In Basilicata, tre sono i potenti: il Re, il Papa e chi non ha niente!

“Tre sono i potenti: il Re, il Papa e il pezzente, ovvero chi non ha niente.”

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Spesso, questo detto lo senti dire, a conclusione di un fatto, nazionale o locale, politico o sociale, personale o generale, ed esprime la saggezza e l’animo delle persone della Basilicata.

I primi due, il Re e il Papa, sono il simbolo di Potenza di chi è al comando, mentre il terzo, il pezzente, è colui che non possedendo assolutamente nulla, non ha niente da perdere, di conseguenza è altrettanto potente. Spesso, il pezzente rappresenta quelli che riescono, con i loro comportamenti, a contestare, ad andare controcorrente o a non avere paura di trasgredire “le regole imposte” per comodità o per beneficio soltanto di alcuni, proprio perché non possiede nulla.

Il resto del popolo è la massa che, anche se ha studiato, non riesce ad avere una capacità critica o, se la possiede, non ha coraggio di esprimerla, perché non vuole contestare “il potere”, per paura di perdere quello che ha raggiunto (non mi riferisco solo ai beni materiali). Paura che, invece, il pezzente non ha e non potrà mai avere.

“Oggi, in Basilicata non abbiamo niente” – ad affermarlo autorevoli personalità della politica lucana e non un pezzente qualsiasi.

“Allora se non abbiamo niente siamo potenti?”

Secondo me, la strada per raggiungere la vetta è lunga e piena di difficoltà! Non basta non avere niente per essere potente. Anzi, in Basilicata si diventa un potente magnate solo con un’attenta pianificazione, con l’utilizzo razionale delle risorse e tenendo conto delle esigenze dei cittadini. Per diventare potente ci vuole qualcosa. Ma cosa?

“Facile,le trivelle!”

Le trivelle producono soldi. I soldi servono. È una questione di sopravvivenza. Con i soldi della valle riusciremo a mantenere l’intera regione. Con i soldi delle trivelle non ci arricchiremo di certo, ma riusciremo a coprire almeno i mancati trasferimenti dello Stato, uno dei tre potenti.

Questa comunità è stanca di subire e vuole essere lasciata in pace. Con quei soldi potremo pagare gli stipendi di noi tutti e non faremo, quindi, la fine di quel vecchietto che, anni fa, si appropriò in un market di Firenze di una sola scatoletta di tonno, perché aveva fame e che adesso non c’è più.

Si, non c’è più perché è morto.

Quando arrivò la polizia, chiamata dal responsabile del negozio, il cuore del vecchietto si arrestò per un infarto. Il vecchietto era povero, aveva tanta fame ma non pezzente. L’infarto gli fu causato dal dolore di aver perduto la dignità, sua unica ricchezza; un bene raro che i potenti non hanno. La povertà non è né naturale né inevitabile, ma è il risultato di decisioni. La povertà non è solo relativa alla mancanza di risorse, ma soprattutto ai comportamenti e alle scelte di chi detiene il potere.
Ma chi deve compiere le scelte: il Governo degli uomini o il governo delle leggi?
Di fronte alla classica dicotomia tra ‘il governo degli uomini’ e ‘il governo della legge’, intesa come fondamentale distinzione tra i modelli di regime politico, la via intrapresa dalla politica è stata soprattutto quella di cercare la soluzione al problema del miglior regime politico nell’ambito della prima possibilità.
Secondo il “governo dell’uomo”, il problema da risolvere, in questo momento, è la povertà. Non importa se dovrà rimetterci la dignità.
Credo che al fondo di tante riflessioni sulla governance, alle aspettative, alle delusioni, alle mistificazioni, alla retorica, a volte, il giurista legga il dilemma: governo delle leggi e governo degli uomini.

Già, il giurista! Un matematico, uomo di scienza e coscienza, invece semplificherebbe dicendo: “il governo delle leggi sta al governo degli uomini come il manuale di medicina sta al medico.”

In effetti, le istruzioni del manuale sono generiche, ma in assenza dell’esperto occorre affidarsi ad esse, pur essendo consapevoli della loro inadeguatezza.
Se volessimo tentare un difficile e certo discutibile raccordo tra il bene comune (rubo lo slogan agli smacchiatori) e impresa, direi che l’impresa negli ultimi anni ha dato troppo spazio al governo degli uomini, al capo-azienda, alla retorica dell’efficienza manageriale, con un’eclisse del governo della legge, delle norme, delle regole. E ciò in parallelo, ma le mie sono osservazioni grezze, con un mercato (e un’economia) che troppo spesso ha rotto l’equilibrio tra libertà e regole del gioco.
Nel far questo ci si è troppo spesso dimenticati dei limiti, ed anche dei pericoli, da sempre noti come insiti in tale tipo di soluzione del problema.
Con una certa dose di ingenuità si è così creduto che quei limiti e quei pericoli potessero essere scongiurati attribuendo ai rappresentati del popolo sovrano poteri che secondo i fautori del ‘governo della legge’ avrebbero ecceduto ogni reale possibilità di controllo.
Tale credenza è stata indubbiamente favorita dal declino della tradizione del diritto naturale, dall’affermarsi della convinzione che i limiti della legislazione potessero essere soltanto esogeni, e dall’attenuarsi della distinzione tra ‘legge’ e ‘provvedimento amministrativo’.
Non è sempre vero che un provvedimento amministrativo rispetti la legge. Resta la considerazione che sia povero e infecondo colui che scegliendo non ricorre alla memoria, mentre è arido e col fiato corto lo studioso senza consapevolezza della storia e del pensiero da cui viene!
“Io applico la legge dell’Articolo Quinto!”. Questo lo sappiamo. Ma l’articolo quinto non perdona. Posti di lavoro, soldi per tutti in cambio di un buco e di una fastidiosa trivella che durerà solo un anno. Già un anno!
Ma secondo alcuni “autorevoli” studiosi, la morte arriva in un secondo. Un attimo. E in quell’attimo prima puoi concederti al delirio dell’onnipotenza che ti farà sentire forte, anche solo per quel momento. Un bel riscatto no? Ma un anno sono 365 giorni, sono anche 8.760 ore che equivalgono a 525.600 minuti e che, in secondi, sono esattamente 31.536.000. Ciò vuol dire che sono milioni di attimi per sentirsi potenti. Ma i pozzi senza fondo non esistono, lo sanno tutti (o quasi), e quindi il delirio non potrà che durare solo qualche secondo! Posto che i potenti hanno «smarrito il nesso tra cultura e politica» e hanno lasciato la società «alla sua disgregazione», che cosa occorre fare? Forse avvicinarsi ai bisogni delle classi meno abbienti? Uscire dai salotti per scendere nelle strade? Mollare le cattedre e calarsi nei mercati di quartiere? Macché. Ecco il verbo di chi non ha niente. Occorre «superioritas». In effetti, Egli ha vinto le ultime elezioni con il 75% dei voti e gode del consenso dell’intero consiglio (o quasi). “…Quindi decido Io! Nel mio paese non c’è nessun dissenso, nessuna manifestazione. Tutti, o quasi, sono favorevoli alle mie scelte!”
Ma c’è sempre il problema del governo delle leggi, supposto che funzionino! In effetti, il problema è nella loro effettività. È un problema enorme, in parte interno e in parte esterno alle regole. È un problema di incentivi, anzitutto; di sopravvivenza (direbbe chi non ha niente) e qui possiamo essere ancora all’interno della norma. C’è una parte dell’enforcement che è norma stessa, non è un dopo. Ma c’è poi il problema dell’applicazione per il caso che la barriera preventiva dell’incentivo non abbia funzionato. Qui siamo di fronte a un problema più ampio; qui si innesta il discorso sul sistema della giustizia per l’impresa.
Come non prendere in seria considerazione, allora, l’amara constatazione di Hayek, economista e filosofo austriaco, del XX secolo, esponente storico del liberalismo, secondo il quale ovunque, e con mezzi legali, i governi hanno travalicato i poteri loro assegnati dalle costituzioni alla quale si richiamano, e secondo il quale risultato di ciò è stato che «il primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme costituzionali è evidentemente fallito»? Possiamo ancora evitare di sottoporre a critica l’interpretazione della democrazia come dottrina secondo la quale la maggioranza può legiferare su ogni materia particolare?
Del resto, i cuori delle masse hanno sempre desiderato riconoscere un’individualità che si facesse portavoce dei loro sogni. Quello che più profondamente colpisce, nel seguire l’andamento di quest’evoluzione, è che, da qualche decennio a questa parte, l’“eroismo” è scaduto a mero significante di furbizia (chi meglio si destreggia nelle maglie di un vischioso sistema impersonale è ‘eroe’!) o, all’opposto, di inettitudine (coloro che soccombono nella pratica, ma non si lasciano morire nell’anima). Lungi da noi l’intenzione di celebrare incondizionatamente il carisma individuale, vorremmo semplicemente restituire all'”eroe” il valore di un agire che, nel bene e nel male, ha inciso profondamente sul corpo sociale e sui sistemi politici: nel bene, come sopravvivenza resa alla collettività, nel male come impostura, finzione.
In Basilicata molti sono rimasti delusi dalle scelte incondizionate e unidirezionali della politica degli uomini, dei cosiddetti eroi. Nel frattempo a pagare è l’ambiente. Doveva portare ricchezza e lavoro. La regione nel frattempo è diventata la regione più povera d’Italia.
Non solo, quindi, giudicare la realtà, ma arrogarsi il diritto di decidere a priori per conto di chi guarda, ciò che può e deve essere “compiuto” e ciò che non può né deve esserlo.

Consapevoli delle nostre forze intellettuali, non sarà difficile squarciare “il velo di Maia” delle menzogne e degli inganni spesso subiti, ma altrettanto spesso cercati, come palliativi e analgesici della paura e dell’angoscia di vivere.
Anche la morte non è niente. È semplicemente un passaggio dall’altra parte, ma ti consente di sentirsi potente. Quel vecchietto, un secondo prima di morire, avrà pensato: Codardi, ce ne sono solo tre, ma più di tutti l’uomo del niente!

Se potessi avere mille euro al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità…

eniEra il 1981 quando in Val d’Agri fu realizzato il primo pozzo esplorativo dell’era “moderna”, dopo anni d’intense ricerche petrolifere sul territorio. Ma la corsa all’oro nero in regione è iniziata da quasi un secolo. Che ci fosse il petrolio si è sempre saputo. Il senatore a vita e più volte ministro della Repubblica, Emilio Colombo, raccontava che, mentre percorreva a dorso di mulo l’alta Val d’Agri per la campagna elettorale del 1946, i montanari con fare circospetto gli mostrarono una meraviglia nascosta presso Tramutola: “una ferita della terra da cui colava un olio scuro. Anni dopo, quand’ero sottosegretario all’Agricoltura, me ne ricordai e avvertii Mattei. L’Agip fece le sue ricerche ma non trovò nulla. Poi negli anni Ottanta lo trovarono, ma se n’è parlato poco”.
Furono quelli gli anni in cui la Basilicata scelse di legare il suo sviluppo al petrolio della Val d’Agri, attualmente il più grande giacimento petrolifero d’Europa su terraferma.
Proprio con i facili entusiasmi di allora, si arrivò a paragonare la Val d’Agri al Texas perché in questo splendido territorio per lo più protetto (Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese) alcune compagnie con in prima fila l’Eni, avevano scoperto e coltivato giacimenti di petrolio oscurando per buona parte di questo stesso arco temporale quanto l’ambiente incontaminato della valle, ricca d’acqua, di sorgenti, di paesaggi mozzafiato andava pagando in termini di compromissione delle risorse, di industrial pollution, di estinzione delle specie animali e vegetali, di declino della biodiversità e via dicendo, provocando inquinamento dell’acqua, della terra e dell’aria.

Da quel primo pozzo, ormai non più in produzione, tanti altri sono stati realizzati in lungo e largo per la valle, in aree protette, vicino a fiumi, dighe, sorgenti, aziende agricole, alberghi e centri abitati.
Quando fu scoperto il petrolio in Basilicata ci furono grandi festeggiamenti. Pareva che sulla regione dai due nomi fosse piovuta la manna dal cielo (e un po’ su tutto il nostro Paese…). La quantità di “oro nero” estratta non è un’enormità ma non è neanche poco: oltre l’80 per cento del greggio estratto in Italia e un po’ meno di un decimo del fabbisogno nazionale. Subito però iniziarono anche le polemiche da parte di chi vedeva nell’attività estrattiva solo gli aspetti negativi, principalmente di carattere ambientale, ma non solo (i campi di petrolio in pratica hanno danneggiato importanti attività agricole).
A Viggiano, in Basilicata, nel Centro Oli, dove la puzza perenne di zolfo viene avvertita a svariati km di distanza, mentre la notte è illuminata a giorno dalle fiamme fuoriuscenti dalla torre, alta fino a trenta metri, si consuma l’ennesimo delitto contro l’ambiente e contro le popolazioni della zona. E pensare che il centro oli ricade nell’area chiamata “Le Vigne” nota da sempre per le coltivazioni vitivinicole. Una volta le Vigne erano giardini, oggi sono distese incolte e cimiteri di viti estirpate. Quelli che una volta erano contadini dal cervello fino ora sono persone demotivate in attesa di ricevere una buona e convincente offerta per coltivare il sogno di diventare “petrolieri”. È tempo di trebbiatura del grano ed è un’ottima annata: si producono 30 quintali per ettaro, ma non bastano a coprire le spese vive, considerato che se si è fortunati si venderà a 18 euro al quintale. L’uva, quando si vende, costa 70 euro al quintale, olive un po’ meno, per non parlare delle aleatorie coltivazioni e quotazioni di ortaggi vari, che hanno mandato sul lastrico tantissimi imprenditori agricoli. E allora, come dargli torto? 2000 euro al mese per sole 12 ore di lavoro su un pozzo di petrolio in cambio della promessa di lasciare che i giardini diventino campi deserti. Del resto, quando li guadagnerebbero coltivando grano duro? Ma non è possibile che si dimentichi la vocazione di queste terre, di questi giardini.
L’area della Val d’Agri è da sempre caratterizzata da un’attività prevalente agricola. La sua economia, fino a qualche decennio fa basata prevalentemente sull’attività agricola e forestale, è oggi fortemente integrata e con un settore primario ancora strategico per gli scenari di sviluppo dell’area.
Nel bene o nel male negli ultimi anni la società valligiana è riuscita a sopravvivere senza miti sociali (ed è riuscita a farlo bene anche per molto tempo prima di tali anni).
Nel suo complesso è rimasta a tratti profondamente depressa dimostrando non in grado di generare, o solo di fare proprio, un “mitologema” creato da altri.
Nessuna idea, nessun progetto sociale, nessuna visione idealizzata del “futuro desiderato” per la Valle è riuscita a trasformarsi in un fattore in grado di generare un ottimismo sociale e personale sufficientemente massiccio con la volontà di partecipare al processo di sviluppo che vedeva coinvolta l’intera regione.
Attualmente, il mondo agricolo si sta allontanando molto dalla vita e dalla percezione dei giovani valligiani: il mestiere dell’agricoltore è poco conosciuto, e raramente viene preso in considerazione come opzione per il futuro. Eppure l’agricoltura è un’attività le cui ricadute si manifestano a livello ambientale, sociale, sanitario. E’ importante che i giovani riescano a interpretare la complessità del mondo in cui vivono, a riconoscere le connessioni tra sviluppo, salute, inquinamento ambientale, globalizzazione degli stili di vita, educazione alimentare, partendo da considerazioni su qualcosa che ci riguarda tutti molto da vicino: il consumo quotidiano di cibo.
La situazione agricola della valle mi preoccupa e non poco. Difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi anni. L’unica certezza che mi rimane è l’incertezza del domani!….
La scoperta del petrolio, nelle viscere di terreni argillosi, franosi, geologicamente instabili come quelli della Basilicata, avrebbe potuto rivelarsi la svolta vincente per arricchire la Regione o, piuttosto, rappresentare il rischio concreto di impoverirla ulteriormente.
Io che abito nella valle, Rockfeller e sceicchi, di ricchezza e sviluppo, dalle nostre parti, non se ne sono ancora visti. L’unico dato certo è che la valle si sta spopolando e la tanto auspicata crescita si fa attendere più del previsto. Chi aveva visto uno sviluppo legato esclusivamente al petrolio si deve ricredere: disoccupazione, indice di vecchiaia, indici socio-economici da terzo mondo dovrebbero essere dati “certi” sufficienti a rivedere la posizione iniziale.
Purtroppo, questo sono dati “certi” e che sta, di “certo”, segnando il destino della Val d’Agri!
La potenza economica dell’industria petrolifera è talmente grande, grazie ai suoi capitali e la manipolazione della politica e dell’informazione, che riesce a screditare e perfino ridicolizzare ogni forma di protesta e a smontare le posizioni avverse. Molto spesso l’industria petrolifera danneggia gravemente o distrugge le industrie del turismo e dell’agricoltura, ma l’arrogantissima industria petrolifera percepisce che tutto gli è dovuto, e non si cura affatto né si vuole responsabilizzare dei danni causati all’ambiente. I suoi “servi” economisti, ingegneri, giornalisti, politici, militari, tutti quanti prezzolati a dovere, sono pronti ad assecondarla servendosi del meccanismi della distrazione, del minimizzare, del negare l’evidenza lampante, dell’intimidire, dell’uccidere, anche solo psicologicamente mediante l’emarginazione dei contrari, coloro che si battono sulla base di dati “probabili”, non certi.
Certo è che continuando così, si ha la sensazione che ci siano pezzi di territorio senza futuro e, di conseguenza, pezzi di agricoltura senza futuro, e , soprattutto, pezzi di storia senza più futuro. Che fine faranno i piccoli comuni della Valle e delle aree interne della nostra regione che hanno fatto la storia di questa regione nei secoli scorsi?
Che fine ha fatto la questione agraria che si intrecciava e caratterizzava la più complessa questione meridionale?
Se è vero che estrarre petrolio è un sacrificio che ci viene richiesto dalla Nazione, un gesto patriottico, allora anche l’Italia dovrebbe farlo: salvare un settore in crisi, quello dell’agricoltura.
Se è vero che l’Italia è uno Stato democratico, dove uguaglianza e solidarietà civile sono alla base di una civiltà moderna di un paese avanzato, deve (o dovrebbe) tutelare la salute e i diritti di qualsiasi cittadino, sia del Sud che del Nord.
Ci chiediamo perché in Basilicata la democrazia e il diritto per tutti di curarsi o di studiare debba dipendere necessariamente dal petrolio, ovvero dalle royalties, mentre in altre regioni dove il petrolio non ce l’hanno, invece, è lo Stato a garantire tali diritti?
Se fossimo in un paese civile, di civile dovremmo fare una guerra, ma come ho più e più volte ripetuto, noi viviamo in una Nazione che non sa più, neanche cos’è il civile decoro.
Cosa rimane, nel dibattito odierno, delle lotte contadine, dei “cafoni” meridionali, della riforma agraria, dell’accesso alla terra? “si è fatto giorno”- scrisse mirabilmente Rocco Scotellaro, oltre sessant’anni fa, quando le condizioni dei contadini meridionali e lucani erano al limite della sopravvivenza. “Si è fatto di nuovo notte” – dovremmo scrivere oggi. Proprio perché si è spenta la luce sull’agricoltura lucana, settore vitale per tutta la regione.
Non si dica che questo è catastrofismo, questa è semplicemente la situazione catastrofica che noi stessi abbiamo creato. Questo è il catastrofico presente in cui noi (convinti e non) stiamo vivendo.
Mancando di dati certi, con altissima probabilità possiamo affermare che il petrolio non è infinito, quindi non può essere l’unica “certezza” a cui può far seguito un’inevitabile realtà economica: un’economia interamente ed esclusivamente basata sul petrolio non può crescere all’infinito. La mia convinzione resta quella che il petrolio è una risorsa solo di fronte al deserto. L’unica conclusione sensata a questo ragionamento è che dobbiamo cambiare e farlo in fretta. Non è più tempo per discussioni filosofiche, è tempo di prendere coscienza ed agire con risolutezza.
Non è un fatto personale, sotto questo aspetto non mi permetto di dare giudizi. È una questione di cultura politica, di prospettive, di credibilità e progettualità. Da quanti anni queste persone sono i protagonisti pubblici del nostro territorio e del futuro dei nostri giovani? Da quanti anni, sono loro a decidere in che direzione può e deve andare la Basilicata? I risultati quali sono stati? Mettendo da parte la macchina propagandistica pagata con i soldi pubblici da De Filippo e c., i dati veri documentati dai numeri, vedono la nostra regione sempre più povera, marginale e senza prospettive, senza, nemmeno, un disegno strategico che, almeno, ci farebbe sperare. Non c’è nulla. C’è il vuoto, ci sono solo promesse, proclami, annunci, clientele, favori, ricatti, scambi, sotterfugi, incarichi agli amici degli amici, dignità calpestate.
Purtroppo siamo costretti a convivere con un equilibrio di basso profilo generato dalla stessa debolezza del sistema, caratterizzato dalla logica delle cosiddette “convenienze relative”. Quali soggetti domineranno il nostro futuro? Gli intraprendenti o gli esigenti, i competenti o i raccomandati, gli onesti o i furbi, i meritevoli o gli anziani, i “certi” o i “probabili”?
Rocco Scotellaro commenterebbe: “ecco che uno si distrae al bivio, si perde. E chi gli dice “Prendi questa” e chi “Prendi quest’altra”. E uno resta là, stordito. Aspetta che le gambe si muovano da sole.
Io rilancio e aggiungo: Il petrolio non è compatibile con l’ambiente. O prendi l’uno o prendi l’altro. Devi scegliere, ma spesso sei costretto a scegliere il petrolio.
Ma se scegli il petrolio dovresti avere (o pretendere di avere) una contropartita sufficiente per risarcire le popolazioni che subiscono il danno.
Allora noi chiediamo 1000 euro al mese ad ogni contadino della Basilicata che accetta di rimanere per i prossimi 10 anni sul territorio come presidio permanente, che accetta di contribuire al ripristino ambientale, che si impegna ad azzerare il consumo di concimi, diserbanti e anticrittogamici chimici, che favorisce il ripopolamento di specie vegetali e animali in via di estinzione, che si impegna alla manutenzione di fossi e scoline, alla sistemazione di terreni acclivi, al fine di evitare frane ed erosioni.
Credo sia davvero ora di ritornare ad occuparci di loro. Noi pastori, figli di pastori, figli di contadini prima che imprenditori possiamo riprendere il cammino interrotto, la strada maestra, insieme e senza lotte clandestine, ma con intelligenza e connessione con il mondo.
Lo dobbiamo fare anche per difendere la professione più vecchia e importante al mondo, quella del contadino.

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