La bresaola italiana torna sulle tavole degli americani.

Pubblicato su Ministero della Salute (leggi articolo originale)

La bresaola italiana può finalmente tornare sulle tavole degli americani. Il Animal Plant Health Inspection Service (APHIS) del Ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti di America ha comunicato al Ministero della Salute di essere pronto ad accettare la bresaola italiana prodotta a partire da carni americane provenienti dal circuito delle carni garantite per assenza di utilizzo di ormoni della crescita.

Dopo oltre 12 anni di divieto, si apre così un importante mercato che potrà essere ulteriormente allargato nei prossimi mesi anche alla bresaola prodotta a partire da carni italiane.

L’Amministrazione americana ha infatti avviato un processo di revisione normativa che porterà a riconoscere l’Italia, come ha fatto recentemente l’Organizzazione Mondiale della sanità animale (OIE), come Paese a rischio trascurabile per la BSE, la cosiddetta malattia della mucca pazza.

Alimentare: 147 controlli Nac su falsi Doc, Igp e made in Italy

Pubblicato su Cn24Tv (leggi articolo originale)

Insaccati “made in Italy” ma fatti con carne olandese e patate francesi ma vendute come italiane. Sono alcune delle frodi scoperte dai Nac (Nuclei antifrodi carabinieri) di Roma, Parma e Salerno del Comando carabinieri politiche agricole e alimentari, che hanno eseguito controlli straordinari sulla tracciabilità e etichettatura dei prodotti alimentari su tutto il territorio nazionale.

Tonno rosso. 200 chili non idonei al consumo posti in vendita sotto il sole

Pubblicato su GeaPress.org (vedi articolo originale)

Ancora controlli nei mercati rionali di Palermo, mirati in particolare alla vendita del Tonno rosso.

L’intervento dei Carabinieri della Compagnia  San Lorenzo e della Stazione San Filippo Neri coadiuvati dei militari del N.A.S. di Palermo ed esperti di alimentazione del Dipartimento di Prevenzione Veterinario dell’ASP di Palermo è avvenuto nelle bancarelle del mercato rionale del quartiere ZEN 1 del capoluogo siciliano.

Sono stati così rinvenuti 200 chili di Tonno rosso, di provenienza illegale, che si sarebbe presentato in cattivo stato di conservazione e pertanto non idoneo al consumo alimentare umano.

Alimentare, Commissione UE adotta regolamento più snello e sicuro

fonte: help consumatori (vedi articolo originale)

A due mesi dall’ultimo scandalo alimentare che ha messo in allarme tutta Europa (quello della carne di cavallo) arriva un pacchetto di provvedimenti che rafforza l’applicazione delle norme a tutela della salute e intensifica i controlli lungo tutta la filiera. Adottato oggi dalla Commissione europea, il pacchetto ha un’impostazione semplice e più orientata alla gestione dei rischi e a strumenti di controlli più efficaci.

Il pacchetto normativo risponde alla necessità di semplificare la legislazione e adottare norme più intelligenti che permettano di ridurre gli oneri amministrativi per gli operatori come pure la complessità della regolamentazione vigente. I principali vantaggi saranno per le piccole e medie (nonché micro) imprese che vengono esonerate dagli elementi più costosi e complessi della legislazione.

La normativa dell’UE che disciplina attualmente la catena alimentare è formata da quasi 70 atti legislativi. Il pacchetto di riforme adottato oggi riduce l’intera normativa UE a 5 atti legislativi e diminuisce la burocrazia legata a processi e procedure cui sono soggetti agricoltori, allevatori e operatori del settore alimentare (produttori, trasformatori e distributori), così da agevolare lo svolgimento delle loro attività professionali.

Tonio Borg, commissario per la salute e i consumatori, ha affermato: “Con oltre 48 milioni di lavoratori e un valore di circa 750 miliardi di euro all’anno, il settore agroalimentare rappresenta il secondo settore dell’economia dell’Unione europea in ordine di grandezza. L’Europa gode dei livelli di sicurezza alimentare più elevati a livello mondiale. ll recente scandalo legato alla carne di cavallo ha dimostrato tuttavia che esistono ancora margini di miglioramento, benché non si siano verificati rischi per la salute. Il pacchetto di riforme varato oggi arriva in un momento propizio poiché dimostra che il nostro sistema è in grado di fronteggiare le sfide e di tradurre in pratica alcuni degli insegnamenti ricavati dalle recenti esperienze. In sintesi il pacchetto consente di dotarci di regole più intelligenti per alimenti più sicuri”.
Ecco alcuni dei principali elementi della proposta

Controlli ufficiali:

1. La Commissione ha riconosciuto l’esigenza di rendere più efficaci gli strumenti a disposizione delle autorità competenti degli Stati membri per verificare sul campo il rispetto della normativa dell’UE (attraverso controlli, ispezioni e prove).

2. I recenti scandali alimentari hanno dimostrato ancora una volta la necessità di iniziative più efficienti delle autorità responsabili per tutelare contemporaneamente i consumatori e gli operatori onesti dai rischi, anche economici, che possono derivare dalla violazione delle norme lungo tutta la catena agroalimentare.

3. Le nuove regole rispecchiano un’impostazione maggiormente basata su criteri di gestione del rischio e consentono quindi alle autorità competenti di concentrare le proprie risorse sulle questioni e sui problemi più rilevanti.

4. Il vigente sistema di tasse destinate a finanziare l’attuazione effettiva di tali controlli in un sistema che sia sostenibile lungo tutta la catena agroalimentare verrà esteso ad altri settori di tale catena, che attualmente non vi sono soggetti.

5. Al fine di proteggere la loro concorrenzialità, le microimprese saranno esonerate dall’obbligo di pagare tali tasse, ma non da quello relativo ai controlli.

6. Agli Stati membri verrà anche richiesto di integrare pienamente i controlli antifrode nei rispettivi piani nazionali di sorveglianza, nonché di garantire che le sanzioni pecuniarie imposte nei casi di frode si prefiggano veramente finalità dissuasive.
Sanità animale

1. Il pacchetto normativo introdurrà un unico testo legislativo per la disciplina della salute degli animali nell’UE fondato sul principio “prevenire è meglio che curare”.

2. La nuova disciplina intende migliorare le norme in tema di sanità animale e prevede un sistema comune più efficace di sorveglianza e controllo delle malattie per far fronte ai rischi inerenti alla salute e alla sicurezza di alimenti e mangimi in modo coordinato.

3. La maggiore efficacia di tale sistema, associata ad un miglioramento delle norme in tema di identificazione e registrazione degli animali, permetterà a tutti coloro che lavorano per proteggere la nostra catena agroalimentare, tra cui agricoltori e veterinari, una rapida capacità di reazione per limitare la diffusione delle malattie, minimizzando in questo modo le ripercussioni sul bestiame e sui consumatori.

4. La nuova disciplina della salute animale prevede inoltre una classificazione e una graduatoria di priorità per le malattie che richiedono un intervento a livello di UE, rendendo così possibile un’impostazione più orientata alla gestione dei rischi ed un uso più efficace delle risorse.

5. La normativa prevede un grado di flessibilità sufficiente per adeguare le misure in tema di sanità animale sia ai tipi ed alle dimensioni delle diverse strutture (ad esempio PMI, strutture a scopo ricreativo, ecc.) sia alle diverse circostanze locali, in particolare per quel che riguarda le prescrizioni in tema di registrazione e autorizzazione delle strutture, nonché di detenzione di animali e di prodotti.

6. Ad un livello più ampio la normativa richiede la solidità e la flessibilità necessarie per garantire una risposta efficace da parte di tutta l’Unione in caso di cambiamenti climatici significativi, fornendoci così gli strumenti per far fronte a rischi nuovi e sconosciuti e per adeguarci rapidamente ai nuovi progressi scientifici ed alle norme internazionali in materia.

Sardegna, sistemi di qualità alimentare: ripristinata al 15 dicembre la scadenza PSR misura 132

fonte: regione Sardegna (vedi articolo originale)

“Partecipazione degli agricoltori ai sistemi di qualità alimentare” – Secondo bando – Annualità 2011, 2012 e 2013.
L’Assessorato all’Agricoltura ha revocato l’anticipazione della scadenza del secondo bando di attuazione della misura 132 “Partecipazione degli agricoltori ai sistemi di qualità alimentare” del Psr 2007/2013.

Le domande di aiuto o pagamento relative all’annualità 2013 potranno essere, pertanto, presentate per via telematica, tramite il Sistema informativo agricolo regionale (Siar) entro le scadenze inizialmente indicate:
– il prossimo 30 aprile per la VII sottofase temporale;
– il 30 settembre 2013 per l’VIII sottofase;
– il 15 dicembre 2013 per la IX e ultima sottofase.

Ricordiamo che i sistemi di qualità per i quali è riconosciuto il sostegno riguardano:
– i prodotti destinati direttamente e indirettamente al consumo umano, ottenuti e certificati applicando il metodo dell’agricoltura biologica;
– la protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni d’origine dei prodotti agricoli alimentari;
– i vini qualificati Dop/Igp (Doc, Docg e Igt).

Per ulteriori informazioni gli agricoltori interessati possono rivolgersi all’Ufficio relazioni con il pubblico (Urp) dell’Assessorato, al numero 070 606 7034, o all’Urp di Argea Sardegna, al numero 070 6026 2067, dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 13 e il martedì e il mercoledì anche dalle ore 16 alle ore 18.

Consulta i documenti

Informazione a cura dell’Urp della Presidenza

La sovranità alimentare inizia sul balcone

fonte: Vivi con stile (vedi articolo originale)

Equità, giustizia sociale e sostenibilità ambientale sono gli ingredienti perfetti per il cibo di chi vuol cambiare stile di vita alimentare: parola dell’agro-ecologo Michel Pimbert.

Michel Pimbert è un francese che parla un inglese molto british… è un ricercatore internazionale e team leader per l’alimentazione e l’agricoltura presso l’Istituto Internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo con sede nel Regno Unito. Parla di agricoltura ecologica e attualmente è vice presidente della commissione per l’ambiente, la politica economica e sociale (CEESP) di The World Conservation Union (IUCN). Si occupa di sovranità alimentare, di agricoltura sostenibile, di politiche ambientali e biodiversità con una passione per l’azione partecipativa e i processi democratici dal basso. Lo abbiamo incontrato durante il lancio di Hungry for Rights, un progetto sul cambiamento degli stili alimentari, promosso da ACRA-CCS, di cui Legambiente è partner.

Spreco di cibo nelle città del Nord del mondo e carenza di cibo nel Sud del mondo… C’è una soluzione al problema della crisi alimentare?

E’ un’idea diffusa che non ci sia cibo a sufficienza per sfamare il Sud del mondo, ma le vere questioni sono altre: la distribuzione e le differenze di reddito. Il problema della crisi alimentare non si risolve aumentando la produzione di prodotti agricoli, ma intervenendo sull’accesso al cibo e alla terra e sulla giusta remunerazione di chi produce.

E i cittadini, cosa possono fare? Lei, ad esempio, parla di sistemi alimentari locali.

Voi italiani avete l’esempio dei GAS, i gruppi di acquisto solidale. I sistemi alimentari locali di cui io parlo tengono assieme il concetto di filiera corta, di kilometro zero, e molto altro ancora. Possono essere organizzati da una singola famiglia e poi estendersi a un quartiere o ad un comune. Includono la produzione, la lavorazione, la distribuzione, l’accesso, l’uso, il riciclo e lo smaltimento. Si tratta di sistemi che non sono poi molto lontani da quello che da secoli avviene nelle comunità del Sud del mondo.

In Italia gli orti urbani sono diventati una realtà nazionale. Sempre più persone scelgono di coltivare ortaggi sul balcone di casa…

La cultura di un luogo e il cibo, a mio parere, sono strettamente legati: i sistemi locali, e anche gli orti, dovrebbero essere in mano ai cittadini, stare sotto il loro controllo, per essere sostenibili anche dal punto di vista ecologico, e per permettere la riscoperta della cultura alimentare e della biodiversità.

Scusi, lei parla anche di sovranità alimentare. Che cosa intende?

La sovranità alimentare è il diritto di ogni popolo di determinare di cosa si alimenterà, di decidere dunque della propria agricoltura e dell’uso della propria terra. Ne conseguono una pluralità di sistemi alimentari autonomi, fondati su equità nella ridistribuzione del profitto, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

 

CRA – CER – Dalla ricerca scientifica nasce la ‘carta d’identità’ per la pasta made in Italy

fonte: puglialive.net (vedi articolo originale)

Dalla ricerca scientifica nasce la “carta d’identità” per la pasta made in Italy
Il direttore del CRA-CER, Roberto Papa: «Grazie alla metabolomica riusciamo a risalire alla zona di coltivazione di un prodotto a partire dalle molecole».

Il lavoro si basa sull’identificazione di geni utili al miglioramento genetico con tecniche di genomica

Una carta di identità per la pasta di grano duro. Sapere tutto, quasi tutto, sulla pasta che finisce nel piatto è possibile, grazie alla ricerca del Centro di Ricerca per la Cerealicoltura del CRA. Nell’avanzatissimo laboratorio di Metabolomica del Cra-Cer di Foggia, il lavoro dei ricercatori consente infatti di risalire alla zona di coltivazione di un prodotto a partire dalle molecole. Con la metabolomica si può tracciare il profilo di un frutto (grano) e persino di una foglia, fino ad arrivare al terreno da cui proviene. E’ una delle novità emerse durante il corso internazionale “Metabolomics and Plant Breeding” in corso a Foggia presso il Cra – Cer fino al 19 aprile.

«Stiamo lavorando sull’identificazione di geni utili al miglioramento genetico – sottolinea il direttore del CRA-CER Roberto Papa -, attraverso tecniche non Ogm ma di tipo molecolare (genomica), per renderlo più efficace e veloce in funzione di obiettivi classici, come la qualità. Per il frumento duro, con qualità si intendono proteine, glutine e colore». Inoltre il Centro di Ricerca per la Cerealicoltura del Cra si occupa della sostenibilità ambientale: produzione in condizione di ridotte fertilizzazioni azotate, cambiamenti climatici, riduzione degli input energetici, e in relazione ai patogeni delle piante.

«Con il progetto Pl.A.S.S. (realizzato con l’Università di Foggia, sulle tematiche scientifiche e tecnologiche inerenti le relazioni tra alimentazione e salute), abbiamo di recente implementato la piattaforma di metabolomica – spiega Papa – che ci consente di essere forse una delle più importanti piattaforme in Italia e che permette con strumentazioni di chimica avanzata di analizzare in modo rapido tutti i componenti metabololici di un determinato tessuto. Significa che siamo in grado di avere un’analisi di quasi tutte le molecole presenti. Può risultare molto utile per la tracciabilità. Proseguendo su questa strada potremmo arrivare a realizzare una mappatura, una sorta di certificato del prodotto».

Prevenzione e gestione dei rischi lungo la filiera produttiva alimentare

Pubblicato su Adnkronos (vedi articolo originale)

Roma, 9 apr. – (Adnkronos) – Le pressioni da parte dei clienti sono la ragione principale che spinge soprattutto le piccole imprese a impegnarsi nella prevenzione e gestione dei rischi lungo la filiera produttiva, mentre il 60% circa delle grandi aziende considera la gestione dei rischi lungo la filiera parte integrante delle proprie strategie di aziendali, oltre che un fattore di forte differenziazione. E’ quanto emerge da un’indagine svolta dall’ente di certificazione DNV Business Assurance e GFK Eurisko, che ha coinvolto circa 500 professionisti di importanti aziende del settore food & beverage in Europa, Nord America, Sud America e Asia. Sicurezza alimentare (63%) e qualità (54%) sono le aree che le aziende, soprattutto le manifatturiere di prodotti finali destinati ai consumatori, considerano più vulnerabili nella gestione della filiera; un aspetto che preoccupa meno le aziende del settore primario (agricoltura, allevamento, caccia e pesca) che invece sono più spaventate dai rischi derivanti da leggi e regolamenti insieme alle aziende del settore distributivo, logistica e food service,probabilmente per via della maggiore pressione a cui sono esposte da parte delle autorità e da consumatori sempre più consapevoli ed esigenti. Meno temuti (almeno fino a oggi) i rischi finanziari (38%). Fanalino di coda le relazioni con le comunità (10%) e l’etica (8%).

Peculiare la visione delle aziende italiane, che considerano la qualità al primo posto, ma riconoscono grande peso ai rischi finanziari, più che alla sicurezza alimentare, probabilmente data un po’ più per scontata. In Italia, inoltre, solo il 17% dei professionisti intervistati vede nell’impatto ambientale una possibile area di minaccia del business.   La filiera produttiva nel settore food & beverage è un terreno così complesso e variegato che non esiste una sola ricetta per ridurre i rischi, serve combinare diversi strumenti. Non c’è un’azione di mitigazione del rischio a cui si ricorre più di altri, le aziende le implementano tutte in misura superiore all’80%: dall’esclusione di fornitori provenienti da aree sensibili, alla diversificazione degli stessi, ad attività di sviluppo dei propri fornitori. E ancora, attività di assessment (ispezione e verifica), certificazione secondo standard normativi, piani di gestione delle emergenze e trasferimento del rischio.  A scegliere la strategia di diversificazione dei fornitori o a evitare di ricorrere a fornitori situati in Paesi a rischio, sono soprattutto le piccole aziende. Le grandi aziende, invece, rivelano un approccio più strutturato, optando per attività di assessment sui fornitori e sui rischi, per la collaborazione nello sviluppo di fornitori strategici (co-makership), le certificazioni e le attività di preparazione alle emergenze. Le imprese poi ritengono più efficaci le attività di assessment soprattutto per la gestione delle problematiche connesse alla qualità e alla sicurezza alimentare, al pari di certificazione e attività per la gestione delle emergenze, che sono anche le azioni preferite per far fronte a potenziali rischi ambientali.

Non c’è dubbio sulle ragioni che portano le aziende ad adottare strumenti di prevenzione e gestione del rischio lungo la filiera. Non sono le leggi (36%), né l’influenza da parte dell’opinione pubblica (39%), a esercitare la maggior pressione. Più del 50% degli intervistati dichiara di essere spinto all’azione dai bisogni e dalle richieste dei clienti. Questo è vero soprattutto per le piccole imprese, mentre il 60% circa delle grandi aziende considera la gestione dei rischi lungo la filiera parte integrante delle proprie strategie di aziendali.

In Italia la crisi rende centrale il ruolo del mercato; clienti, competizione e ragioni economiche guidano e orientano le scelte nella gestione del rischio di filiera. Le aziende che hanno implementato azioni di mitigazione del rischio lungo la filiera dichiarano di averne tratto dei benefici di tipo concreto, sia in termini di miglioramento della qualità del prodotto (74%) e vantaggio competitivo (51%), sia per quanto concerne la reputazione di marca (42%), aspetto particolarmente caro ai titolari del prodotto finale.

Apparentemente il costo (62%) sembra un freno. Il fardello pesa di più in Asia e Nord America (in entrambi i casi pari al 71%). Il peso economico si fa sentire più o meno equamente nel sostenere investimenti per la sicurezza alimentare, la qualità o l’ambiente. Sono vissuti come particolarmente onerosi i costi legati all’etica, che ”pesano” per l’84% degli intervistati. In realtà i benefici complessivi risultano senz’altro superiori agli investimenti richiesti. Solo il 9% degli intervistati ritiene che i benefici siano inferiori ai costi sostenuti.

Per quanto riguarda il futuro secondo gli intervistati non cambieranno le priorità (sicurezza alimentare, rischi finanziari – +12% – e qualità) ma una maggior consapevolezza della necessità di un approccio più sostenibile in futuro è indicata dalla percezione crescente di rischi legati agli eventuali impatti generati dalle relazioni con la comunità (+9%), dall’ambiente (+8%) e dagli aspetti etici (11% vs. 8%). L’etica guadagna attenzione in particolar modo in Europa, anche in Italia. In crescita anche il peso di leggi e regolamenti, soprattutto in Asia e nel continente americano. Certamente i recenti fatti di cronaca contribuiranno a mantenere alta l’attenzione.

Sicurezza alimentare, controlli su filiera della pesca: 143 chili di pesce sequestrato

fonte: paesesera.it (  vedi articolo originale  )

Due notizie di reato a carico di esercizi commerciali per frode in commercio, 14 sanzioni amministrative per un totale di 20.830 euro, 143,85 chili di prodotto ittico vario sequestrato. E’ il bilancio dell’operazione “Primavera 2013”

Due notizie di reato a carico di esercizi commerciali per frode in commercio, 14 sanzioni amministrative per un totale di 20.830 euro, 143,85 chili di prodotto ittico vario sequestrato. E’ il bilancio dell’operazione “Primavera 2013” che ha visto impegnati gli uomini della Capitaneria di Porto di Roma e del dipendente Uffico di Ostia in una settimana di controlli finalizzati ad verificare e reprimere gli illeciti nel settore, ma principalmente a garantire la tutela del consumatore. Le violazioni più significative accertate riguardano le condizioni igienico-sanitarie e la mancanza di documentazione attestante la provenienza e tracciabilità dei prodotti ittici.

I MONITORAGGI – L’attività, che ha visto l’impiego della squadra di Polizia Marittima e diversi nuclei operativi di difesa del mare, per un totale di 30 militari, ha interessato in particolare, i mercati ittici all’ingrosso e rionali, la piccola e grande distribuzione, i punti vendita nonché i ristoranti di specialità orientali e nostrane, al fine di verificare la corretta etichettatura dei prodotti ittici venduti e le relative informazioni obbligatorie da fornire al consumatore finale, nonché le previste autorizzazioni sanitarie per la vendita/somministrazione di molluschi e prodotto ittico, e la documentazione provante la rintracciabilità e tracciabilità dei prodotti ittici commercializzati. Sono state monitorati i comuni di Fiumicino e Roma, con maggiore attenzione ai quartieri di Roma Capitale più a rischio di commercializzazione di prodotti ittici non idonei.

Mozzarella di bufala sul piede di guerra

fonte: informatoreagrario.it ( vedi articolo originale  )

I produttori della mozzarella di bufala dop entrano sul piede di guerra e minacciano di «abbandonare la produzione di mozzarella dop dal 1° luglio» se non saranno apportate modifiche alle norme che impongono ai caseifici di allestire stabilimenti separati per la mozzarella dop, che deve essere prodotta con solo latte di bufala, rispetto a quelli per la produzione di ricotta e altri prodotti caseari, realizzata con normale latte vaccino.
La decisione è contenuta in una lettera di protesta che sarà inviata nelle prossime ore al Mipaaf, alle Regioni interessate e alle Commissioni agricoltura del Parlamento. La missiva è stata redatta e firmata dai componenti del cda del Consorzio di tutela della Mozzarella di bufala e dai soci.

La creazione di sistemi alimentari sicuri e sostenibili sarà una delle questioni prioritarie all’ordine del giorno di Expo 2015 di Milano

fonte: diariodeweb.it ( vedi articolo originale )

La creazione di sistemi alimentari sicuri e sostenibili sarà una delle questioni prioritarie all’ordine del giorno di Expo 2015 di Milano, ha dichiarato Eduardo Roja-Briales, Vice Direttore Generale della FAO per il settore foreste, che è stato nominato Commissario Generale per i preparativi delle Nazioni Unite all’evento.

Il tema dell’Expo 2015 è «Nutrire il Pianeta. Energia per la vita». La discussione verterà intorno ad argomenti questioni come la sicurezza alimentare, le donne e la nutrizione, lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico, tutte questioni strettamente collegate al lavoro della FAO ed di altre agenzie ONU.

«La nostra sfida per Expo 2015 sarà quella di far riflettere e riuscire ad ispirare interventi ed iniziative per creare sistemi alimentari sicuri e sostenibili», ha detto Rojas che è stato nominato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon Commissario Generale per il coordinamento delle iniziative ONU.

«L’ONU lavorerà con i suoi partner e con l’Italia, il paese che ospita l’Expo, per condividere quello che abbiamo imparato nel nostro impegno per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni», ha aggiunto Rojas. «Speriamo di riuscire ad aiutare i governi, le organizzazioni, il settore privato e le famiglie a prendere decisioni più consapevoli e coerenti su sicurezza alimentare, nutrizione, sviluppo sostenibile e altre questioni vitali per il futuro del nostro pianeta».

La FAO in collaborazione con il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), il Programma Alimentare Mondiale (PAM), e Bioversity International, illustrerà le attività e le pratiche migliori delle Nazioni Unite nei settori relativi ai temi dell’Expo.

EXPO 2015 – L’Expo, conosciuto anche come Esposizione Universale, è stato tenuto per la prima volta 160 anni fa ed è un’esposizione mondiale non a fini commerciali che punta a promuovere lo scambio d’idee nel campo della cultura, dell’economia, della scienza e della tecnologia. E’ prevista la partecipazione di oltre 140 paesi, di cui circa 80 in via di sviluppo. Saranno presenti anche organizzazioni internazionali, della società civile, settore privato e media.

Oltre ad essere Vice Direttore Generale della FAO, il Dr. Rojas-Briales è l’attuale Presidente del Partenariato Collaborativo per le Foreste, un organismo informale che riunisce 14 organizzazioni internazionali, agenzie e segretariati per promuovere la gestione sostenibile di tutti i tipi di foreste.

La Ue taglia il fondo alimentare per i poveri

fonte: linkiesta.it ( vedi articolo originale )

Corre veloce, in Italia, il tempo degli umili. Imminente è la data del primo gennaio 2014, termine in cui gli oltre tre milioni di poveri assoluti del nostro Paese potrebbero perdere l’accesso al cibo prima distribuito dagli enti caritativi. Se la maggior parte delle risorse per finanziare le extra produzioni di alimenti a fini sociali era prima messa a disposizione dall’Ue – per un totale di 500 milioni di euro – una sentenza della Corte di giustizia, seguita a un appello della Germania, ha stabilito la fine del PEAD, il programma europeo per gli aiuti alimentari. A partire dall’anno prossimo, il sostegno alle strutture caritative sarà per la maggior parte di competenza dei singoli Stati. Risposte soddisfacenti sul piano normativo non sono dunque più rimandabili, pur nel quadro incerto della politica italiana.

«Dopo un intenso lavoro di lobbying in Europa da parte delle organizzazioni non profit – racconta a Linkiesta.it Andrea Giussani, presidente del Banco Alimentare italiano – si è arrivati all’approvazione di una nuova misura di aiuto ai poveri che prevede 2,5 miliardi di intervento dal 2014 al 2020». Una nuova voce nel bilancio dell’Ue che però non riguarda più solo il settore agro–alimentare, ma quello sociale in generale. «Questo potrebbe dare vita a una forma di “concorrenza” tra diversi settori di intervento: dall’educazione, al vestiario, dall’avviamento al lavoro alla distribuzione di cibo». «Inoltre – continua – l’Europa si è nel tempo estesa a nuovi Paesi. Mentre prima si operava, con 500 milioni, in venti Stati facenti parte dell’Unione, dal 2014 si dovranno distribuire cento milioni in ventotto nazioni».

Per dare un dato che faccia comprendere il livello di allarme, al sud, le organizzazioni caritative che si appoggiano al Banco alimentare dipendono quasi totalmente (dal 75 al 90 per cento) dai finanziamenti per le eccedenze dell’Unione europea. L’accesso ai beni di prima necessità, per chi ne ha bisogno, potrebbe essere quindi gravemente compromesso dai tagli di risorse.

In vista dell’imminente scadenza, le organizzazioni non profit hanno battuto la strada di un intervento in capo allo Stato italiano. Nei mesi scorsi, il ministro dell’Agricoltura uscente ha stanziato un fondo a favore del contrasto alla povertà alimentare, istituito dall’Agea e contenuto nel Decreto Sviluppo, oltre a una serie di benefici fiscali. «Senza un governo stabile però, rischiamo di rimandare le tematiche di normativa legate a quanto stabilito dal ministero dell’Agricoltura. Oggi la lista di attesa delle strutture caritative che vogliono essere convenzionate con noi è aumentata enormemente. Se la situazione dovesse rimanere quella che è, dovremmo tagliare parte degli alimenti che attualmente destiniamo agli enti, e quindi alle famiglie, oppure ridurre il numero delle strutture con cui operiamo».

In Italia però si spreca anche molto cibo, sia a livello di filiera agroalimentare, che di singole famiglie, almeno stando ai risultati della ricerca “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità” realizzata da Fondazione per la Sussidiarietà e Politecnico di Milano in collaborazione con Nielsen Italia (Ed. Guerini e Associati). Secondo lo studio, le eccedenze alimentari generate ogni anno nel nostro Paese sono 6 milioni di tonnellate, per un valore monetario di circa 13 miliardi di euro. La ricerca, che verrà presentata il 25 aprile in sede europea, ha però il merito di fare luce sul corretto utilizzo di alcuni termini, come spreco e scarto. Ma soprattutto chiarisce il concetto di fungibilità, caratteristica di quelle eccedenze che, a differenza di quelle inutilizzabili, potrebbero essere recuperate e distribuite a chi ha bisogno.

Sul totale di 6 milioni di tonnellate di cibo sprecato, solo il 54 per cento – pari a 3,2 milioni di tonnellate – è ad alta o media fungibilità, e riguarda principalmente la filiera che va dalla produzione alla distribuzione, fino ai cosiddetti Horeca (ovvero cibo recuperabile da hotel, ristoranti e catering). «La famiglia – spiega Giancarlo Rovati, direttore del dipartimento di sociologia dell’università Cattolica di Milano – è certamente responsabile della metà dello spreco italiano. Ma il cibo che viene scartato a livello di singolo nucleo non è recuperabile se non a costi altissimi».

I settori su cui bisognerebbe agire urgentemente per allargare la quota di ciò che potrebbe essere recuperato sono quindi il primario, quello della trasformazione dei prodotti e quello della grande distribuzione. «Il problema dello spreco in famiglia – continua Giussani – è importante più a livello etico ed emotivo, ma certo non è lì che le organizzazioni possono agire per aiutare chi ha bisogno».

Un’attivazione capillare di forme di volontariato, che operino là dove i banchi alimentari non riescono per problemi di logistica potrebbe essere invece un’alternativa preferibile. «Si potrebbe per esempio mettere in vita forme di solidarietà per ridurre lo spreco a livello base, come recuperare le eccedenze di un panificio e poi distribuirle a tre o quattro famiglie: un lavoro di cui il volontario si farebbe carico singolarmente». «Non bisogna sottovalutare – continua Rovati – l’importanza dell’aspetto della relazione che si crea tra la persona in difficoltà e chi fa volontariato. È solo con il contatto umano che chi aiuta può comprendere e provare ad affrontare i problemi più profondi che stanno dietro alla malnutrizione di un individuo o di una famiglia, siano essi legati alla perdita del lavoro, alla mancanza di istruzione, oppure a problemi psicologici e familiari».

Sicurezza alimentare e tutela del consumatore

fonte: diritto24.sole240re.com ( vedi articolo originale )

Il tema della sicurezza alimentare è sempre più al centro del dibattito internazionale e comunitario (basti pensare alle ultime disposizioni dell’Unione Europea che con il regolamento 1169/2011 ha stabilito un ulteriore giro di vite a tutela dei consumatori),  soprattutto dopo gli ultimi scandali che hanno colpito due colossi come Findus e Ikea, entrambi sospettati di aver venduto cibi a base di carne bovina contenenti tracce di carne di cavallo, senza averne dato indicazione alcuna sulle etichette.

Il fulcro della questione, per quanto attiene al diritto dei consumatori è, tuttavia, di duplice natura.

Da una parte, infatti, il consumatore ha diritto ad essere adeguatamente informato su tutto ciò che compete il cibo acquistato, mentre, dall’altra, lo stesso dovrà essere risarcito ogni qual volta il bene alimento gli abbia generato un danno.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è di tutta evidenza che il consumatore, una volta verificato che l’alimento presentava caratteristiche diverse da quelle riportate sull’etichetta, dovrà unicamente provare il nesso di causalità tra l’alimento stesso e il danno, generalmente biologico, patito. Si pensi, a titolo di esempio, a tutta la casistica riguardante quei cibi che contengano tracce di sostanze allergeniche tali da poter causare, se non debitamente segnalate, gravi danni di natura fisica.

I problemi maggiori, tuttavia, si hanno, invece, quando il cibo presenti sì delle anomalie, ma queste non siano tali da generare un danno diretto al consumatore.

E’ questo il caso della carne di cavallo mischiata a quella bovina.

Fino al momento in cui non si potrà dimostrare la diretta nocività della carne di cavallo utilizzata per detti alimenti, il consumatore, pur sviato dall’etichetta, difficilmente potrebbe riuscire ad ottenere un risarcimento da parte di un Giudice italiano e ciò in ragione dell’impossibilità di allegare alla propria domanda un effettivo danno patito.

Certamente lo stesso potrebbe chiedere la restituzione dei soldi spesi per l’acquisto del bene recante un’etichettatura erronea, ma cui prodest?
E’ di tutta evidenza, poi, che in ogni Paese dell’Unione Europea sussiste una diversa sensibilità verso alcuni cibi.

Se, infatti, per un consumatore medio italiano è del tutto normale mangiare carne di cavallo, lo stesso non potrà affatto dirsi per il consumatore inglese.
Al netto delle differenze tra i diversi ordinamenti giuridici, quindi, per un medesimo fatto e per la medesima violazione di una normativa comunitaria, l’omissione di un ingrediente nell’etichettatura, i consumatori europei si vedrebbero risarciti in maniera completamente differente.

Per ovviare a tali limiti, sarebbe, quindi, auspicabile che l’Unione Europea stabilisse l’obbligatorietà del risarcimento del danno ogni qual volta il produttore di un alimento abbia omesso di indicare tutti gli ingredienti presenti in un dato alimento e ciò per il fatto solo di non aver adeguatamente e completamente informato il consumatore su quello che stava mangiando.

Mattia Marchesi, Avvocato, Studio Legale Mirabile

L’acqua che mangiamo ci farà soffrire la sete dal 2025

fonte: 5minutiperlambiente.com ( vedi articolo originale )

L’acqua potabile è una delle risorse più scarse sul nostro Pianeta ma sembriamo non accorgercene e neanche sembra ci interessi. La maggior parte di noi è nato con l’acqua potabile in casa, sia calda sia fredda; acquistiamo merci prodotte con acqua ma non realizziamo questo uso continuo e costante che ne viene fatto e compriamo come assetati, pur non avendone bisogno. L’acqua si mangia e noi ne mangiamo tanta: almeno 3800 chilometri cubi di acqua dolce sono prelevati ogni anno in tutto il Pianeta e se nel 20125 avremo un miliardo di bocche da sfamare in più allora serviranno ancora altri 1000 chilometri cubi di acqua dolce all’anno pari a 20 fiumi come il Nilo. Su Mareeonline l’intervista a Francesca Greco e Marta Antonelli che hanno scritto L’acqua che mangiamo (ed. Edizioni Ambiente euro 25) in vendita dal 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, che presenta appunto i costi ambientali e economici di quell’acqua virtuale che viene consumata per produrre merci ma che non viene mai conteggiata.

Spiega Francesca Greco:

I consumatori non sono sempre al corrente di cosa ci sia dietro quello che consumano, in particolar modo riguardo all’acqua che viene usata per la produzione dei beni. Per questo motivo ogni consumatore dovrebbe iniziare a conoscere la filiera alimentare dei prodotti che compra e con quale acqua è irrigato. Alcune aziende private stanno cercando di attuare una tutela idrica e già alcune organizzazioni internazionali, una su tutte le Nazioni Unite, applicano questo tipo di tutela soprattutto nel settore alimentare.

In ogni caso se volete sapere quanta acqua si consuma per produrre merci sappiate che, come riporta waterfootprint:

con 300 litri di acqua si ottiene 1 litro di birra
con 1000 litri di acqua si ottiene 1 litro di latte
2500 litri di acqua per avere 1 KG di riso
15400 litri di acqua per avere 1 KG di carne di manzo
10000 litri di acqua ci danno 1 KG di cotone
1600 litri di acqua per avere 1 kg di pane di grano
Certamente le industrie dell’agroalimentare e l’agricoltura dovranno iniziare a porsi il problema e anche noi consumatori iniziando a premiare quelle aziende e imprese che sul serio applicano progetti e programmi per ridurre l’uso e non solo lo spreco dell’acqua.

Carne: un elevato consumo può avere un effetto cancerogeno.

fonte: retroonline.it ( vedi originale )

Recenti studi sull’incidenza di tumori e patologie cardiache associate al consumo di carne confermano quanto già risultato da studi precedenti: carni rosse e carni processate (salumi, insaccati) possono avere un effetto cancerogeno sul nostro organismo.

I nuovi dati vengono dallo studio, che ha coinvolto 10 paesi e oltre 400,000 tra uomini e donne, dello European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC) e rivelano un’associazione moderata positiva relativa a consumo di carne processata e mortalità.

Su una media di 12 anni, l’alto consumo di carne processata ha evidenziato quasi il doppio di rischio di mortalità rispetto ad un basso consumo. Si è osservato un rischio più alto del 43% per quanto riguarda la mortalità associata al cancro e del 70% per morte dovuta a cause cardiovascolari in persone che consumavano 160g/giorno di carne processata rispetto a individui che hanno consumato dai 10 ai 20 g/giorno.

Un aumento di mortalità si è visto anche nei consumatori di carne rossa in generale, ma il rischio è molto più ridotto e sembra associato solamente a una maggior mortalità per patologie tumorali ma non con morte per patologie cardio vascolari, del tratto digestivo, o altre patologie.

Questo può essere spiegato, come ai più è noto, dalla presenza di grassi saturi e colesterolo, i quali sono stati positivamente associati con un aumento della concentrazione di colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e il rischio di malattie coronariche.

Oltre ai grassi nelle carni processate, vi è la presenza additivi considerati carcinogeni o precursori di processi carcinogeni; sembra anche che un alto tasso di ferro (soprattutto di ferro derivante dall’emoglobina, di cui le carni sono ricche) sia correlato con la formazione endogena di composti N-nitrosi nel tratto gastro intestinale che a loro volta sembrano poter esser un fattore di rischio nel cancro al colon.

I partecipanti allo studio, tra i 35 e i 69 anni, non avevano avuto precedenti patologie cardiache o tumorali e per ognuno si è avuta una completa conoscenza delle abitudini alimentari, dell’attività fisica, dell’indice di massa corporea e dello stile di vita.

Un totale di 26,344 partecipanti allo studio (11,563 uomini e 14,781 donne) sono morti durante i 12 anni di follow up; 5556 di patologie cardiovascolari, 9861 di cancro,1068 di patologie respiratorie, 715 di patologie riguardanti il tratto digestivo e 9144 di altre cause.

I ricercatori hanno inoltre considerato che il 3,3% delle morti poteva essere prevenuto se tutti i partecipanti avessero consumato un quantitativo di carni processate inferiore a 20g/giorno

A fronte dei numerosi studi posti all’attenzione della possibile cancerogenicità della carne, diverse organizzazioni mediche invitano a limitare il consumo di carne a 500-600 grammi alla settimana.

Articolo di Olga Anna Furchì.

Ritorna il progetto nazionale: “Frutta nelle scuole”.

locandina-frutta-nelle-scuoleSi sta realizzando in questi giorni, nelle scuole di tutta Italia il programma europeo “Frutta nelle scuole”,  introdotto dal regolamento (CE) n.1234  del Consiglio del 22 ottobre 2007  e dal regolamento (CE) n. 288 della Commissione del 7 aprile 2009,  finalizzato ad aumentare il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini e ad attuare iniziative che supportino più corrette abitudini alimentari e una nutrizione maggiormente equilibrata, nella fase in cui si formano le loro abitudini alimentari.

 

Agroalimentare, gli italiani non rinunciano al “fresco”

Da il velino (vedi originale)

Gli italiani sono i maggiori frequentatori in Europa di macellerie, pescherie, fruttivendoli, salumerie e panifici. In buona sostanza, non rinunciano ai prodotti freschi. Secondo i dati raccolti nell’ultima Global Survey Fresh Food di Nielsen, azienda leader globale nelle misurazioni e analisi relative ad acquisti e consumi, a utilizzo e modalità di esposizione ai media, gli italiani acquistano più frequentemente degli europei prodotti freschi (carne e pollo, pesce, frutta e verdura, pane, prodotti di salumeria, latte e formaggi), consumandone anche più porzioni al giorno. Dall’analisi emerge, inoltre, che tali acquisti sono effettuati principalmente al supermercato per l’ottimo rapporto qualità/prezzo anche se una buona parte dei consumatori preferisce, comunque, i negozi specializzati per la freschezza e la qualità dell’offerta. La Global Survey Fresh Food di Nielsen ha analizzato le scelte dei consumatori, tra il 10 agosto e il 7 settembre 2012, relative a 6 categorie di prodotti freschi: carne e pollo, pesce e frutti di mare, frutta e verdura, prodotti lattiero caseari, pane e panetteria, salumeria (inclusi carne e formaggio).


La survey, inoltre, ha preso in esame le ragioni che li hanno spinti a recarsi in un luogo piuttosto che in un altro per ciascuna di queste categorie di prodotto. Dall’indagine emerge che freschezza, qualità, scelta personale dei prodotti e rapporto umano sono i fattori che incidono maggiormente nella decisione del luogo per l’acquisto. Le motivazioni che spingono i consumatori a scegliere i negozi specializzati sono incentrate soprattutto sulla qualità del prodotto. Da ciò si desume un elevato livello di fidelizzazione dei clienti di questa tipologia di canali di vendita. Il 37% degli italiani acquista pollo e carne una volta alla settimana (in linea con il dato europeo ma sensibilmente al di sopra del dato globale, pari al 27%). Per gli acquisti di carne e pollo il 38% degli italiani preferisce il supermercato (contro il 43% della media europea e il 41% a livello globale), il 22%, contro il 18% degli europei e il 15% come dato globale, si rivolge in macelleria, il 18% all’ipermercato (15% media Eu e global), il 7% al discount. Gli Italiani che scelgono la macelleria come canale per l’acquisto di carni indicano le seguenti motivazioni: il 31% l’alta qualità dei prodotti (+11 punti vs Europa), il 14% perché trova prodotti freschi (+ 10 punti Italia vs Europa), il 12% per prodotti confezionati a livello locale (+ 2 punti Italia vs Europa ), il 10% per la fiducia nei produttori (- 1 punto vs Europa), il 9% per il rapporto qualità/ prezzo (- 2 punti vs Europa). Nonostante oltre un quinto degli italiani rimanga affezionato alla macelleria, questo canale di vendita ha fatto registrare tra il 3° trimestre 2012 e lo stesso periodo dell’anno precedente un calo delle vendite (in valore) pari al 2,6%.

Il 15% degli italiani acquista pesce e frutti di mare almeno 2-3 volte la settimana, rispetto all’11% degli europei e al 17% della media globale. Per il pesce il 32% degli italiani preferisce il supermercato alla pescheria anche se una buona percentuale (il 26%) frequenta questo canale. Il 21% sceglie l’ipermercato. Gli europei acquistano pesce più al supermercato (il 42 %) mentre solo il 18% va in pescheria. Il 43% degli italiani che sceglie la pescheria indica come motivazione quella di avere sempre un prodotto fresco (+ 4 punti vs Europa); il 10% per avere prodotti di alta qualità (- 3 punti vs Europa); il 10% per fornirsi da produttori di propria fiducia (+ 2 punti vs Eu). Benché la pescheria rappresenti per una fetta consistente dei consumatori italiani il canale privilegiato per l’acquisto di pesce, nel periodo considerato si è osservato un calo sensibile delle vendite (a valore), in misura del 6,8%. Il 23% degli italiani acquista frutta e verdura tra le 4 e le 6 volte alla settimana, rispetto al 19% degli europei e al 21% della media globale. Il 37% degli italiani, contro il 31% della media europea e globale, consuma 2 volte al giorno frutta e verdura. Rispetto a quanto osservato finora per ciò che riguarda i canali di acquisto, quando si parla di frutta e verdura si inverte la tendenza: il 31% degli italiani preferisce il supermercato, il 20% utilizza il mini market e il 16% l’iper. Il 40% del campione europeo acquista al supermercato, il 13% all’iper e solo l’11% ai mini market. Il fruttivendolo è scelto dal 20% degli italiani (vs 11% Eu e 16% global), il mercato rionale dal 7% come il discount. Il 18% degli Italiani che sceglie il canale supermercato per l’acquisto di frutta e verdura dà come motivazione il rapporto qualità/prezzo (+1 punto vs media Eu); l’11% quella di avere sempre prodotti freschi (+1 punto vs media Eu). Il 38% degli Italiani che acquista frutta e verdura dal fruttivendolo dichiara come motivazione quella di avere sempre prodotti freschi (+11 punti vs Eu); il 14% il rapporto qualità/prezzo (-1 punto vs media Eu). Il canale fruttivendolo, benché preferito in Italia in misura molto maggiore che nel resto d’Europa, ha subito nel periodo preso in esame una perdita delle vendite (in valore) pari al 3%. Il 32% degli italiani acquista latte e formaggio una volta la settimana (30% media Eu, 24% globale). Il 15%, contro il 17% degli europei, li compera dalle 4 alle 6 volte alla settimana. Il 45% acquista latte e formaggi al supermercato, il 21% all’iper, il 10% presso negozi specializzati il 9% al discount.

Oltre la metà (il 51%) dei rispondenti in Europa per questo genere alimentare utilizza il supermercato (media globale 53%). In Italia, il 24% di coloro che acquistano formaggi nei negozi alimentari specializzati fornisce come motivazione quella di avere prodotti sempre freschi (media Eu 15%), il 16% per rifornirsi da produttori locali (media Eu 7%), il 15% per l’alta qualità dei prodotti (media Eu 5%); l’8% per risparmiare tempo (media Eu 14%); l’8% per la comodità (media Eu 13%); il 6% per il rapporto qualità prezzo (media Eu 12%). Anche se supermercato e iper coprono la quota maggiore degli acquisti in formaggi, il canale discount ha fatto rilevare nel 3° trimestre 2012 una crescita annua delle vendite (in valore) del 7,3%. Un terzo del campione nazionale (il 29%) acquista pane una o più volte al giorno (media Eu 25%; globale 18%). Il 27% (contro il 20% degli europei e il 17% della media globale) dichiara l’acquisto dalle 4 alle 6 volte alla settimana. Gli italiani preferiscono acquistare pane in panificio (38% vs 29% degli europei), mentre il 27% sceglie il supermercato, il 12% l’ipermercato, l’8% i piccoli alimentari e il 6% il discount. Il 31% degli Italiani che acquista pane in panificio indica come motivazione quella di avere sempre prodotti freschi (media Eu 31%); il 20% l’alta qualità dei prodotti (media Eu 20%); il 10% la comodità (media Eu 5%); il 9% la possibilità di rifornirsi da produttori di fiducia (media Eu 8%); il 7% la disponibilità di produttori locali (media Eu 8%). Benchè ancora scarsamente frequentato per l’acquisto di pane, il discount, analogamente per i formaggi, fa registrare un incremento delle vendite (a valore) di oltre il 10% (+11,3%). Il 30% degli italiani acquista prodotti di salumeria una volta la settimana (media Eu 36%, media globale 27%). Il 27%, contro il 22% della media europea e il 21% della media globale, 2-3 volte alla settimana. Per la salumeria il 42% degli italiani va al supermercato, il 22% all’iper, il 10% nei negozi specializzati, il 7% al discount. Il canale supermercato è scelto dalla metà degli europei (49%). L’iper a livello europeo è frequentato in ragione del 18%. Il 19% del campione italiano che acquista generi di salumeria al supermercato lo motiva per il rapporto qualità/prezzo (media Eu 19%); il 13% per la varietà dei prodotti (media Eu 14%); il 12% per risparmiare tempo (media Eu 14%); l’11% per le promozioni (media Eu 7%); il 10% per la comodità (media Eu 9%); il 9% per avere sempre prodotti freschi (media Eu 6%).

Per ciò che concerne la variazione annua delle vendite a valore, anche in questo caso il canale più produttivo si è rivelato quello del discount, con una crescita del 14%. “Il cibo fresco è insostituibile in una dieta sana e rappresenta in media la metà del totale della spesa alimentare – ha dichiarato Roberto Pedretti, Amministratore Delegato di Nielsen Italia – Qualità, tracciabilità, ampia gamma di prodotti e, in modo particolare, rapporto umano con il retailer costituiscono i fattori che spingono il consumatore a tornare presso lo stesso negozio. I cibi freschi si caratterizzano, inoltre, per un’elevata frequenza d’acquisto. Per questo – ha continuato Pedretti – hanno una funzione di volano per le vendite nel loro complesso. Tenendo conto di questi elementi, possiamo dire che il “fresco” ricopre un ruolo strategico nel retailing, sia in termini di fidelizzazione del consumatore che di produttività dei singoli canali. L’ampia gamma di prodotti, l’offerta qualitativamente elevata, l’affidabilità dello staff dei venditori in termini di capacità di rispondere alle esigenze del consumatore sono tutti elementi riscontrabili nel reparto del fresco dei punti di vendita. In questo senso, il format del fresco costituisce un importante elemento di distintività tra canali di vendita e tra negozi dello stesso canale – ha concluso Pedretti.

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