Giornata mondiale del rifugiato: la paura e la vergogna.

per-la-terra-uomo-soloNel giorno in cui tra le tracce di maturità ve n’è una dedicata all’art. 3 della Costituzione: quello che recita che siamo tutti uguali senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e, in cui ritorna come ogni anno la giornata mondiale del rifugiato, è forse lecito chiedersi se dobbiamo rimanere fiduciosi che si sappia reggere alla prova scritta così come a quella del tempo e che queste giornate di commemorazione così attese continuino ad avere un senso se poi, episodi come gli ultimi avvenuti in un paese come il nostro, l’Italia, o in America (dove bambini migranti sono rinchiusi in gabbie dopo essere stati separati dai propri genitori) rinnegano ogni presenza di diritto e innescano odio parlando alla maggior parte di noi, alle nostre paure e incertezze.

Art. 9 della Costituzione: ‘la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio’

Leggo con vivo interesse e condivido alcune affermazioni che uomini importanti del panorama storico-artistico hanno voluto condensare in un libro: “Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente”, pubblicato da Einaudi.

Quattro autori, tra cui Salvatore Settis, archeologo, già direttore della Normale di Pisa, presidente del consiglio scientifico del Louvre, mettono intelligentemente il dito sulle piaghe tormentose che dilaniano il nostro, un Paese ormai disastrato, moralmente e materialmente.

Racconta Salvatore Settis, con amara nostalgia, che ci fu in Italia un tempo in cui la direzione generale delle Antichità e belle arti del ministero della pubblica istruzione poteva essere affidata a un uomo come Ranuccio Bianchi Bandinelli, «massimo archeologo italiano del Novecento e vigile coscienza della cultura europea».

“La tutela delle bellezze naturali non può essere disgiunta da quella delle antichità e belle arti e deve essere sottoposta alla medesima regolamentazione legislativa” era il suo pensiero.

Sembra inimmaginabile un’idea così netta nella società dei consumi di oggi dove anche i beni culturali devono essere strumenti di «valorizzazione economica», dove, come documenta Paolo Maddalena, quei beni, violando la legge, sono diventati soltanto merce; dove trionfa la religione del privato; dove si costruisce senza vergogna, contro la volontà popolare, con l’avallo della Soprintendenza, dove i prestiti selvaggi di delicatissime opere d’arte sono la regola, esportate all’estero come gingilli, utili più che altro a funzionari per i loro traffici di potere.

L’articolo 9 della Costituzione in cui si dichiara: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» non nacque dal nulla.

Il dopoguerra fu un momento fervido di riscatto e di comune visione del mondo di uomini e donne di diverse fedi e culture, dai liberali di gran nome come Benedetto Croce e Luigi Einaudi, al socialista Pietro Nenni, ai comunisti Togliatti e Concetto Marchesi al democristiano Aldo Moro all’azionista Piero Calamandrei che ebbero un ruolo essenziale nella stesura della Carta (mi chiedo perchè non riprovare nella nostra terra quello ce fu un esperimento, se così lo vogliamo chiamare, riuscito).

Tomaso Montanari, altro autore del testo, spiega con chiarezza la sostanza dell’articolo 9: se la sovranità appartiene al popolo, com’è scritto nell’articolo 1, «anche il patrimonio storico e artistico appartiene al popolo. E la Repubblica tutela il patrimonio innanzitutto per rappresentare e celebrare il nuovo sovrano cui il patrimonio ora appartiene: il popolo».

Ma cos’è il patrimonio storico e artistico secondo gli autori del libro? «Non è la somma amministrativa dei musei, delle singole opere, dei monumenti, ma è una guaina continua che aderisce al paesaggio — cioè al territorio “della Nazione” — come la pelle alla carne di un corpo vivo».

Il libro imposta un’infinità di problemi: la funzione delle Soprintendenze: Montanari propone una sorta di magistratura del patrimonio indipendente dalla politica; il perenne conflitto tra lo Stato e le Regioni competenti in materia urbanistica (un errore fatale dei costituenti); il consumo del suolo: l’8,1 per cento della superficie nazionale è coperta da costruzioni, la media europea è del 4,3 per cento. Dopo ogni terremoto, alluvione, disastro si piange (non per molto).Chi deve provvedere, chi deve controllare i controllori? Lo Stato siamo noi, amava dire Calamandrei.

E Bianchi Bandinelli: «Noi siamo, davanti al mondo, i custodi del più grande patrimonio artistico, che appartiene, come fatto spirituale, alla civiltà del mondo».

Ce ne siamo dimenticati. Spaesati tra Imu e Iva.

Se oggi Marcovaldo fosse qui…

Salvatore Santoro

Ho ritrovato un pò per caso questa citazione di Calvino che appartiene a un libro “Marcovaldo” scritto nel 1966. Ricordo di averlo letto alle medie e di averlo trovato buffo e sopratutto di aver provato tanta compassione per quel povero personaggio a cui ne succedono di ‘cotte e di crude‘ solo perchè mal sopporta la città che lo ospita (così perfettamente indossata da tutti gli altri suoi abitanti e così scomoda, invece, per il suo modo di essere), in continua ricerca di un suo habitat ideale all’interno di questo contesto ostile.

Una ricerca che quasi sempre si risolve nella costruzione di una dimensione virtuale e onirica, fatta di illusioni e di immagini faticosamente create dalla sua prospettiva mentale fanciullesca e forzatamente ottimistica, pronta a rinnovarsi dopo ogni collasso, che giunge inevitabile, al momento dello scontro con l’onnipresente realtà dei fatti.

Marcovaldo è, infatti, sempre alla ricerca disperata di piccoli stralci di natura in mezzo alle cortine cementizie della sua città, traendo una gioia fanciullesca dalla scoperta di un fungo, nell’aiuola spartitraffico della fermata del tram, oppure dall’avvistamento di stormi di uccelli nel fazzoletto di cielo che intravede fra i tetti.

A rileggerlo adesso mi accorgo che nelle disavventure con le quali il personaggio si trova a convivere il messaggio di Calvino non vuole affatto essere rassicurante: la critica alla “civiltà industriale” non si accompagna all’idealizzazione della vita in campagna o della natura e, dunque, non offre quella prospettiva come via salvifica.

La “salvezza” dell’uomo di città non sta dunque nella fuga dalla città. Non esistono strade facili per recuperare un nuovo rapporto con la essa ed è lo stesso Calvino a chiederselo: “Ma esiste ancora, la Natura? Quella che Marcovaldo trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.

Da quando Calvino sentiva la natura matrigna è inutile dire che la distanza tra città e campagna si è fortemente acuita e nonostante, ancora oggi, per vendere prodotti alimentari, ci si serve di immagini di un mondo rurale e agreste e nei supermercati molte confezioni presentano contadini e fattorie stile anni ’30, con palizzate di legno e bei prati verdi facendo leva su un immaginario bucolico, la realtà è ben diversa.

Viviamo in un’epoca in cui i bambini sono definiti “nativi digitali” ma che si sentono minacciati se trovano un insetto in casa, che non sopportano la sabbia tra le mani. Tutti noi mal sopportiamo qualsiasi odore la campagna ci restituisca: escrementi, sudore, erba marcia, etc. e nulla o pochissimo sappiamo di ciò che mangiano o arriva sulle nostre tavole. 

Per non parlare di quello che avvertiamo andando al supermercato: le stagioni non esistono più ed è possibile, ad esempio, acquistare tutto l’anno pomodori coltivati dall’altra parte del globo, raccolti ancora acerbi e fatti maturare con l’etilene che hanno l’aspetto del pomodoro ma lo sono solo in apparenza ossia ne rappresentano l’idea.

Nel reparto delle carni non si trovano più tagli con l’osso.

Viene volutamente celato il sipario tra noi e il luogo di provenienza dei cibi. Le industrie spesso non vogliono che si sappia la verità perchè se il consumatore la conoscesse non comprerebbe. Se seguissimo infatti a ritroso la filiera produttiva di queste confezioni di carne, sicuramente non troveremo certo una fattoria, ma una fabbrica dove gli animali vivono in piccole gabbie fortemente stressati e imbottiti di chissà quali porcherie.

La realtà è ben diversa da ciò che in genere si crede o da quello che vogliono farci credere.

Gli animali e i lavoratori vengono maltrattati e sfruttati. Gli alimenti sono diventati pericolosi e tutto ciò ci viene intenzionalmente nascosto. Esiste una ristretta cerchia di multinazionali che controlla l’intera produzione alimentare, dal seme al supermercato e che sta assumendo un crescente potere.

Non è solo una questione di cibo e di ambiente trasformato e non più naturale ma è a rischio anche la libertà di espressione e il diritto d’informazione.

Se Marcovaldo oggi fosse tra noi si accorgerebbe che non solo la città gli sarebbe ostile ma anche la natura e il mondo rurale. Non potrebbe più rifugiarcisi prendendo consapevolezza che l’abbondanza, il consumismo e la libertà di scelta sembra di vivere, sono solo fittizie. Si troverebbe a vivere un’illusione di diversità.

E’ inutile dire che le attuali crisi e il momento storico che stiamo vivendo rendono evidente la necessità di trasformazioni profonde. La natura è ancora una risorsa per tutti e dobbiamo riscoprirla per divenire migliori e preservarla godendocela come Salvatore Santoro fa quando la immortala nei suoi scatti.

clicca sulle foto per ingrandirle…

Paesaggi recuperati. I viaggi della mente.

Il-Viaggio

Inizia oggi questa nuova sezione del blog dedicata al mondo rurale, alle campagne e i suoi protagonisti analizzati attraverso il punto di vista poetico e nostalgico dei poeti, degli artisti, dei letterati che da sempre ne traggono ispirazione.

Il paesaggio agrario infatti, ha sempre rappresentato una grande risorsa fisica, produttiva, ambientale, storico-culturale, sociale e potenzialmente fruitiva.

La sua identità è sedimentata nella memoria collettiva attraverso le tradizioni storiche colte e popolari e documentata dai caratteri del patrimonio rurale materiale (edifici, struttura dei campi, reti di servizio, acque, caratterizzazione territoriale dei centri  realizzati negli anni ’50 e che rientrano nella storia della riforma agraria, etc.) e immateriale (canti, feste, etc.).

È un paesaggio caratterizzato da una notevole produttività, un forte sviluppo delle attività di servizio ai cittadini (didattica, turismo, ricreazione, attività sociali, etc.), una forte disponibilità innovativa di buona parte degli agricoltori che rimangono i primi custodi e manutentori del patrimonio storico materiale e della qualità paesaggistica dei luoghi.

La rete sarà lo strumento privilegiato affinchè storia e arte si integrino ad una vocazione essenzialmente agricola delle località e al bellissimo paesaggio che produce splendidi capolavori in ogni area di pertinenza.

Ogni visita diventerà un viaggio in un non luogo e internet ci permetterà di rafforzare il senso di un viaggio non reale, di esplorazione in un mondo che ha qualche motivo di fascino per chi lo cerca.

Un viaggio nei luoghi della de-territorializzazione e della virtualizzazione. I luoghi non luoghi dell’immaginario che danno di sé molte notizie, ma non sempre una loro immagine completa. Come se alludessero o suggerissero ciò che sono, senza mai svelarsi completamente e suscitando quella sana curiosità che li porterà a visitarli.

Da sempre, infatti, i luoghi non sono solo geografici ma anche della mente che noi stuzzicheremo attraverso riferimenti puntuali.

Per chi vi abita sono le radici e gli affetti, gli impegni di lavoro e della vita quotidiana. Per chi non vi è mai stato l’oggetto dei desideri: la campagna vista come quiete dell’anima, il luogo in cui rifugiarsi per riposare; ripensare ai luoghi come lo scrigno di ciò che l’immaginazione può creare. Per altri oggetto di nostalgia: il luogo dei ricordi, delle cose che si vorrebbe poter rifare, dei giorni che si vorrebbe rivivere.

Racconteremo le nostre realtà a tendenza agricola, dove aziende e borghi rurali vivono in simbiosi con il paesaggio, dove natura e storia si intrecciano creando un mix unico tra realtà e fantasia, dove si entra per giocare una parte in una storia che riporta il passato all’oggi, che permette al visitatore di rivivere situazioni e gesta che, personaggi famosi, briganti, hanno vissuto in queste campagne bruciate dal sole, rimaste immutate attraverso i secoli.

E’ a questo che abbiamo pensato quando abbiamo deciso di creare questa sezione che coniugasse cultura a realtà territoriali.

L’altra faccia della medaglia dunque. Un’agricoltura lontana dalle lotte, dai problemi, dagli affanni.

Un ritorno potremo dire nostalgico a un certo modo di vivere che è lontano dalla frenetica vita cittadina. Un ritorno alle nostre origini perse negli anni ’50, quando a causa del diffondersi delle macchine, dell’automazione, dell’industria si produsse, specie nel Sud da sempre agricolo-pastorale, una profonda lacerazione nel vecchio tessuto sociale, sovvertendo nel giro di pochi decenni consuetudini, tradizioni, usi, costumi, modi di vita, consolidati da secoli.

I cambiamenti avvenuti sono stati radicali. Alla civiltà del fare, del creare con le proprie mani, con le proprie forze, si è sostituita quella della macchina.

La stessa trasformazione oltre ad investire il lavoro artigianale ha coinvolto anche il mondo contadino e i processi che un tempo richiedevano fatica, tenacia, dedizione, pazienza, precisione, fantasia offrendo all’individuo le capacità di esprimersi secondo i gusti e l’originalità creativa di cui era dotato; anche una semplice costruzione, diveniva nelle sue mani qualcosa di personale, unico, irripetibile. Si realizzavano e si creavano così oggetti sempre diversi e singolari.

Le testimonianze del passato radicate in una cultura essenzialmente contadina vanno, quindi, attentamente recuperate e custodite: il mondo agricolo e gli artigiani di oggi sono gli eredi e i continuatori di esperienze e arti che si sono tramandate nel tempo sempre più arricchite. Il sistema delle aziende agricole rappresenta infatti, un eccezionale patrimonio di esperienze e luoghi, storia e pratiche economiche, culturali, ambientali e sociali. Esse raccontano una dimensione rurale non ancora scomparsa e che merita di essere salvaguardata, valorizzata e messa a sistema.

Questo storico patrimonio va messo a disposizione della collettività, anche in considerazione della sua collocazione nel paesaggio agrario, dove le occasioni di aggregazione sono rare e richieste.

Consapevoli del progetto ambizioso che stiamo per iniziare vi preghiamo di supportarci. Farà piacere ricevere i vostri suggerimenti, le vostre segnalazioni i materiali e di contattarci al seguente indirizzo mail: k.madio@altragricoltura.net

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