Giornata mondiale dell’alimentazione. In Italia 2,7 mln di poveri.

per-la-terra-ic-montescagliosoOggi, 16 ottobre, nella giornata che la FAO dedica, in tutto il mondo, all’alimentazione, l’Istituto Comprensivo ‘Palazzo-Salinari’ di Montescaglioso (MT) ha invitato l’Associazione per la Sovranità Alimentare per parlare di cibo e alimentazione.

Ci siamo così trovati davanti ad un pubblico composto da oltre un centinaio di ragazzi curiosi, animati dalla volontà di sapere, guidati da docenti pazienti che li hanno impegnati, nelle settimane precedenti, in attività di ricerca e manuali.

L’aula magna dell’istituto, infatti, è stata allestita per l’occasione con i lavori prodotti. E’ stato in questo luogo che, dopo essere stati introdotti dalla docente Margherita Lopergolo e aver ascoltato il canto libero del ‘cantastorie’ materano Pasquale di Pede abbiamo, supportati dalla visione di alcuni video, portato la nostra esperienza evidenziando cosa oggi si celebra, lo stato dell’arte e come possiamo insieme contribuire all’importante obiettivo che la FAO ha chiesto agli stati membri ossia quello di arrivare al 2030 annullando il problema della fame sul pianeta.

Ma partiamo con ordine: quando è stata istituita la Giornata mondiale dedicata all’alimentazione.

Istituita dalla Fao nel 1979, questa giornata si celebra ogni 16 ottobre, giorno in cui ricorre anche l’anniversario della nascita dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Scopo dell’evento è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della fame e della povertà.

Il tema dell’edizione per il 2018 è riassumibile nello slogan della kermesse: Le azioni sono il nostro futuro. Un mondo #famezero entro il 2030 è possibile.

Per questo motivo siamo partiti da un cartone diffuso dal Ministero della Salute che affrontava il tema della corretta alimentazione cercando di offrire ai ragazzi strumenti validi per capire quali sono gli alimenti e gli stili di vita sani, come ridurre gli sprechi non solo alimentari ma anche delle risorse incentivando il consumo di cibo prodotto da produttori locali.

Successivamente la visione di un altro documentario chiamato “la via d’uscita” ha permesso di introdurre il tema dello spreco di risorse sul nostro pianeta. Il video infatti, partendo dalla storia di un chicco di caffè, dalla sua produzione al suo consumo, mostra come, in realtà, l’agricoltore che produce il caffè venga pagato ‘un soldino’, come dice la canzone di Daniele Sepe, mentre tutto quello che vi ruota intorno: intermediari di vendita, pubblicità, GdO, etc. guadagnano moltissimo. Questo contribuisce alla creazione di forti contraddizioni tra chi produce e chi acquista, tra il sud del mondo e quello civilizzato.
Se la Fao infatti, chiede a tutti maggiore responsabilità per raggiungere questo ambizioso obiettivo sarebbe il caso di cominciare a interrogarsi su cosa possa fare ciascuno di noi: “ad esempio se hai degli avanzi, congelali per consumarli in un secondo momento, oppure usali come ingrediente per un altro pasto. Così come quando si mangia al ristorante sarebbe opportuno portare a casa gli avanzi per non sprecare nulla. La coltivazione e diversificazione dei raccolti, poi, dovrebbero essere due punti cruciali, per affrontare una popolazione mondiale in crescita, che si prevede possa raggiungere i 9 miliardi nel 2050. Il cibo sano, infine, può essere cucinato in modo rapido e semplice, utilizzando solo pochi ingredienti; per questo si possono consultare gli agricoltori locali o le nostre mamme per sapere come cucina a casa i suoi prodotti”; non a caso l’istituto ha ospitato le mamme dei ragazzi che hanno insegnato loro a fare la pasta fatta in casa.
Partendo infine da un cartellone sul pomodoro che gli alunni di seconda media avevano realizzato abbiamo introdotto il tema dello sfruttamento delle campagne e del caporalato; un problema vicino ai ragazzi che abitano in un territorio in cui se ne sente ampiamente parlare e gli abbiamo promesso che la prossima volta gli porteremo un barattolo di conserva di pomodoro che porta il logo NoCap; un marchio che garantisce, tra le altre cose, l’uso di manodopera pagata con il giusto prezzo.

I dati. Prima di andar via abbiamo fornito a insegnati e studenti alcuni dati utili per capire quale ampiezza abbia il fenomeno della fame nel mondo.
821 mln di persone su tutto il pianeta soffrono la fame. Il 60% di queste sono donne. Il 45% delle morti sono rappresentate da bambini ed è dovuto alla denutrizione, mentre 151 milioni di bambini al disotto dei 5 anni soffrono di rachitismo. La fame nel mondo uccide più dell’Aids e della tubercolosi. Circa il 70% delle popolazioni più povere vive in aree rurali e lavora nel settore dell’agricoltura.

Ai ragazzi inoltre abbiamo detto che questo problema non è distante anni luce da noi perchè anche in Italia 2 milioni e settecento mila persone soffrono di povertà e non sono morte solo grazie agli aiuti dati attraverso l’accesso alle mense o molto più frequentemente alla diffusione dei pacchi alimentari che rispondono alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che consumare pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli.

Ancora una volta vorremo ringraziare l’istituto comprensivo di Montescaglioso, la Dirigente prof.ssa Salerno, i docenti tutti, gli alunni,i genitori, il personale ATA che hanno reso possibile oltre che arricchente questa giornata.

katya madio

Seguono le foto della giornata:

Insieme per la valorizzazione e tutela del paesaggio. TerreJoniche e Bosco Pantano

per-la-terra-bosco-pantanoUn clic per la valorizzazione e la tutela. TerreJoniche lancia la petizione per la valorizzazione di Bosco Pantano tra i Luoghi del cuore Fai 2018.
Chi conosce l’attività del Comitato per la difesa delle TerreJoniche sa che, infatti, che da quando i territori del Metapontino furono investiti da una importante e devastante alluvione avvenuta nel 2011, ci si è sempre preoccupati di riconsegnare alle comunità la presa di coscienza che la Basilicata tutta è una terra che da sempre ha vissuto uno stretto rapporto con l’acqua e in particolare i suoi fiumi, sulle cui dorsali sono collocati i 131 comuni.
Una conoscenza che si è persa nel tempo e che rischia di diventare pericolosa quando l’acqua all’improvviso, riprende il suo vecchio corso dentro alvei ormai spesso prosciugati per colpa delle dighe che hanno scompensato questo rapporto e creando non pochi problemi alle attività umane e persone.
Lo stesso Bosco Pantano è una delle aree che più ha risentito dell’antropizzazione massiccia come ha per altro sottolineato lo stesso referente dell’Oasi WWf di Policoro, Antonio Colucci, poichè ha contribuito a prosciugare questa importante area umida stravolgendo equilibri ed ecosistemi ormai consolidati.
Con l’idea sempre viva che il patrimonio culturale possa rappresentare un elemento fondamentale che consente di conoscere e promuovere un determinato territorio e, contemporaneamente, richiamare interesse, investimenti, stabilità di presenze abbiamo pensato bene di partecipare all’iniziativa promossa dall’Associazione I colori dell’anima per Vivi Heraclea e in collaborazione con la delegazione Fai della Costa jonica, Wwf, Cea Beranlda e Metaponto.
Una rilassante passeggiata all’interno dell’area umida di Policoro guidata dall’abile guida Simona Iannuzziello (OasiWWF) ha visto partecipi, a fianco dei delegati delle associazioni, un cospicuo gruppo di cittadini in quella che lo scrittore francese Richard de Saint-Non, nel 1781, descrisse come “una foresta sacra… dominata dal silenzio e dall’oscurità misteriosa che regna sotto le immense querce vecchie come il mondo… popolata da una folla pacifica di animali e di ogni specie di selvaggina; dai cinghiali, dai daini, dai cervi, dai caprioli per non parlare delle martore e degli scoiattoli di cui vedemmo una gran quantità passeggiare sulle nostre teste, di albero in albero..”
“Certi che promuovere un territorio significa quindi lavorare sul versante dei valori condivisi ma anche saper comprendere appieno quali sono le possibili reti per la sua valorizzazione, tenendo conto che la cultura rappresenta uno degli elementi dell’identità territoriale e il patrimonio culturale rappresenta un bene prezioso che riveste un ruolo di particolare rilievo per la vita dei cittadini nonchè un elemento fortemente competitivo per la promozione del territorio invitiamo quanti vorranno a cliccare sulla pagina del Fai Bosco Pantano quale luogo del cuore.” E’ l’apello che Katya Madio, portavoce del Comitato, fa a tutti i lucani affinchè sentano propria questa battaglia perchè “è proprio nel rapporto tra identità e territorio, quale elemento centrale per la crescita del contesto sociale ed economico, che la capacità di gestione del patrimonio culturale rappresenta un visibile vantaggio competitivo perchè promuove occupazione, attività produttive, siti museali, tutela del paesaggio. L’importanza di saper “governare” questi processi attraverso l’apporto delle nuove tecnologie poi, in modo tale da attivare flussi di conoscenze, esperienze e nuove relazioni accresce ancor più la possibilità di veicolare tutela e salvaguardia.”

La risposta classica è: e allora il PD?

per-la-terra-foto-articolo-venarucciMi sono sempre piaciute le dirette radiofoniche da Camera e Senato.
E continuo anche con questo Governo perché vale di più ascoltare una dichiarazione di voto che leggere cento rassegne stampa per capire chi, effettivamente oggi, ha potere di cambiare la vita a questo Paese e se riuscirà a farlo.
Ho sempre creduto che i voti si conquistassero per le cose che si promettono e si perdessero per le promesse che non si mantengono ma oggi sembra cambiato tutto visto che gli elettori si sono divisi in tifoserie.

Stop immediato dei mezzi non a norma e controlli a tappeto anti-caporalato

Sedici vittime, braccianti agricoli africani, in soli tre giorni nella provincia di Foggia. Questa strage va fermata. Chiediamo lo stop immediato di tutti i mezzi non a norma impiegati per il trasporto dei braccianti nei campi agricoli: non adibiti al trasporto di persone e non in regola con la dovuta documentazione per circolare sulle strade.

Siano accertate le dinamiche degli episodi mortali avvenuti in questi giorni nelle strade foggiane: chiarire se in questi contesti si siano verificati episodi di caporalato, di degrado delle condizioni di lavoro e di violazione della legge in materia. Questi controlli vanno fatti immediatamente e con severa efficacia in ogni regione di Italia.

In merito ai fatti avvenuti l’associazione No Cap, presieduta da Yvan Sagnet, sta depositando un esposto alla Procura della Repubblica di Foggia e sta informando il Prefetto della stessa provincia perché queste tragedie avvengono per la mancata applicazione della legge sul lavoro e delle norme di sicurezza.

Yvan Sagnet – Presidente Nocap

Dove sta il cambiamento?

Per oltre un secolo la mia è stata una famiglia di agricoltori per pura passione. Il primo di cui ho un ricordo nei racconti di mia madre, è il bisnonno. Siamo nei primi del novecento e il bisnonno, che di mestiere faceva l’architetto, dava in gestione a mio nonno una tenuta che possedeva alla Parrocchietta. Li mio padre, che era nato nel ’20, fa le elementari e diventa uno dei compagnucci della Parrocchietta, resi celebri da Alberto Sordi.

Giornata mondiale del rifugiato: la paura e la vergogna.

per-la-terra-uomo-soloNel giorno in cui tra le tracce di maturità ve n’è una dedicata all’art. 3 della Costituzione: quello che recita che siamo tutti uguali senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e, in cui ritorna come ogni anno la giornata mondiale del rifugiato, è forse lecito chiedersi se dobbiamo rimanere fiduciosi che si sappia reggere alla prova scritta così come a quella del tempo e che queste giornate di commemorazione così attese continuino ad avere un senso se poi, episodi come gli ultimi avvenuti in un paese come il nostro, l’Italia, o in America (dove bambini migranti sono rinchiusi in gabbie dopo essere stati separati dai propri genitori) rinnegano ogni presenza di diritto e innescano odio parlando alla maggior parte di noi, alle nostre paure e incertezze.

Braccianti schiavi. L’ultimo arresto dimostra che la lotta è ancora molto lunga.

“L’arresto del caporale a Castellaneta dimostra che il caporalato c’è in provincia di Taranto come c’è in tutta Italia e che la lotta al caporalato va proseguita.
Il suo arresto, peraltro, deve ora essere seguito dall’arresto del suo mandante, del suo datore di lavoro, applicando nella sua interezza la legge 199/2006 contro il caporalato.
L’approvazione della legge che ha istituito il reato di caporalato ci ha molto soddisfatto, dal 2016 ad oggi siamo già a 8mila processi contro i caporali e questo è un dato significativo, molto incoraggiante. Ma voglio ribadire che non possiamo lasciare tutto nelle mani degli organi inquirenti, della magistratura e delle forze dell’ordine.
È una battaglia che deve vedere la partecipazione, l’assunzione di responsabilità soprattutto della politica e delle istituzioni.
Noi chiediamo e continueremo a chiedere più prevenzione. La repressione è un conto ma serve più prevenzione.
Prevenzione significa l’aumento dei controlli, con l’ispettorato del lavoro che deve svolgere il suo compito.
Serve, contestualmente, una riforma del mercato del lavoro, bisogna creare un punto legale di incontro tra l’offerta e la domanda di lavoro.
Sono tutte questioni a cui le istituzioni devono dare delle risposte.
Noi con l’associazione «Nocap» continueremo a fare il nostro lavoro, sperando di essere sostenuti dalle istituzioni e dai cittadini, soprattutto dai consumatori perché la questione della tracciabilità della filiera produttiva dei prodotti agricoli, del bollino di provenienza, fa la differenza tra prodotti liberi dai caporali e prodotti che vedono il il
lavoro fatto dai caporali e dai loro schiavi, è uno strumento molto importante, per cui il sostegno dei consumatori, della politica e delle istituzioni è molto importante per dare un colpo definitivo contro il fenomeno dello sfruttamento dei braccianti agricoli.”

Yvan Sagnet

 

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Braccianti costretti a vivere in un tugurio nel Tarantino

Oggi è l’Earth Day: salviamo la Terra e diciamo stop all’inquinamento


Oggi vogliamo raccontarvi la storia di un produttore agricolo lucano: Giovanni Grieco.
Giovanni e la sua azienda sono stati il primo esempio, in Basilicata ad avere la denominazione IGP del canestrato di Moliterno.
Il canestrato è un formaggio di pecora che viene prodotto in aree stabilite dal Disciplinare IGP, anche se spesso si trova contraffatto proveniente dalla Sardegna dove l’allevamento ovino è considerevole, e poi affinato nei Fondaci di Moliterno dove assume una texture e un corredo di profumi davvero unici. Mai secco e sempre umido il pecorino di Moliterno è uno dei pecorini più interessanti del mezzogiorno d’Italia.

Di fronte al disastro del dominio agroalimentare, l’alternativa e l’alleanza sono globali o non sono.

Si è chiuso il 24 aprile 2018 la settimana di lotta contadina che Altragricoltura e LiberiAgricoltori, rispondendo all’appello internazionale di Via Campesina, hanno voluto dedicare quest’anno “a quanti nelle campagne italiane non ce l’hanno fatta per la crisi”.
Altragricoltura celebra il “17 aprile contadino” ogni anno dal 2001 quando, non ancora costituita formalmente, il suo gruppo promotore organizzato nell’Associazione Michele Mancino lanciò, insieme alla rivista “Carta dei Cantieri Sociali” ed al Comitato italiano “Amici del Movimento Sem Terra” l’appello “La terra senza Recinti”.
Fin dall’inizio ci apparve chiaro che di fronte ai processi di trasformazione mondiale che impattavano in maniera devastante con la nostra agricoltura, nessuna lettura localista ci avrebbe permesso di capire cosa stava accadendo attorno a noi e come avremmo dovuto reagire alla crisi che si annunciava. E vedemmo bene!

Erano gli anni in cui in Italia e in Europa si celebravano ancora le meravigliose fortune della globalizzazione e della liberalizzazione delle frontiere. I guru dell’agricoltura moderna pontificavano che sarebbe stata una manna per i nostri agricoltori che avrebbero tratto vantaggi incredibili dall’esportare e non dovevano avere paura delle importazioni, perché (questa era la vulgata propagandistica) “come facciamo noi l’agricoltura negli altri paesi mica lo sanno fare!”.
Demagogia da quattro soldi che sarebbe presto stata travolta dalla realtà: la nostra agricoltura è entrata in un tunnel orribile di crisi, il produrre e lavorare la terra perde valore insieme al reddito degli agricoltori e dei salari per i braccianti; il Paese diventa sempre più una piattaforma commerciale con il Made in Italy in mano alla speculazione più disinvolta. Gli agricoltori italiani sono sempre più sotto il giogo di una speculazione commerciale che, quando compra il loro prodotto, lo paga ai prezzi che lo pagherebbe comprandolo nei Paesi del Sud del Mondo dove si produce per il nostro mercato, con i capitali delle nostre banche, il controllo dei nostri speculatori, i brevetti selezionati per la nostra domanda, a costi di sfruttamento per quelle realtà e che creano dumping qui da noi.
Ora che il disastro è innegabile, chiunque rilegga i nostri scritti di venti anni fa, le nostre proposte e le nostre denunce non può che prendere atto di quanto avessimo, purtroppo, ragione.

Eppure,  nonostante gli effetti di quella crisi siano assolutamente chiari e innegabili chi ha celebrato i fasti della globalizzazione e della deregulation in agricoltura e nell’agroalimentare non ha sentito in alcun modo il bisogno di “fare autocritica”, anzi. Per Nomisma (uno degli accreditati centri studi di cui è consulente Paolo De Castro, ex ministro all’agricoltura ed attuale presidente della Commissione agricoltura del Parlamento Europeo), il fatto che negli ultimi dieci anni ha chiuso il 20% delle aziende agricole ed abbiamo perso l’8%  della forza lavoro, sarebbe un fatto positivo.

Siamo, cioè, di fronte all  dimostrazione di quale sia la posta in gioco: l’omologazione dell’Italia  al modello agroalimentare dominante che produce la crisi per chi lavora la terra, per l’ambiente e per i cittadini per consegnarlo nelle mani dei nuovi latifondisti e padroni dell’agroalimentare (i poteri finanziari e speculativi).

La chiusura delle aziende, la desertificazione del lavoro nelle campagne, la trasformazione dei nostri agricoltori in lavoratori eterodiretti, la perdita di sovranità nel rapporto al cibo, di diritti del lavoro e per i consumatori sono funzionali al fatto che i veri nuovi padroni del made in Italy possano giovarsi del controllo di una risorsa straordinaria come è il brand del cibo italiano per continuare a competere nello scenario internazionale.

Quest’anno Via Campesina chiama alla mobilitazione “Per la terra e la vita e contro l’impunità”. Si, ci vuole una grande faccia di bronzo ed una forte presunzione di impunità per negare la crisi qui da noi e ci vuole un movimento forte e globale capace di fare i conti con un modello che produce ovunque  crisi, scaricando sui territori i costi di questo vero furto di risorse e di valore aggiunto sul lavoro e il diritto al cibo. Un modello capace di usare il denaro pubblico per finanziare le esportazioni drogando i prezzi con le sovvenzioni, scrivendo leggi che gli permettono di creare dumping, di sfruttare il lavoro a basso costo nei “Paesi Poveri” e di sfruttare i poveri e il loro bisogno di cibo e lavoro nei “Paesi ricchi”.

Per questo abbiamo scelto di dedicare la nostra adesione alla settimana mondiale di lotta contadina a quanti nelle campagne italiane non ce la fanno per la crisi. Agli agricoltori che (indebitati per colpa del modello) arrivano a suicidarsi come è appena accaduto a Giovanni Viola, giovane agricoltore siciliano di 31 anni. Ai braccianti (italiani e non) che vedono nelle campagne restringere i propri diritti e i salari fino a morire per il lavoro o vivere in condizioni drammatiche sfruttati dai caporali, ai cittadini costretti a fare la spesa negli hard discount  o (se possono) a comprare a caro prezzo un cibo comunque sempre più a rischio di sicurezza alimentare.

Lo abbiamo fatto parlando alla nostra condizione in Italia ma guardando al progetto globale di cui abbiamo bisogno ed alla alleanza che ci serve per cambiare i rapporti di forza. Quel progetto e quell’alleanza o saranno globali o non saranno, perché di fronte abbiamo un avversario che lavora per i suoi interessi speculativi, un avversario globale che fonda la sua forza sulla capacità di dividere e comprare

Per questo la campagna che ogni anno conduciamo in Italia in occasione della giornata mondiale di lotta contadina del 17 aprile (e che quest’anno si è nutrita della nuova alleanza con LiberiAgricoltori con cui è in campo il processo di costruzione del nuovo Sindacato) è per noi importante e strategica.

Il 17 aprile del 1996, diciannove contadini senza terra furono massacrati in Brasile dalla polizia mentre chiedevamo la distribuzione delle terre. Quella data per il movimento contadino antiliberista di tutto il mondo è diventata il simbolo della battaglia per la Riforma Agraria. Per questo per noi è stata una settimana importante, perché la Riforma Agraria e del sistema del Cibo deve tornare ad essere centrale per questo Paese. Altro che Made in Italy, ci vogliono regole, diritti, democrazia e per ottenerli serve anche da noi riaprire il progetto e la battaglia per la Riforma della terra.

Ancora una volta dal Movimento Contadino internazionale ci viene l’indicazione e lo stimolo per il lavoro che ci attende: Globalizzare la lotta per Globalizzare la speranza perché l’altra agricoltura di cui abbiamo bisogno sarà il frutto di come sapremo allevare e lavorare la terra ma anche di come sapremo conquistare la Riforma che ci porti fuori dalla crisi imposta dal modello dominante agroalimentare della barbarie cosi come le lotte contadine negli anni ’50 seppero conquistare la Riforma Fondiaria portando il Paese fuori dal medioevo del latifondo.

Gianni Fabbris
(Altragricoltura-LiberiAgricoltori)

Art. 9 della Costituzione: ‘la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio’

Leggo con vivo interesse e condivido alcune affermazioni che uomini importanti del panorama storico-artistico hanno voluto condensare in un libro: “Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente”, pubblicato da Einaudi.

Quattro autori, tra cui Salvatore Settis, archeologo, già direttore della Normale di Pisa, presidente del consiglio scientifico del Louvre, mettono intelligentemente il dito sulle piaghe tormentose che dilaniano il nostro, un Paese ormai disastrato, moralmente e materialmente.

Racconta Salvatore Settis, con amara nostalgia, che ci fu in Italia un tempo in cui la direzione generale delle Antichità e belle arti del ministero della pubblica istruzione poteva essere affidata a un uomo come Ranuccio Bianchi Bandinelli, «massimo archeologo italiano del Novecento e vigile coscienza della cultura europea».

“La tutela delle bellezze naturali non può essere disgiunta da quella delle antichità e belle arti e deve essere sottoposta alla medesima regolamentazione legislativa” era il suo pensiero.

Sembra inimmaginabile un’idea così netta nella società dei consumi di oggi dove anche i beni culturali devono essere strumenti di «valorizzazione economica», dove, come documenta Paolo Maddalena, quei beni, violando la legge, sono diventati soltanto merce; dove trionfa la religione del privato; dove si costruisce senza vergogna, contro la volontà popolare, con l’avallo della Soprintendenza, dove i prestiti selvaggi di delicatissime opere d’arte sono la regola, esportate all’estero come gingilli, utili più che altro a funzionari per i loro traffici di potere.

L’articolo 9 della Costituzione in cui si dichiara: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» non nacque dal nulla.

Il dopoguerra fu un momento fervido di riscatto e di comune visione del mondo di uomini e donne di diverse fedi e culture, dai liberali di gran nome come Benedetto Croce e Luigi Einaudi, al socialista Pietro Nenni, ai comunisti Togliatti e Concetto Marchesi al democristiano Aldo Moro all’azionista Piero Calamandrei che ebbero un ruolo essenziale nella stesura della Carta (mi chiedo perchè non riprovare nella nostra terra quello ce fu un esperimento, se così lo vogliamo chiamare, riuscito).

Tomaso Montanari, altro autore del testo, spiega con chiarezza la sostanza dell’articolo 9: se la sovranità appartiene al popolo, com’è scritto nell’articolo 1, «anche il patrimonio storico e artistico appartiene al popolo. E la Repubblica tutela il patrimonio innanzitutto per rappresentare e celebrare il nuovo sovrano cui il patrimonio ora appartiene: il popolo».

Ma cos’è il patrimonio storico e artistico secondo gli autori del libro? «Non è la somma amministrativa dei musei, delle singole opere, dei monumenti, ma è una guaina continua che aderisce al paesaggio — cioè al territorio “della Nazione” — come la pelle alla carne di un corpo vivo».

Il libro imposta un’infinità di problemi: la funzione delle Soprintendenze: Montanari propone una sorta di magistratura del patrimonio indipendente dalla politica; il perenne conflitto tra lo Stato e le Regioni competenti in materia urbanistica (un errore fatale dei costituenti); il consumo del suolo: l’8,1 per cento della superficie nazionale è coperta da costruzioni, la media europea è del 4,3 per cento. Dopo ogni terremoto, alluvione, disastro si piange (non per molto).Chi deve provvedere, chi deve controllare i controllori? Lo Stato siamo noi, amava dire Calamandrei.

E Bianchi Bandinelli: «Noi siamo, davanti al mondo, i custodi del più grande patrimonio artistico, che appartiene, come fatto spirituale, alla civiltà del mondo».

Ce ne siamo dimenticati. Spaesati tra Imu e Iva.

In Basilicata, tre sono i potenti: il Re, il Papa e chi non ha niente!

“Tre sono i potenti: il Re, il Papa e il pezzente, ovvero chi non ha niente.”

re-nudo

Spesso, questo detto lo senti dire, a conclusione di un fatto, nazionale o locale, politico o sociale, personale o generale, ed esprime la saggezza e l’animo delle persone della Basilicata.

I primi due, il Re e il Papa, sono il simbolo di Potenza di chi è al comando, mentre il terzo, il pezzente, è colui che non possedendo assolutamente nulla, non ha niente da perdere, di conseguenza è altrettanto potente. Spesso, il pezzente rappresenta quelli che riescono, con i loro comportamenti, a contestare, ad andare controcorrente o a non avere paura di trasgredire “le regole imposte” per comodità o per beneficio soltanto di alcuni, proprio perché non possiede nulla.

Il resto del popolo è la massa che, anche se ha studiato, non riesce ad avere una capacità critica o, se la possiede, non ha coraggio di esprimerla, perché non vuole contestare “il potere”, per paura di perdere quello che ha raggiunto (non mi riferisco solo ai beni materiali). Paura che, invece, il pezzente non ha e non potrà mai avere.

“Oggi, in Basilicata non abbiamo niente” – ad affermarlo autorevoli personalità della politica lucana e non un pezzente qualsiasi.

“Allora se non abbiamo niente siamo potenti?”

Secondo me, la strada per raggiungere la vetta è lunga e piena di difficoltà! Non basta non avere niente per essere potente. Anzi, in Basilicata si diventa un potente magnate solo con un’attenta pianificazione, con l’utilizzo razionale delle risorse e tenendo conto delle esigenze dei cittadini. Per diventare potente ci vuole qualcosa. Ma cosa?

“Facile,le trivelle!”

Le trivelle producono soldi. I soldi servono. È una questione di sopravvivenza. Con i soldi della valle riusciremo a mantenere l’intera regione. Con i soldi delle trivelle non ci arricchiremo di certo, ma riusciremo a coprire almeno i mancati trasferimenti dello Stato, uno dei tre potenti.

Questa comunità è stanca di subire e vuole essere lasciata in pace. Con quei soldi potremo pagare gli stipendi di noi tutti e non faremo, quindi, la fine di quel vecchietto che, anni fa, si appropriò in un market di Firenze di una sola scatoletta di tonno, perché aveva fame e che adesso non c’è più.

Si, non c’è più perché è morto.

Quando arrivò la polizia, chiamata dal responsabile del negozio, il cuore del vecchietto si arrestò per un infarto. Il vecchietto era povero, aveva tanta fame ma non pezzente. L’infarto gli fu causato dal dolore di aver perduto la dignità, sua unica ricchezza; un bene raro che i potenti non hanno. La povertà non è né naturale né inevitabile, ma è il risultato di decisioni. La povertà non è solo relativa alla mancanza di risorse, ma soprattutto ai comportamenti e alle scelte di chi detiene il potere.
Ma chi deve compiere le scelte: il Governo degli uomini o il governo delle leggi?
Di fronte alla classica dicotomia tra ‘il governo degli uomini’ e ‘il governo della legge’, intesa come fondamentale distinzione tra i modelli di regime politico, la via intrapresa dalla politica è stata soprattutto quella di cercare la soluzione al problema del miglior regime politico nell’ambito della prima possibilità.
Secondo il “governo dell’uomo”, il problema da risolvere, in questo momento, è la povertà. Non importa se dovrà rimetterci la dignità.
Credo che al fondo di tante riflessioni sulla governance, alle aspettative, alle delusioni, alle mistificazioni, alla retorica, a volte, il giurista legga il dilemma: governo delle leggi e governo degli uomini.

Già, il giurista! Un matematico, uomo di scienza e coscienza, invece semplificherebbe dicendo: “il governo delle leggi sta al governo degli uomini come il manuale di medicina sta al medico.”

In effetti, le istruzioni del manuale sono generiche, ma in assenza dell’esperto occorre affidarsi ad esse, pur essendo consapevoli della loro inadeguatezza.
Se volessimo tentare un difficile e certo discutibile raccordo tra il bene comune (rubo lo slogan agli smacchiatori) e impresa, direi che l’impresa negli ultimi anni ha dato troppo spazio al governo degli uomini, al capo-azienda, alla retorica dell’efficienza manageriale, con un’eclisse del governo della legge, delle norme, delle regole. E ciò in parallelo, ma le mie sono osservazioni grezze, con un mercato (e un’economia) che troppo spesso ha rotto l’equilibrio tra libertà e regole del gioco.
Nel far questo ci si è troppo spesso dimenticati dei limiti, ed anche dei pericoli, da sempre noti come insiti in tale tipo di soluzione del problema.
Con una certa dose di ingenuità si è così creduto che quei limiti e quei pericoli potessero essere scongiurati attribuendo ai rappresentati del popolo sovrano poteri che secondo i fautori del ‘governo della legge’ avrebbero ecceduto ogni reale possibilità di controllo.
Tale credenza è stata indubbiamente favorita dal declino della tradizione del diritto naturale, dall’affermarsi della convinzione che i limiti della legislazione potessero essere soltanto esogeni, e dall’attenuarsi della distinzione tra ‘legge’ e ‘provvedimento amministrativo’.
Non è sempre vero che un provvedimento amministrativo rispetti la legge. Resta la considerazione che sia povero e infecondo colui che scegliendo non ricorre alla memoria, mentre è arido e col fiato corto lo studioso senza consapevolezza della storia e del pensiero da cui viene!
“Io applico la legge dell’Articolo Quinto!”. Questo lo sappiamo. Ma l’articolo quinto non perdona. Posti di lavoro, soldi per tutti in cambio di un buco e di una fastidiosa trivella che durerà solo un anno. Già un anno!
Ma secondo alcuni “autorevoli” studiosi, la morte arriva in un secondo. Un attimo. E in quell’attimo prima puoi concederti al delirio dell’onnipotenza che ti farà sentire forte, anche solo per quel momento. Un bel riscatto no? Ma un anno sono 365 giorni, sono anche 8.760 ore che equivalgono a 525.600 minuti e che, in secondi, sono esattamente 31.536.000. Ciò vuol dire che sono milioni di attimi per sentirsi potenti. Ma i pozzi senza fondo non esistono, lo sanno tutti (o quasi), e quindi il delirio non potrà che durare solo qualche secondo! Posto che i potenti hanno «smarrito il nesso tra cultura e politica» e hanno lasciato la società «alla sua disgregazione», che cosa occorre fare? Forse avvicinarsi ai bisogni delle classi meno abbienti? Uscire dai salotti per scendere nelle strade? Mollare le cattedre e calarsi nei mercati di quartiere? Macché. Ecco il verbo di chi non ha niente. Occorre «superioritas». In effetti, Egli ha vinto le ultime elezioni con il 75% dei voti e gode del consenso dell’intero consiglio (o quasi). “…Quindi decido Io! Nel mio paese non c’è nessun dissenso, nessuna manifestazione. Tutti, o quasi, sono favorevoli alle mie scelte!”
Ma c’è sempre il problema del governo delle leggi, supposto che funzionino! In effetti, il problema è nella loro effettività. È un problema enorme, in parte interno e in parte esterno alle regole. È un problema di incentivi, anzitutto; di sopravvivenza (direbbe chi non ha niente) e qui possiamo essere ancora all’interno della norma. C’è una parte dell’enforcement che è norma stessa, non è un dopo. Ma c’è poi il problema dell’applicazione per il caso che la barriera preventiva dell’incentivo non abbia funzionato. Qui siamo di fronte a un problema più ampio; qui si innesta il discorso sul sistema della giustizia per l’impresa.
Come non prendere in seria considerazione, allora, l’amara constatazione di Hayek, economista e filosofo austriaco, del XX secolo, esponente storico del liberalismo, secondo il quale ovunque, e con mezzi legali, i governi hanno travalicato i poteri loro assegnati dalle costituzioni alla quale si richiamano, e secondo il quale risultato di ciò è stato che «il primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme costituzionali è evidentemente fallito»? Possiamo ancora evitare di sottoporre a critica l’interpretazione della democrazia come dottrina secondo la quale la maggioranza può legiferare su ogni materia particolare?
Del resto, i cuori delle masse hanno sempre desiderato riconoscere un’individualità che si facesse portavoce dei loro sogni. Quello che più profondamente colpisce, nel seguire l’andamento di quest’evoluzione, è che, da qualche decennio a questa parte, l’“eroismo” è scaduto a mero significante di furbizia (chi meglio si destreggia nelle maglie di un vischioso sistema impersonale è ‘eroe’!) o, all’opposto, di inettitudine (coloro che soccombono nella pratica, ma non si lasciano morire nell’anima). Lungi da noi l’intenzione di celebrare incondizionatamente il carisma individuale, vorremmo semplicemente restituire all'”eroe” il valore di un agire che, nel bene e nel male, ha inciso profondamente sul corpo sociale e sui sistemi politici: nel bene, come sopravvivenza resa alla collettività, nel male come impostura, finzione.
In Basilicata molti sono rimasti delusi dalle scelte incondizionate e unidirezionali della politica degli uomini, dei cosiddetti eroi. Nel frattempo a pagare è l’ambiente. Doveva portare ricchezza e lavoro. La regione nel frattempo è diventata la regione più povera d’Italia.
Non solo, quindi, giudicare la realtà, ma arrogarsi il diritto di decidere a priori per conto di chi guarda, ciò che può e deve essere “compiuto” e ciò che non può né deve esserlo.

Consapevoli delle nostre forze intellettuali, non sarà difficile squarciare “il velo di Maia” delle menzogne e degli inganni spesso subiti, ma altrettanto spesso cercati, come palliativi e analgesici della paura e dell’angoscia di vivere.
Anche la morte non è niente. È semplicemente un passaggio dall’altra parte, ma ti consente di sentirsi potente. Quel vecchietto, un secondo prima di morire, avrà pensato: Codardi, ce ne sono solo tre, ma più di tutti l’uomo del niente!

Se oggi Marcovaldo fosse qui…

Salvatore Santoro

Ho ritrovato un pò per caso questa citazione di Calvino che appartiene a un libro “Marcovaldo” scritto nel 1966. Ricordo di averlo letto alle medie e di averlo trovato buffo e sopratutto di aver provato tanta compassione per quel povero personaggio a cui ne succedono di ‘cotte e di crude‘ solo perchè mal sopporta la città che lo ospita (così perfettamente indossata da tutti gli altri suoi abitanti e così scomoda, invece, per il suo modo di essere), in continua ricerca di un suo habitat ideale all’interno di questo contesto ostile.

Una ricerca che quasi sempre si risolve nella costruzione di una dimensione virtuale e onirica, fatta di illusioni e di immagini faticosamente create dalla sua prospettiva mentale fanciullesca e forzatamente ottimistica, pronta a rinnovarsi dopo ogni collasso, che giunge inevitabile, al momento dello scontro con l’onnipresente realtà dei fatti.

Marcovaldo è, infatti, sempre alla ricerca disperata di piccoli stralci di natura in mezzo alle cortine cementizie della sua città, traendo una gioia fanciullesca dalla scoperta di un fungo, nell’aiuola spartitraffico della fermata del tram, oppure dall’avvistamento di stormi di uccelli nel fazzoletto di cielo che intravede fra i tetti.

A rileggerlo adesso mi accorgo che nelle disavventure con le quali il personaggio si trova a convivere il messaggio di Calvino non vuole affatto essere rassicurante: la critica alla “civiltà industriale” non si accompagna all’idealizzazione della vita in campagna o della natura e, dunque, non offre quella prospettiva come via salvifica.

La “salvezza” dell’uomo di città non sta dunque nella fuga dalla città. Non esistono strade facili per recuperare un nuovo rapporto con la essa ed è lo stesso Calvino a chiederselo: “Ma esiste ancora, la Natura? Quella che Marcovaldo trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.

Da quando Calvino sentiva la natura matrigna è inutile dire che la distanza tra città e campagna si è fortemente acuita e nonostante, ancora oggi, per vendere prodotti alimentari, ci si serve di immagini di un mondo rurale e agreste e nei supermercati molte confezioni presentano contadini e fattorie stile anni ’30, con palizzate di legno e bei prati verdi facendo leva su un immaginario bucolico, la realtà è ben diversa.

Viviamo in un’epoca in cui i bambini sono definiti “nativi digitali” ma che si sentono minacciati se trovano un insetto in casa, che non sopportano la sabbia tra le mani. Tutti noi mal sopportiamo qualsiasi odore la campagna ci restituisca: escrementi, sudore, erba marcia, etc. e nulla o pochissimo sappiamo di ciò che mangiano o arriva sulle nostre tavole. 

Per non parlare di quello che avvertiamo andando al supermercato: le stagioni non esistono più ed è possibile, ad esempio, acquistare tutto l’anno pomodori coltivati dall’altra parte del globo, raccolti ancora acerbi e fatti maturare con l’etilene che hanno l’aspetto del pomodoro ma lo sono solo in apparenza ossia ne rappresentano l’idea.

Nel reparto delle carni non si trovano più tagli con l’osso.

Viene volutamente celato il sipario tra noi e il luogo di provenienza dei cibi. Le industrie spesso non vogliono che si sappia la verità perchè se il consumatore la conoscesse non comprerebbe. Se seguissimo infatti a ritroso la filiera produttiva di queste confezioni di carne, sicuramente non troveremo certo una fattoria, ma una fabbrica dove gli animali vivono in piccole gabbie fortemente stressati e imbottiti di chissà quali porcherie.

La realtà è ben diversa da ciò che in genere si crede o da quello che vogliono farci credere.

Gli animali e i lavoratori vengono maltrattati e sfruttati. Gli alimenti sono diventati pericolosi e tutto ciò ci viene intenzionalmente nascosto. Esiste una ristretta cerchia di multinazionali che controlla l’intera produzione alimentare, dal seme al supermercato e che sta assumendo un crescente potere.

Non è solo una questione di cibo e di ambiente trasformato e non più naturale ma è a rischio anche la libertà di espressione e il diritto d’informazione.

Se Marcovaldo oggi fosse tra noi si accorgerebbe che non solo la città gli sarebbe ostile ma anche la natura e il mondo rurale. Non potrebbe più rifugiarcisi prendendo consapevolezza che l’abbondanza, il consumismo e la libertà di scelta sembra di vivere, sono solo fittizie. Si troverebbe a vivere un’illusione di diversità.

E’ inutile dire che le attuali crisi e il momento storico che stiamo vivendo rendono evidente la necessità di trasformazioni profonde. La natura è ancora una risorsa per tutti e dobbiamo riscoprirla per divenire migliori e preservarla godendocela come Salvatore Santoro fa quando la immortala nei suoi scatti.

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