve aumentando la produzione di prodotti agricoli, ma intervenendo sull’accesso al cibo e alla terra e sulla giusta remunerazione di chi produce.

E i cittadini, cosa possono fare? Lei, ad esempio, parla di sistemi alimentari locali.

Voi italiani avete l’esempio dei GAS, i gruppi di acquisto solidale. I sistemi alimentari locali di cui io parlo tengono assieme il concetto di filiera corta, di kilometro zero, e molto altro ancora. Possono essere organizzati da una singola famiglia e poi estendersi a un quartiere o ad un comune. Includono la produzione, la lavorazione, la distribuzione, l’accesso, l’uso, il riciclo e lo smaltimento. Si tratta di sistemi che non sono poi molto lontani da quello che da secoli avviene nelle comunità del Sud del mondo.

In Italia gli orti urbani sono diventati una realtà nazionale. Sempre più persone scelgono di coltivare ortaggi sul balcone di casa…

La cultura di un luogo e il cibo, a mio parere, sono strettamente legati: i sistemi locali, e anche gli orti, dovrebbero essere in mano ai cittadini, stare sotto il loro controllo, per essere sostenibili anche dal punto di vista ecologico, e per permettere la riscoperta della cultura alimentare e della biodiversità.

Scusi, lei parla anche di sovranità alimentare. Che cosa intende?

La sovranità alimentare è il diritto di ogni popolo di determinare di cosa si alimenterà, di decidere dunque della propria agricoltura e dell’uso della propria terra. Ne conseguono una pluralità di sistemi alimentari autonomi, fondati su equità nella ridistribuzione del profitto, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

 

Agricoltura, l’Oma approva una nuova politica commerciale

fonte: italiaoggi.it (vedi articolo originale)

L’agricoltura mondiale ha una politica sul commercio grazie all’accordo approvato ieri dall’Assemblea generale dell’Organizzazione mondiale degli agricoltori (Oma), che si sta svolgendo a Niigata in Giappone. Si tratta di un risultato molto significativo, fa sapere l’Oma in una nota, perché “una politica ben definita sul commercio è fondamentale per la comunità globale degli agricoltori”.

Questi i punti chiave della nuova politica: eliminazione di tutte le sovvenzioni all’export; riduzione ai limiti imposti dal Wto sulla distorsione degli scambi commerciali a livelli locali; applicazione di un trattamento speciale e differenziato per i paesi in via di sviluppo e per quelli meno sviluppati; applicazione di una normativa sulle restrizioni a cui l’export e’ sottoposo; protezione dei prodotti ad indicazione geografica.

L’Oma è sempre più attiva per quello che riguarda la politica commerciale e il rafforzamento del sistema globale degli scambi agricoli, purché si realizzino in un ambiente equo e trasparente, in modo che l’agricoltura possa svolgere il suo ruolo economico, sociale e ambientale nel modo più ampio, tenendo conto delle esigenze dei paesi meno sviluppati.

Tunisi, il Forum Sociale della dignità

fonte: inviatospeciale.com (vedi articolo originale)

L’edizione 2013 del Forum Sociale Mondiale si è tenuto recentemente a Tunisi. Nella precedente edizione di Dakar 2011 si decise per questo luogo in onore delle cosiddette “Primavere arabe”, che dalla Tunisia presero le mosse nel dicembre 2010.

Già questo era molto visibile nella manifestazione d’apertura. Il corteo, come sempre molto colorato e partecipato, con i tanti esponenti del cosiddetto movimento altermondialista, attivisti sui temi del lavoro, della crisi climatica, della sovranità alimentare, del Land Grabbing (accaparramento della terra, soprattutto in Africa da parte di stati, Cina in primo luogo, multinazionali, Fondi Sovrani ecc.) era tuttavia aperto dalla grande fotografia del giovane venditore ambulante Mohamed Bouazizi, protagonista della ‘rivoluzione’ tunisina che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010 e dalla vedova dell’amato dirigente della sinistra tunisina Chokri Belaid, recentemente assassinato (ricordiamo che al suo funerale parteciparono un milione e 400.000 tunisini) e dalle madri dei giovani uccisi in questa rivoluzione. Le foto di Belaid e di queste giovani vite campeggiano ovunque.

E’ stato un Forum, denominato della “dignità”, soprattutto nordafricano, Maghreb e Mashrek assieme, e con la presenza dei soliti europei che possono pagarsi le spese di viaggio e di soggiorno. Pochi naturalmente gli attivisti provenienti dall’Asia, dall’America latina e dall’Africa subsahariana.

A Dakar la straordinaria partecipazione di donne e di giovani di quella parte dell’Africa fu decisiva. A parte i molti attempati attivisti europei, straordinari a loro modo per la esemplare continuità dall’attivismo politico degli anni sessanta e settanta, vecchia e nuova sinistra, non fa differenza, in partiti, sindacati e movimenti, ai movimenti sociali altermondialisti odierni, sempre straordinaria la presenza di donne e di giovani delle varie aeree in cui si tiene il Fsm. Che riflette naturalmente la condizione demografica, ma anche di diversa sensibilità politica, sociale, culturale, delle periferie del mondo, rispetto alle invecchiate generazioni occidentali.
Quindi un Forum, questo, un poco ridimensionato (si è detto di circa 45.000 partecipanti e di circa 4.000 organismi presenti) ma, per le ragioni dette sopra, significativo, importante. Con il solito problema dei tanti, troppi, seminari e workshops e con i problemi organizzativi connessi.

E’ umanamente impossibile avere un quadro d’assieme e ognuno può partecipare solo a qualche evento, a partire dai propri interessi e settori d’attività Tuttavia il Forum è l’occasione per creare relazioni, incontri, stringere accordi di collaborazione e creare reti mondiali. Questo il valore in primo luogo del Fsm.

La stampa locale ha insistito anche sul problema dei fondi elargiti da grandi Ong mondiali per sostenere le spese di questi grandi eventi (Oxfam in primo luogo), dalla Fondazione Friedrich Ebert (la fondazione della Spd tedesca), da “Pane per tutti” (chiese protestanti tedesche) e sembra ancora da Fondazione Ford.

Questo per dire del condizionamento che ne può derivare per attenuare il carattere fortemente alternativo del movimento. Soprattutto dopo il Fsm 2009 di Belem e a causa della devastante crisi economica mondiale, associata alla crisi climatica e ambientale, alla crisi della democrazia e alla crisi culturale entro questo stadio di sviluppo del capitalismo mondiale.

“L’Islam non è il problema, ma neanche la soluzione”, si è detto. Il problema è l’islam politico che ha il potere oggi in Tunisia e ancor più in Egitto con Morsi e con i Fratelli Musulmani, nel loro tentativo di avere il potere assoluto sulla politica e sulla società egiziane.

I fronti di opposizione sono altrettanto forti. Belaid, ad esempio, è riuscito, per la sua autorevolezza e per la sua capacità a creare il Fronte Popolare in Tunisia. In Egitto le sinistre stanno costruendo il Fronte di Salvezza, assieme a forze liberali e laiche. Il futuro è incerto e complesso. Tuttavia, si è affermato, le persone e i popoli cambiano le cose, ma al contempo il processo in atto cambia le persone e i popoli. Pensiamo al ruolo delle donne arabe in questi processi, prima impensabili.

Molta attenzione e molti seminari dedicati al tema del lavoro e del ruolo dei sindacati arabi, al tema dei migranti e dell’emigrazione (impressionante la striscia posta su una scalinata con i nomi dei 16.175 morti ritrovati, molti ‘ignoti’, in Mediterraneo tra l’Africa e le coste europee), alla questione della sanità privatizzata su scala mondiale, al problema delle cosiddette ‘grandi opere’, della finanza, del debito, del cambiamento climatico ecc.

Il penultimo giorno si è celebrata la Giornata della Terra. Non della Terra in generale, bensì di una terra particolare. Quella di Palestina, e del popolo espulso, espropriato, cacciato, con il ferro e con il fuoco. Una delle grandi tragedie del secolo scorso.

La manifestazione finale del Fsm di Tunisi è stata dedicata nuovamente alla Palestina. Possiamo comprendere quanta mobilitazione araba e tunisina per la causa palestinese e quindi del Fsm tutto. Con qualche infiltrazione salafita e jahidista nel corteo, come è avvenuto inevitabilmente nel campus universitario di Manar dove si svolgeva il Forum. In queste regioni l’Islam politico presenta una gamma vasta di articolazioni e di sostegno, a causa della disperante condizione materiale e culturale, di giovani e meno giovani.

Giorgio Riolo

Giustizia alimentare per il pianeta, a Washington il convegno “La tavola di Dio”

fonte: LaStampa (vedi articolo originale)

Il principio della sovranità alimentare, nato in occasione del Forum parallelo al vertice FAO sulla Sicurezza Alimentare del 1996, si basa su 4 pilastri: diritto al cibo, accesso, gestione e controllo delle risorse naturali, modello agricolo sostenibile e di piccola scala, commercio internazionale più giusto e più equo.  Tuttavia, a distanza di anni, siamo ben lontani da una sua attuazione e assistiamo ancora a gravi squilibri, pure aggravati dalla crisi internazionale.

Il fatto è che le risorse naturali sono e restano appannaggio di pochi, ma quei pochi – vale dire noi abitanti del mondo ricco del Nord – semplicemente non se  ne curano. 800 kg annui di cereali (compresa l’alimentazione animale per fornire carne) sono a disposizione di un abitante del Nord America, per un indiano non si raggiungono i 200. La corsa ai biocarburanti – per certi versi “ecologica” – di fatto non fa che aggravare la situazione: per fare un pieno ad un SUV di medie dimensioni occorre una quantità di cereali pari all’alimentazione annuale di una persona. Al nord si fa il pieno per l’auto e al sud c’è chi non riesce ad immettere a sufficienza cibo e nutrienti nel proprio stomaco.

Eppure “la tavola di Dio” era per tutti nell’ottica della creazione, così il Convegno che si è aperto oggi a Washington promossa dall’Ecumenical Advocacy Days for Global Peace with Justice (Ead) è solo un passo verso una presa di coscienza del problema da parte del mondodel nord, ricco e cristiano.

In termini di giustizia, per tutti. “At God’s Table: Food Justice for a Healthy World”, rappresenta l’11° Incontro annuale dell’Associazione ecumenica, sorta allo scopo di far maturare le coscienze ad una responsabilità nei confronti del prossimo, della società e del pianeta: un’autentica sveglia per un impegno politico dei cristiani di ogni chiesa.

Il Convegno di quest’anno intende quindi esplorare – in un mondo che produce cibo a sufficienza – le ingiustizie nei sistemi alimentari globali che lasciano un miliardo di persone affamate, creare shock dei prezzi alimentari che destabilizzano le comunità in tutto il mondo, e minare la creazione di Dio. “Alla Tavola di Dio – si legge nel sito dell’EAD – tutti sono invitati e nutriti, e il più povero in mezzo a noi viene dato un posto speciale. Insieme cercheremo l’abbondanza di cibo e l’uguaglianza tra gli uomini che troviamo riflessa nel l’immagine biblica della tabella grande banchetto di Dio (Esodo 16,16-18 e Luca 14,12-24).

Migliorare l’alimentazione nel mondo, porre fine al dramma della fame e della denutrizione, ma soprattutto aumentare la forza della voce dei cristiani su questi temi sono tra gli obiettivi dell’incontro che si concluderà l’8 aprile. Sotteso alla riflessione un interrogativo: se la tavola di Dio era apparecchiata per tutti, cosa è andato storto in  duemila anni di cristianesimo per giungere ad un tale squilibrio? E’ ora che anche in Italia cominciamo a pensarci un po’ di più.

FAO, Slow Food e UNISG per biodiversità e lotta allo spreco alimentare.

fonte: Italian Food 24 (vedi articolo originale)

“Produttori su piccola scala, produzione locale e circuiti di consumo e la riscoperta delle colture tradizionali sono fattori che giocano un ruolo importante nella riduzione della fame” ha detto il direttore generale della FAO Josè Graziano da Silva a professori e studenti dell’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo oggi, notando inoltre le numerose possibilità di collaborazione tra la FAO e l’ateneo, al fine di implementare una visione comune di un mondo sostenibile e senza il dramma della fame.
Ad accogliere il direttore generale FAO, il Rettore dell’UNISG Piercarlo Grimaldi che ha affermato: “Noi ci sentiamo molto vicini alla missione ideale e sostanziale della Fao, che ha come scopo la lotta contro la fame nel mondo e il diritto per ogni uomo a una congrua nutrizione. La Lectio Magistralis che si appresta a pronunciare sarà l’occasione per un’approfondita riflessione su temi che appartengono al nostro ideale percorso formativo e scientifico e rappresenta un compiuto riconoscimento all’operato della nostra Università. Quale ringraziamento alla sua presenza a Pollenzo vogliamo farLa partecipe di una espressione proverbiale. Il pane rappresenta non solo il cibo del mondo, ma è anche una delle più importanti misure del mondo. ‘Buono come il pane’ si usava dire fino a poco tempo fa per comparare la pagnotta con altri prodotti alimentari, ma soprattutto per comparare il vissuto di una persona, per esaltarne le virtù. Buono come il pane’, una formula popolare, parte di un complesso sapere proverbiale che Erasmo da Rotterdam definiva Adagia, e che oggi possiamo ridefinire con l’intelligenza del presente algoritmo contadino, ancora utile per reinterpretare il mondo e altrettanto importante e prezioso quanto l’intraducibile algoritmo che genera la rete digitale. Della tradizione del pane una vasta parte del mondo non sa più nulla, perché priva dei saperi del passato, dell’artigianale fabrilità della famiglia e della comunità. La pasta del pane che lievita nella notte nella madia della famiglia contadina e che al mattino viene portata al forno comunitario per la cottura, attiene a un patrimonio gastronomico profondo, a un più vasto saper fare procreativo che la famiglia del presente non possiede più, che getta stoltamente il pane non consumato nella giornata. È anche a partire da questa piccola memoria della tradizione che noi vorremmo condividere con la sua Istituzione il nostro contributo scientifico e formativo nella spartita speranza di un più sostenibile futuro”.
De Silva ha affermato che la Rivoluzione Verde degli anni ’60 ha incrementato l’accesso al cibo di oltre il 40% pro capite, ma a scapito della perdita della diversità alimentare a causa di un’attenzione eccessiva su alcune colture, oltre al danno ambientale dovuto all’uso intensivo di prodotti chimici.
“Recentemente si è sviluppato un trend nei confronti della coltivazione e del commercio di cibi tradizionali, dello sviluppo delle infrastrutture locali e dei mercati, trend che sta aiutando i produttori su piccola scala. Tutto ciò è stato fondamentale per l’ambiente e l’economia delle aree rurali, dove la fame si faceva sentire di più” ha sostenuto Graziano da Silva.
“Le colture sotto-utilizzate possono avere un impatto positivo sulla sicurezza alimentare. Recuperare queste colture è una strada verso la sicurezza e la salubrità del cibo. Significa anche riscoprire sapori perduti e identificarne di nuovi. È qualcosa che unisce tutti voi ai poveri di tutto il mondo”  ha detto il Direttore Generale FAO al pubblico dell’Università di Scienze Gastronomiche.
Graziano da Silva ha poi citato la cassava in Africa e in Sudamerica, e la quinoa delle Ande come prodotti spontanei, che costituiscono un importante aiuto per i coltivatori poveri e le loro famiglie. Ha incoraggiato inoltre il pubblico in sala a sostenere e diffondere quello che è l’Anno Internazionale della Quinoa, che si celebra quest’anno.
Quindi Graziano da Silva ha ricordato come il movimento internazionale Slow Food lavori con la FAO ad un progetto per mappare la biodiversità in quattro Stati africani: Guinea Bissau, Mali, Senegal e Sierra Leone. Il progetto ha aiutato gli agricoltori a diffondere le loro produzioni alimentari tradizionali anche sui mercati dei paesi sviluppati del nord del pianeta.
“Questa connessione con i mercati completa un circolo virtuoso: riscoprire colture tradizionali, supportare la produzione locale connettendola con i mercati, permettendo così un aumento della rendita dei contadini” ha detto Graziano da Silva. “Il vostro interesse nella riscoperta di cibi diversi è un modo per riconoscere il valore culturale del cibo, un valore che è spesso dimenticato nel mondo globalizzato e veloce odierno” ha concluso.
In chiusura Carlo Petrini, presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche ha voluto ringraziare il Direttore Generale per la sua presenza e la sua lectio: “ Per noi questa è un’occasione per sviluppare ulteriormente il lavoro congiunto tra Slow Food, Università di Scienze Gastronomiche e FAO. In particolare ci troviamo in linea su due punti: la difesa della biodiversità (come già la nostra collaborazione sui quattro paesi africani dimostra) e il lavoro di sensibilizzazione contro lo spreco del cibo. Un tema, quest’ultimo, particolarmente sentito dalle giovani generazioni come quella dei nostri studenti”.
Infine Carlo Petrini ha ricordato come il rapporto tra la FAO e l’Università di Scienze Gastronomiche possa costituire, per l’ateneo di Pollenzo, una opportunità per diventare sempre più un luogo aperto dove le idee e i progetti si intrecciano e dove studenti e docenti continuino a lavorare in modo sempre più creativo”.

L’acqua che mangiamo ci farà soffrire la sete dal 2025

fonte: 5minutiperlambiente.com ( vedi articolo originale )

L’acqua potabile è una delle risorse più scarse sul nostro Pianeta ma sembriamo non accorgercene e neanche sembra ci interessi. La maggior parte di noi è nato con l’acqua potabile in casa, sia calda sia fredda; acquistiamo merci prodotte con acqua ma non realizziamo questo uso continuo e costante che ne viene fatto e compriamo come assetati, pur non avendone bisogno. L’acqua si mangia e noi ne mangiamo tanta: almeno 3800 chilometri cubi di acqua dolce sono prelevati ogni anno in tutto il Pianeta e se nel 20125 avremo un miliardo di bocche da sfamare in più allora serviranno ancora altri 1000 chilometri cubi di acqua dolce all’anno pari a 20 fiumi come il Nilo. Su Mareeonline l’intervista a Francesca Greco e Marta Antonelli che hanno scritto L’acqua che mangiamo (ed. Edizioni Ambiente euro 25) in vendita dal 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, che presenta appunto i costi ambientali e economici di quell’acqua virtuale che viene consumata per produrre merci ma che non viene mai conteggiata.

Spiega Francesca Greco:

I consumatori non sono sempre al corrente di cosa ci sia dietro quello che consumano, in particolar modo riguardo all’acqua che viene usata per la produzione dei beni. Per questo motivo ogni consumatore dovrebbe iniziare a conoscere la filiera alimentare dei prodotti che compra e con quale acqua è irrigato. Alcune aziende private stanno cercando di attuare una tutela idrica e già alcune organizzazioni internazionali, una su tutte le Nazioni Unite, applicano questo tipo di tutela soprattutto nel settore alimentare.

In ogni caso se volete sapere quanta acqua si consuma per produrre merci sappiate che, come riporta waterfootprint:

con 300 litri di acqua si ottiene 1 litro di birra
con 1000 litri di acqua si ottiene 1 litro di latte
2500 litri di acqua per avere 1 KG di riso
15400 litri di acqua per avere 1 KG di carne di manzo
10000 litri di acqua ci danno 1 KG di cotone
1600 litri di acqua per avere 1 kg di pane di grano
Certamente le industrie dell’agroalimentare e l’agricoltura dovranno iniziare a porsi il problema e anche noi consumatori iniziando a premiare quelle aziende e imprese che sul serio applicano progetti e programmi per ridurre l’uso e non solo lo spreco dell’acqua.

Il G8 e il furto di terre in Africa

fonte: fondazionedirittigenetici.org ( vedi articolo originale )

Per le maggiori società dell’agribusiness l’uso della terra in Africa costituisce una priorità assoluta e per molti anche la chiave per risolvere la crisi alimentare.
Secondo gli autori del rapporto pubblicato da Grain, nel 2012 le nazioni del G8 e un gruppo di imprese multinazionali hanno firmato una serie di accordi con i paesi africani affinché, in cambio di migliaia di dollari in donazioni, si impegnino a realizzare specifiche riforme politiche, tese a facilitare gli investimenti del settore privato in agricoltura.
L’accordo, noto come Quadro di Cooperazione, fa parte della Nuova Alleanza per la Sicurezza alimentare e la Nutrizione stretta con i governi di Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Mozambico e Tanzania per ridurre povertà e fame. I piani di investimento prevedono che lo stato africano adotti 15 misure tese a garantire, tra l’altro, l’accesso a vaste estensioni di terra da destinare alle coltivazioni intensive – in particolare di mais, riso, soia e olio di palma – che favoriscano gli input agricoli del settore privato e quindi la vendita di fertilizzanti e pesticidi, e una nuova normativa sementiera che ponga fine alla libera distribuzione delle sementi non migliorate a favore delle varietà ibride su cui gravano i diritti di proprietà delle multinazionali.
In cambio degli investimenti, le multinazionali si impegnano ad aderire alle Linee guida volontarie per la gestione responsabile della terra, pesca e foreste, e ai Principi per l’Investimento Responsabile in Agricoltura (PRAI), sviluppati dalla Banca Mondiale nel 2009 ma rifiutati dalle organizzazioni della società civile in quanto legittimano il “land grabbing”.
I fondi del G8, quindi, invece di servire a rafforzare la sicurezza alimentare e lo sviluppo agricolo in Africa, sembra stiano estromettendo migliaia di piccoli agricoltori dalle loro terre, contribuendo alla graduale scomparsa dei mercati locali.

Al World Social Forum che si apre oggi a Tunisi sindacati, ong e movimenti lanciano una nuova offensiva contro la svendita dei beni comuni e i cambiamenti climatici

 WSF_locandinaSi prepara a una grande mobilitazione verso la ministeriale della Wto che si terrà a Bali nel dicembre prossimo

Fairwatch, tra gli organizzatori a Tunisi dell’area tematica Climate space, è tra i promotori in Italia del nuovo Osservatorio sul commercio internazionale che verrà presentato il 28 marzo al WSF insieme a Cgil, Arcs/Arci e Legambiente

Diffuso da Fairwatch e pubblicato su comune.info (pagina degli articoli sul WSF 2013)

Tunisi, 26 marzo – Tutto è pronto a Tunisi per l’apertura del World Social Forum: questa mattina il via ai lavori con la grande assemblea delle donne, convocata alle 10.00 presso il Campus Al Manar, da dove si partirà per raggiungere alle 16.00 Place 14 Janvier, luogo da cui comincerà la Marcia inaugurale per cui è prevista una partecipazione di oltre 30mila persone.

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