La risposta classica è: e allora il PD?

per-la-terra-foto-articolo-venarucciMi sono sempre piaciute le dirette radiofoniche da Camera e Senato.
E continuo anche con questo Governo perché vale di più ascoltare una dichiarazione di voto che leggere cento rassegne stampa per capire chi, effettivamente oggi, ha potere di cambiare la vita a questo Paese e se riuscirà a farlo.
Ho sempre creduto che i voti si conquistassero per le cose che si promettono e si perdessero per le promesse che non si mantengono ma oggi sembra cambiato tutto visto che gli elettori si sono divisi in tifoserie.

Stop immediato dei mezzi non a norma e controlli a tappeto anti-caporalato

Sedici vittime, braccianti agricoli africani, in soli tre giorni nella provincia di Foggia. Questa strage va fermata. Chiediamo lo stop immediato di tutti i mezzi non a norma impiegati per il trasporto dei braccianti nei campi agricoli: non adibiti al trasporto di persone e non in regola con la dovuta documentazione per circolare sulle strade.

Siano accertate le dinamiche degli episodi mortali avvenuti in questi giorni nelle strade foggiane: chiarire se in questi contesti si siano verificati episodi di caporalato, di degrado delle condizioni di lavoro e di violazione della legge in materia. Questi controlli vanno fatti immediatamente e con severa efficacia in ogni regione di Italia.

In merito ai fatti avvenuti l’associazione No Cap, presieduta da Yvan Sagnet, sta depositando un esposto alla Procura della Repubblica di Foggia e sta informando il Prefetto della stessa provincia perché queste tragedie avvengono per la mancata applicazione della legge sul lavoro e delle norme di sicurezza.

Yvan Sagnet – Presidente Nocap

Dove sta il cambiamento?

Per oltre un secolo la mia è stata una famiglia di agricoltori per pura passione. Il primo di cui ho un ricordo nei racconti di mia madre, è il bisnonno. Siamo nei primi del novecento e il bisnonno, che di mestiere faceva l’architetto, dava in gestione a mio nonno una tenuta che possedeva alla Parrocchietta. Li mio padre, che era nato nel ’20, fa le elementari e diventa uno dei compagnucci della Parrocchietta, resi celebri da Alberto Sordi.

Giornata mondiale del rifugiato: la paura e la vergogna.

per-la-terra-uomo-soloNel giorno in cui tra le tracce di maturità ve n’è una dedicata all’art. 3 della Costituzione: quello che recita che siamo tutti uguali senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e, in cui ritorna come ogni anno la giornata mondiale del rifugiato, è forse lecito chiedersi se dobbiamo rimanere fiduciosi che si sappia reggere alla prova scritta così come a quella del tempo e che queste giornate di commemorazione così attese continuino ad avere un senso se poi, episodi come gli ultimi avvenuti in un paese come il nostro, l’Italia, o in America (dove bambini migranti sono rinchiusi in gabbie dopo essere stati separati dai propri genitori) rinnegano ogni presenza di diritto e innescano odio parlando alla maggior parte di noi, alle nostre paure e incertezze.

Braccianti schiavi. L’ultimo arresto dimostra che la lotta è ancora molto lunga.

“L’arresto del caporale a Castellaneta dimostra che il caporalato c’è in provincia di Taranto come c’è in tutta Italia e che la lotta al caporalato va proseguita.
Il suo arresto, peraltro, deve ora essere seguito dall’arresto del suo mandante, del suo datore di lavoro, applicando nella sua interezza la legge 199/2006 contro il caporalato.
L’approvazione della legge che ha istituito il reato di caporalato ci ha molto soddisfatto, dal 2016 ad oggi siamo già a 8mila processi contro i caporali e questo è un dato significativo, molto incoraggiante. Ma voglio ribadire che non possiamo lasciare tutto nelle mani degli organi inquirenti, della magistratura e delle forze dell’ordine.
È una battaglia che deve vedere la partecipazione, l’assunzione di responsabilità soprattutto della politica e delle istituzioni.
Noi chiediamo e continueremo a chiedere più prevenzione. La repressione è un conto ma serve più prevenzione.
Prevenzione significa l’aumento dei controlli, con l’ispettorato del lavoro che deve svolgere il suo compito.
Serve, contestualmente, una riforma del mercato del lavoro, bisogna creare un punto legale di incontro tra l’offerta e la domanda di lavoro.
Sono tutte questioni a cui le istituzioni devono dare delle risposte.
Noi con l’associazione «Nocap» continueremo a fare il nostro lavoro, sperando di essere sostenuti dalle istituzioni e dai cittadini, soprattutto dai consumatori perché la questione della tracciabilità della filiera produttiva dei prodotti agricoli, del bollino di provenienza, fa la differenza tra prodotti liberi dai caporali e prodotti che vedono il il
lavoro fatto dai caporali e dai loro schiavi, è uno strumento molto importante, per cui il sostegno dei consumatori, della politica e delle istituzioni è molto importante per dare un colpo definitivo contro il fenomeno dello sfruttamento dei braccianti agricoli.”

Yvan Sagnet

 

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Braccianti costretti a vivere in un tugurio nel Tarantino

Oggi è l’Earth Day: salviamo la Terra e diciamo stop all’inquinamento


Oggi vogliamo raccontarvi la storia di un produttore agricolo lucano: Giovanni Grieco.
Giovanni e la sua azienda sono stati il primo esempio, in Basilicata ad avere la denominazione IGP del canestrato di Moliterno.
Il canestrato è un formaggio di pecora che viene prodotto in aree stabilite dal Disciplinare IGP, anche se spesso si trova contraffatto proveniente dalla Sardegna dove l’allevamento ovino è considerevole, e poi affinato nei Fondaci di Moliterno dove assume una texture e un corredo di profumi davvero unici. Mai secco e sempre umido il pecorino di Moliterno è uno dei pecorini più interessanti del mezzogiorno d’Italia.

Di fronte al disastro del dominio agroalimentare, l’alternativa e l’alleanza sono globali o non sono.

Si è chiuso il 24 aprile 2018 la settimana di lotta contadina che Altragricoltura e LiberiAgricoltori, rispondendo all’appello internazionale di Via Campesina, hanno voluto dedicare quest’anno “a quanti nelle campagne italiane non ce l’hanno fatta per la crisi”.
Altragricoltura celebra il “17 aprile contadino” ogni anno dal 2001 quando, non ancora costituita formalmente, il suo gruppo promotore organizzato nell’Associazione Michele Mancino lanciò, insieme alla rivista “Carta dei Cantieri Sociali” ed al Comitato italiano “Amici del Movimento Sem Terra” l’appello “La terra senza Recinti”.
Fin dall’inizio ci apparve chiaro che di fronte ai processi di trasformazione mondiale che impattavano in maniera devastante con la nostra agricoltura, nessuna lettura localista ci avrebbe permesso di capire cosa stava accadendo attorno a noi e come avremmo dovuto reagire alla crisi che si annunciava. E vedemmo bene!

Erano gli anni in cui in Italia e in Europa si celebravano ancora le meravigliose fortune della globalizzazione e della liberalizzazione delle frontiere. I guru dell’agricoltura moderna pontificavano che sarebbe stata una manna per i nostri agricoltori che avrebbero tratto vantaggi incredibili dall’esportare e non dovevano avere paura delle importazioni, perché (questa era la vulgata propagandistica) “come facciamo noi l’agricoltura negli altri paesi mica lo sanno fare!”.
Demagogia da quattro soldi che sarebbe presto stata travolta dalla realtà: la nostra agricoltura è entrata in un tunnel orribile di crisi, il produrre e lavorare la terra perde valore insieme al reddito degli agricoltori e dei salari per i braccianti; il Paese diventa sempre più una piattaforma commerciale con il Made in Italy in mano alla speculazione più disinvolta. Gli agricoltori italiani sono sempre più sotto il giogo di una speculazione commerciale che, quando compra il loro prodotto, lo paga ai prezzi che lo pagherebbe comprandolo nei Paesi del Sud del Mondo dove si produce per il nostro mercato, con i capitali delle nostre banche, il controllo dei nostri speculatori, i brevetti selezionati per la nostra domanda, a costi di sfruttamento per quelle realtà e che creano dumping qui da noi.
Ora che il disastro è innegabile, chiunque rilegga i nostri scritti di venti anni fa, le nostre proposte e le nostre denunce non può che prendere atto di quanto avessimo, purtroppo, ragione.

Eppure,  nonostante gli effetti di quella crisi siano assolutamente chiari e innegabili chi ha celebrato i fasti della globalizzazione e della deregulation in agricoltura e nell’agroalimentare non ha sentito in alcun modo il bisogno di “fare autocritica”, anzi. Per Nomisma (uno degli accreditati centri studi di cui è consulente Paolo De Castro, ex ministro all’agricoltura ed attuale presidente della Commissione agricoltura del Parlamento Europeo), il fatto che negli ultimi dieci anni ha chiuso il 20% delle aziende agricole ed abbiamo perso l’8%  della forza lavoro, sarebbe un fatto positivo.

Siamo, cioè, di fronte all  dimostrazione di quale sia la posta in gioco: l’omologazione dell’Italia  al modello agroalimentare dominante che produce la crisi per chi lavora la terra, per l’ambiente e per i cittadini per consegnarlo nelle mani dei nuovi latifondisti e padroni dell’agroalimentare (i poteri finanziari e speculativi).

La chiusura delle aziende, la desertificazione del lavoro nelle campagne, la trasformazione dei nostri agricoltori in lavoratori eterodiretti, la perdita di sovranità nel rapporto al cibo, di diritti del lavoro e per i consumatori sono funzionali al fatto che i veri nuovi padroni del made in Italy possano giovarsi del controllo di una risorsa straordinaria come è il brand del cibo italiano per continuare a competere nello scenario internazionale.

Quest’anno Via Campesina chiama alla mobilitazione “Per la terra e la vita e contro l’impunità”. Si, ci vuole una grande faccia di bronzo ed una forte presunzione di impunità per negare la crisi qui da noi e ci vuole un movimento forte e globale capace di fare i conti con un modello che produce ovunque  crisi, scaricando sui territori i costi di questo vero furto di risorse e di valore aggiunto sul lavoro e il diritto al cibo. Un modello capace di usare il denaro pubblico per finanziare le esportazioni drogando i prezzi con le sovvenzioni, scrivendo leggi che gli permettono di creare dumping, di sfruttare il lavoro a basso costo nei “Paesi Poveri” e di sfruttare i poveri e il loro bisogno di cibo e lavoro nei “Paesi ricchi”.

Per questo abbiamo scelto di dedicare la nostra adesione alla settimana mondiale di lotta contadina a quanti nelle campagne italiane non ce la fanno per la crisi. Agli agricoltori che (indebitati per colpa del modello) arrivano a suicidarsi come è appena accaduto a Giovanni Viola, giovane agricoltore siciliano di 31 anni. Ai braccianti (italiani e non) che vedono nelle campagne restringere i propri diritti e i salari fino a morire per il lavoro o vivere in condizioni drammatiche sfruttati dai caporali, ai cittadini costretti a fare la spesa negli hard discount  o (se possono) a comprare a caro prezzo un cibo comunque sempre più a rischio di sicurezza alimentare.

Lo abbiamo fatto parlando alla nostra condizione in Italia ma guardando al progetto globale di cui abbiamo bisogno ed alla alleanza che ci serve per cambiare i rapporti di forza. Quel progetto e quell’alleanza o saranno globali o non saranno, perché di fronte abbiamo un avversario che lavora per i suoi interessi speculativi, un avversario globale che fonda la sua forza sulla capacità di dividere e comprare

Per questo la campagna che ogni anno conduciamo in Italia in occasione della giornata mondiale di lotta contadina del 17 aprile (e che quest’anno si è nutrita della nuova alleanza con LiberiAgricoltori con cui è in campo il processo di costruzione del nuovo Sindacato) è per noi importante e strategica.

Il 17 aprile del 1996, diciannove contadini senza terra furono massacrati in Brasile dalla polizia mentre chiedevamo la distribuzione delle terre. Quella data per il movimento contadino antiliberista di tutto il mondo è diventata il simbolo della battaglia per la Riforma Agraria. Per questo per noi è stata una settimana importante, perché la Riforma Agraria e del sistema del Cibo deve tornare ad essere centrale per questo Paese. Altro che Made in Italy, ci vogliono regole, diritti, democrazia e per ottenerli serve anche da noi riaprire il progetto e la battaglia per la Riforma della terra.

Ancora una volta dal Movimento Contadino internazionale ci viene l’indicazione e lo stimolo per il lavoro che ci attende: Globalizzare la lotta per Globalizzare la speranza perché l’altra agricoltura di cui abbiamo bisogno sarà il frutto di come sapremo allevare e lavorare la terra ma anche di come sapremo conquistare la Riforma che ci porti fuori dalla crisi imposta dal modello dominante agroalimentare della barbarie cosi come le lotte contadine negli anni ’50 seppero conquistare la Riforma Fondiaria portando il Paese fuori dal medioevo del latifondo.

Gianni Fabbris
(Altragricoltura-LiberiAgricoltori)

Art. 9 della Costituzione: ‘la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio’

Leggo con vivo interesse e condivido alcune affermazioni che uomini importanti del panorama storico-artistico hanno voluto condensare in un libro: “Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente”, pubblicato da Einaudi.

Quattro autori, tra cui Salvatore Settis, archeologo, già direttore della Normale di Pisa, presidente del consiglio scientifico del Louvre, mettono intelligentemente il dito sulle piaghe tormentose che dilaniano il nostro, un Paese ormai disastrato, moralmente e materialmente.

Racconta Salvatore Settis, con amara nostalgia, che ci fu in Italia un tempo in cui la direzione generale delle Antichità e belle arti del ministero della pubblica istruzione poteva essere affidata a un uomo come Ranuccio Bianchi Bandinelli, «massimo archeologo italiano del Novecento e vigile coscienza della cultura europea».

“La tutela delle bellezze naturali non può essere disgiunta da quella delle antichità e belle arti e deve essere sottoposta alla medesima regolamentazione legislativa” era il suo pensiero.

Sembra inimmaginabile un’idea così netta nella società dei consumi di oggi dove anche i beni culturali devono essere strumenti di «valorizzazione economica», dove, come documenta Paolo Maddalena, quei beni, violando la legge, sono diventati soltanto merce; dove trionfa la religione del privato; dove si costruisce senza vergogna, contro la volontà popolare, con l’avallo della Soprintendenza, dove i prestiti selvaggi di delicatissime opere d’arte sono la regola, esportate all’estero come gingilli, utili più che altro a funzionari per i loro traffici di potere.

L’articolo 9 della Costituzione in cui si dichiara: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» non nacque dal nulla.

Il dopoguerra fu un momento fervido di riscatto e di comune visione del mondo di uomini e donne di diverse fedi e culture, dai liberali di gran nome come Benedetto Croce e Luigi Einaudi, al socialista Pietro Nenni, ai comunisti Togliatti e Concetto Marchesi al democristiano Aldo Moro all’azionista Piero Calamandrei che ebbero un ruolo essenziale nella stesura della Carta (mi chiedo perchè non riprovare nella nostra terra quello ce fu un esperimento, se così lo vogliamo chiamare, riuscito).

Tomaso Montanari, altro autore del testo, spiega con chiarezza la sostanza dell’articolo 9: se la sovranità appartiene al popolo, com’è scritto nell’articolo 1, «anche il patrimonio storico e artistico appartiene al popolo. E la Repubblica tutela il patrimonio innanzitutto per rappresentare e celebrare il nuovo sovrano cui il patrimonio ora appartiene: il popolo».

Ma cos’è il patrimonio storico e artistico secondo gli autori del libro? «Non è la somma amministrativa dei musei, delle singole opere, dei monumenti, ma è una guaina continua che aderisce al paesaggio — cioè al territorio “della Nazione” — come la pelle alla carne di un corpo vivo».

Il libro imposta un’infinità di problemi: la funzione delle Soprintendenze: Montanari propone una sorta di magistratura del patrimonio indipendente dalla politica; il perenne conflitto tra lo Stato e le Regioni competenti in materia urbanistica (un errore fatale dei costituenti); il consumo del suolo: l’8,1 per cento della superficie nazionale è coperta da costruzioni, la media europea è del 4,3 per cento. Dopo ogni terremoto, alluvione, disastro si piange (non per molto).Chi deve provvedere, chi deve controllare i controllori? Lo Stato siamo noi, amava dire Calamandrei.

E Bianchi Bandinelli: «Noi siamo, davanti al mondo, i custodi del più grande patrimonio artistico, che appartiene, come fatto spirituale, alla civiltà del mondo».

Ce ne siamo dimenticati. Spaesati tra Imu e Iva.

In Basilicata, tre sono i potenti: il Re, il Papa e chi non ha niente!

“Tre sono i potenti: il Re, il Papa e il pezzente, ovvero chi non ha niente.”

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Spesso, questo detto lo senti dire, a conclusione di un fatto, nazionale o locale, politico o sociale, personale o generale, ed esprime la saggezza e l’animo delle persone della Basilicata.

I primi due, il Re e il Papa, sono il simbolo di Potenza di chi è al comando, mentre il terzo, il pezzente, è colui che non possedendo assolutamente nulla, non ha niente da perdere, di conseguenza è altrettanto potente. Spesso, il pezzente rappresenta quelli che riescono, con i loro comportamenti, a contestare, ad andare controcorrente o a non avere paura di trasgredire “le regole imposte” per comodità o per beneficio soltanto di alcuni, proprio perché non possiede nulla.

Il resto del popolo è la massa che, anche se ha studiato, non riesce ad avere una capacità critica o, se la possiede, non ha coraggio di esprimerla, perché non vuole contestare “il potere”, per paura di perdere quello che ha raggiunto (non mi riferisco solo ai beni materiali). Paura che, invece, il pezzente non ha e non potrà mai avere.

“Oggi, in Basilicata non abbiamo niente” – ad affermarlo autorevoli personalità della politica lucana e non un pezzente qualsiasi.

“Allora se non abbiamo niente siamo potenti?”

Secondo me, la strada per raggiungere la vetta è lunga e piena di difficoltà! Non basta non avere niente per essere potente. Anzi, in Basilicata si diventa un potente magnate solo con un’attenta pianificazione, con l’utilizzo razionale delle risorse e tenendo conto delle esigenze dei cittadini. Per diventare potente ci vuole qualcosa. Ma cosa?

“Facile,le trivelle!”

Le trivelle producono soldi. I soldi servono. È una questione di sopravvivenza. Con i soldi della valle riusciremo a mantenere l’intera regione. Con i soldi delle trivelle non ci arricchiremo di certo, ma riusciremo a coprire almeno i mancati trasferimenti dello Stato, uno dei tre potenti.

Questa comunità è stanca di subire e vuole essere lasciata in pace. Con quei soldi potremo pagare gli stipendi di noi tutti e non faremo, quindi, la fine di quel vecchietto che, anni fa, si appropriò in un market di Firenze di una sola scatoletta di tonno, perché aveva fame e che adesso non c’è più.

Si, non c’è più perché è morto.

Quando arrivò la polizia, chiamata dal responsabile del negozio, il cuore del vecchietto si arrestò per un infarto. Il vecchietto era povero, aveva tanta fame ma non pezzente. L’infarto gli fu causato dal dolore di aver perduto la dignità, sua unica ricchezza; un bene raro che i potenti non hanno. La povertà non è né naturale né inevitabile, ma è il risultato di decisioni. La povertà non è solo relativa alla mancanza di risorse, ma soprattutto ai comportamenti e alle scelte di chi detiene il potere.
Ma chi deve compiere le scelte: il Governo degli uomini o il governo delle leggi?
Di fronte alla classica dicotomia tra ‘il governo degli uomini’ e ‘il governo della legge’, intesa come fondamentale distinzione tra i modelli di regime politico, la via intrapresa dalla politica è stata soprattutto quella di cercare la soluzione al problema del miglior regime politico nell’ambito della prima possibilità.
Secondo il “governo dell’uomo”, il problema da risolvere, in questo momento, è la povertà. Non importa se dovrà rimetterci la dignità.
Credo che al fondo di tante riflessioni sulla governance, alle aspettative, alle delusioni, alle mistificazioni, alla retorica, a volte, il giurista legga il dilemma: governo delle leggi e governo degli uomini.

Già, il giurista! Un matematico, uomo di scienza e coscienza, invece semplificherebbe dicendo: “il governo delle leggi sta al governo degli uomini come il manuale di medicina sta al medico.”

In effetti, le istruzioni del manuale sono generiche, ma in assenza dell’esperto occorre affidarsi ad esse, pur essendo consapevoli della loro inadeguatezza.
Se volessimo tentare un difficile e certo discutibile raccordo tra il bene comune (rubo lo slogan agli smacchiatori) e impresa, direi che l’impresa negli ultimi anni ha dato troppo spazio al governo degli uomini, al capo-azienda, alla retorica dell’efficienza manageriale, con un’eclisse del governo della legge, delle norme, delle regole. E ciò in parallelo, ma le mie sono osservazioni grezze, con un mercato (e un’economia) che troppo spesso ha rotto l’equilibrio tra libertà e regole del gioco.
Nel far questo ci si è troppo spesso dimenticati dei limiti, ed anche dei pericoli, da sempre noti come insiti in tale tipo di soluzione del problema.
Con una certa dose di ingenuità si è così creduto che quei limiti e quei pericoli potessero essere scongiurati attribuendo ai rappresentati del popolo sovrano poteri che secondo i fautori del ‘governo della legge’ avrebbero ecceduto ogni reale possibilità di controllo.
Tale credenza è stata indubbiamente favorita dal declino della tradizione del diritto naturale, dall’affermarsi della convinzione che i limiti della legislazione potessero essere soltanto esogeni, e dall’attenuarsi della distinzione tra ‘legge’ e ‘provvedimento amministrativo’.
Non è sempre vero che un provvedimento amministrativo rispetti la legge. Resta la considerazione che sia povero e infecondo colui che scegliendo non ricorre alla memoria, mentre è arido e col fiato corto lo studioso senza consapevolezza della storia e del pensiero da cui viene!
“Io applico la legge dell’Articolo Quinto!”. Questo lo sappiamo. Ma l’articolo quinto non perdona. Posti di lavoro, soldi per tutti in cambio di un buco e di una fastidiosa trivella che durerà solo un anno. Già un anno!
Ma secondo alcuni “autorevoli” studiosi, la morte arriva in un secondo. Un attimo. E in quell’attimo prima puoi concederti al delirio dell’onnipotenza che ti farà sentire forte, anche solo per quel momento. Un bel riscatto no? Ma un anno sono 365 giorni, sono anche 8.760 ore che equivalgono a 525.600 minuti e che, in secondi, sono esattamente 31.536.000. Ciò vuol dire che sono milioni di attimi per sentirsi potenti. Ma i pozzi senza fondo non esistono, lo sanno tutti (o quasi), e quindi il delirio non potrà che durare solo qualche secondo! Posto che i potenti hanno «smarrito il nesso tra cultura e politica» e hanno lasciato la società «alla sua disgregazione», che cosa occorre fare? Forse avvicinarsi ai bisogni delle classi meno abbienti? Uscire dai salotti per scendere nelle strade? Mollare le cattedre e calarsi nei mercati di quartiere? Macché. Ecco il verbo di chi non ha niente. Occorre «superioritas». In effetti, Egli ha vinto le ultime elezioni con il 75% dei voti e gode del consenso dell’intero consiglio (o quasi). “…Quindi decido Io! Nel mio paese non c’è nessun dissenso, nessuna manifestazione. Tutti, o quasi, sono favorevoli alle mie scelte!”
Ma c’è sempre il problema del governo delle leggi, supposto che funzionino! In effetti, il problema è nella loro effettività. È un problema enorme, in parte interno e in parte esterno alle regole. È un problema di incentivi, anzitutto; di sopravvivenza (direbbe chi non ha niente) e qui possiamo essere ancora all’interno della norma. C’è una parte dell’enforcement che è norma stessa, non è un dopo. Ma c’è poi il problema dell’applicazione per il caso che la barriera preventiva dell’incentivo non abbia funzionato. Qui siamo di fronte a un problema più ampio; qui si innesta il discorso sul sistema della giustizia per l’impresa.
Come non prendere in seria considerazione, allora, l’amara constatazione di Hayek, economista e filosofo austriaco, del XX secolo, esponente storico del liberalismo, secondo il quale ovunque, e con mezzi legali, i governi hanno travalicato i poteri loro assegnati dalle costituzioni alla quale si richiamano, e secondo il quale risultato di ciò è stato che «il primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme costituzionali è evidentemente fallito»? Possiamo ancora evitare di sottoporre a critica l’interpretazione della democrazia come dottrina secondo la quale la maggioranza può legiferare su ogni materia particolare?
Del resto, i cuori delle masse hanno sempre desiderato riconoscere un’individualità che si facesse portavoce dei loro sogni. Quello che più profondamente colpisce, nel seguire l’andamento di quest’evoluzione, è che, da qualche decennio a questa parte, l’“eroismo” è scaduto a mero significante di furbizia (chi meglio si destreggia nelle maglie di un vischioso sistema impersonale è ‘eroe’!) o, all’opposto, di inettitudine (coloro che soccombono nella pratica, ma non si lasciano morire nell’anima). Lungi da noi l’intenzione di celebrare incondizionatamente il carisma individuale, vorremmo semplicemente restituire all'”eroe” il valore di un agire che, nel bene e nel male, ha inciso profondamente sul corpo sociale e sui sistemi politici: nel bene, come sopravvivenza resa alla collettività, nel male come impostura, finzione.
In Basilicata molti sono rimasti delusi dalle scelte incondizionate e unidirezionali della politica degli uomini, dei cosiddetti eroi. Nel frattempo a pagare è l’ambiente. Doveva portare ricchezza e lavoro. La regione nel frattempo è diventata la regione più povera d’Italia.
Non solo, quindi, giudicare la realtà, ma arrogarsi il diritto di decidere a priori per conto di chi guarda, ciò che può e deve essere “compiuto” e ciò che non può né deve esserlo.

Consapevoli delle nostre forze intellettuali, non sarà difficile squarciare “il velo di Maia” delle menzogne e degli inganni spesso subiti, ma altrettanto spesso cercati, come palliativi e analgesici della paura e dell’angoscia di vivere.
Anche la morte non è niente. È semplicemente un passaggio dall’altra parte, ma ti consente di sentirsi potente. Quel vecchietto, un secondo prima di morire, avrà pensato: Codardi, ce ne sono solo tre, ma più di tutti l’uomo del niente!

Se oggi Marcovaldo fosse qui…

Salvatore Santoro

Ho ritrovato un pò per caso questa citazione di Calvino che appartiene a un libro “Marcovaldo” scritto nel 1966. Ricordo di averlo letto alle medie e di averlo trovato buffo e sopratutto di aver provato tanta compassione per quel povero personaggio a cui ne succedono di ‘cotte e di crude‘ solo perchè mal sopporta la città che lo ospita (così perfettamente indossata da tutti gli altri suoi abitanti e così scomoda, invece, per il suo modo di essere), in continua ricerca di un suo habitat ideale all’interno di questo contesto ostile.

Una ricerca che quasi sempre si risolve nella costruzione di una dimensione virtuale e onirica, fatta di illusioni e di immagini faticosamente create dalla sua prospettiva mentale fanciullesca e forzatamente ottimistica, pronta a rinnovarsi dopo ogni collasso, che giunge inevitabile, al momento dello scontro con l’onnipresente realtà dei fatti.

Marcovaldo è, infatti, sempre alla ricerca disperata di piccoli stralci di natura in mezzo alle cortine cementizie della sua città, traendo una gioia fanciullesca dalla scoperta di un fungo, nell’aiuola spartitraffico della fermata del tram, oppure dall’avvistamento di stormi di uccelli nel fazzoletto di cielo che intravede fra i tetti.

A rileggerlo adesso mi accorgo che nelle disavventure con le quali il personaggio si trova a convivere il messaggio di Calvino non vuole affatto essere rassicurante: la critica alla “civiltà industriale” non si accompagna all’idealizzazione della vita in campagna o della natura e, dunque, non offre quella prospettiva come via salvifica.

La “salvezza” dell’uomo di città non sta dunque nella fuga dalla città. Non esistono strade facili per recuperare un nuovo rapporto con la essa ed è lo stesso Calvino a chiederselo: “Ma esiste ancora, la Natura? Quella che Marcovaldo trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.

Da quando Calvino sentiva la natura matrigna è inutile dire che la distanza tra città e campagna si è fortemente acuita e nonostante, ancora oggi, per vendere prodotti alimentari, ci si serve di immagini di un mondo rurale e agreste e nei supermercati molte confezioni presentano contadini e fattorie stile anni ’30, con palizzate di legno e bei prati verdi facendo leva su un immaginario bucolico, la realtà è ben diversa.

Viviamo in un’epoca in cui i bambini sono definiti “nativi digitali” ma che si sentono minacciati se trovano un insetto in casa, che non sopportano la sabbia tra le mani. Tutti noi mal sopportiamo qualsiasi odore la campagna ci restituisca: escrementi, sudore, erba marcia, etc. e nulla o pochissimo sappiamo di ciò che mangiano o arriva sulle nostre tavole. 

Per non parlare di quello che avvertiamo andando al supermercato: le stagioni non esistono più ed è possibile, ad esempio, acquistare tutto l’anno pomodori coltivati dall’altra parte del globo, raccolti ancora acerbi e fatti maturare con l’etilene che hanno l’aspetto del pomodoro ma lo sono solo in apparenza ossia ne rappresentano l’idea.

Nel reparto delle carni non si trovano più tagli con l’osso.

Viene volutamente celato il sipario tra noi e il luogo di provenienza dei cibi. Le industrie spesso non vogliono che si sappia la verità perchè se il consumatore la conoscesse non comprerebbe. Se seguissimo infatti a ritroso la filiera produttiva di queste confezioni di carne, sicuramente non troveremo certo una fattoria, ma una fabbrica dove gli animali vivono in piccole gabbie fortemente stressati e imbottiti di chissà quali porcherie.

La realtà è ben diversa da ciò che in genere si crede o da quello che vogliono farci credere.

Gli animali e i lavoratori vengono maltrattati e sfruttati. Gli alimenti sono diventati pericolosi e tutto ciò ci viene intenzionalmente nascosto. Esiste una ristretta cerchia di multinazionali che controlla l’intera produzione alimentare, dal seme al supermercato e che sta assumendo un crescente potere.

Non è solo una questione di cibo e di ambiente trasformato e non più naturale ma è a rischio anche la libertà di espressione e il diritto d’informazione.

Se Marcovaldo oggi fosse tra noi si accorgerebbe che non solo la città gli sarebbe ostile ma anche la natura e il mondo rurale. Non potrebbe più rifugiarcisi prendendo consapevolezza che l’abbondanza, il consumismo e la libertà di scelta sembra di vivere, sono solo fittizie. Si troverebbe a vivere un’illusione di diversità.

E’ inutile dire che le attuali crisi e il momento storico che stiamo vivendo rendono evidente la necessità di trasformazioni profonde. La natura è ancora una risorsa per tutti e dobbiamo riscoprirla per divenire migliori e preservarla godendocela come Salvatore Santoro fa quando la immortala nei suoi scatti.

clicca sulle foto per ingrandirle…

Se potessi avere mille euro al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità…

eniEra il 1981 quando in Val d’Agri fu realizzato il primo pozzo esplorativo dell’era “moderna”, dopo anni d’intense ricerche petrolifere sul territorio. Ma la corsa all’oro nero in regione è iniziata da quasi un secolo. Che ci fosse il petrolio si è sempre saputo. Il senatore a vita e più volte ministro della Repubblica, Emilio Colombo, raccontava che, mentre percorreva a dorso di mulo l’alta Val d’Agri per la campagna elettorale del 1946, i montanari con fare circospetto gli mostrarono una meraviglia nascosta presso Tramutola: “una ferita della terra da cui colava un olio scuro. Anni dopo, quand’ero sottosegretario all’Agricoltura, me ne ricordai e avvertii Mattei. L’Agip fece le sue ricerche ma non trovò nulla. Poi negli anni Ottanta lo trovarono, ma se n’è parlato poco”.
Furono quelli gli anni in cui la Basilicata scelse di legare il suo sviluppo al petrolio della Val d’Agri, attualmente il più grande giacimento petrolifero d’Europa su terraferma.
Proprio con i facili entusiasmi di allora, si arrivò a paragonare la Val d’Agri al Texas perché in questo splendido territorio per lo più protetto (Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese) alcune compagnie con in prima fila l’Eni, avevano scoperto e coltivato giacimenti di petrolio oscurando per buona parte di questo stesso arco temporale quanto l’ambiente incontaminato della valle, ricca d’acqua, di sorgenti, di paesaggi mozzafiato andava pagando in termini di compromissione delle risorse, di industrial pollution, di estinzione delle specie animali e vegetali, di declino della biodiversità e via dicendo, provocando inquinamento dell’acqua, della terra e dell’aria.

Da quel primo pozzo, ormai non più in produzione, tanti altri sono stati realizzati in lungo e largo per la valle, in aree protette, vicino a fiumi, dighe, sorgenti, aziende agricole, alberghi e centri abitati.
Quando fu scoperto il petrolio in Basilicata ci furono grandi festeggiamenti. Pareva che sulla regione dai due nomi fosse piovuta la manna dal cielo (e un po’ su tutto il nostro Paese…). La quantità di “oro nero” estratta non è un’enormità ma non è neanche poco: oltre l’80 per cento del greggio estratto in Italia e un po’ meno di un decimo del fabbisogno nazionale. Subito però iniziarono anche le polemiche da parte di chi vedeva nell’attività estrattiva solo gli aspetti negativi, principalmente di carattere ambientale, ma non solo (i campi di petrolio in pratica hanno danneggiato importanti attività agricole).
A Viggiano, in Basilicata, nel Centro Oli, dove la puzza perenne di zolfo viene avvertita a svariati km di distanza, mentre la notte è illuminata a giorno dalle fiamme fuoriuscenti dalla torre, alta fino a trenta metri, si consuma l’ennesimo delitto contro l’ambiente e contro le popolazioni della zona. E pensare che il centro oli ricade nell’area chiamata “Le Vigne” nota da sempre per le coltivazioni vitivinicole. Una volta le Vigne erano giardini, oggi sono distese incolte e cimiteri di viti estirpate. Quelli che una volta erano contadini dal cervello fino ora sono persone demotivate in attesa di ricevere una buona e convincente offerta per coltivare il sogno di diventare “petrolieri”. È tempo di trebbiatura del grano ed è un’ottima annata: si producono 30 quintali per ettaro, ma non bastano a coprire le spese vive, considerato che se si è fortunati si venderà a 18 euro al quintale. L’uva, quando si vende, costa 70 euro al quintale, olive un po’ meno, per non parlare delle aleatorie coltivazioni e quotazioni di ortaggi vari, che hanno mandato sul lastrico tantissimi imprenditori agricoli. E allora, come dargli torto? 2000 euro al mese per sole 12 ore di lavoro su un pozzo di petrolio in cambio della promessa di lasciare che i giardini diventino campi deserti. Del resto, quando li guadagnerebbero coltivando grano duro? Ma non è possibile che si dimentichi la vocazione di queste terre, di questi giardini.
L’area della Val d’Agri è da sempre caratterizzata da un’attività prevalente agricola. La sua economia, fino a qualche decennio fa basata prevalentemente sull’attività agricola e forestale, è oggi fortemente integrata e con un settore primario ancora strategico per gli scenari di sviluppo dell’area.
Nel bene o nel male negli ultimi anni la società valligiana è riuscita a sopravvivere senza miti sociali (ed è riuscita a farlo bene anche per molto tempo prima di tali anni).
Nel suo complesso è rimasta a tratti profondamente depressa dimostrando non in grado di generare, o solo di fare proprio, un “mitologema” creato da altri.
Nessuna idea, nessun progetto sociale, nessuna visione idealizzata del “futuro desiderato” per la Valle è riuscita a trasformarsi in un fattore in grado di generare un ottimismo sociale e personale sufficientemente massiccio con la volontà di partecipare al processo di sviluppo che vedeva coinvolta l’intera regione.
Attualmente, il mondo agricolo si sta allontanando molto dalla vita e dalla percezione dei giovani valligiani: il mestiere dell’agricoltore è poco conosciuto, e raramente viene preso in considerazione come opzione per il futuro. Eppure l’agricoltura è un’attività le cui ricadute si manifestano a livello ambientale, sociale, sanitario. E’ importante che i giovani riescano a interpretare la complessità del mondo in cui vivono, a riconoscere le connessioni tra sviluppo, salute, inquinamento ambientale, globalizzazione degli stili di vita, educazione alimentare, partendo da considerazioni su qualcosa che ci riguarda tutti molto da vicino: il consumo quotidiano di cibo.
La situazione agricola della valle mi preoccupa e non poco. Difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi anni. L’unica certezza che mi rimane è l’incertezza del domani!….
La scoperta del petrolio, nelle viscere di terreni argillosi, franosi, geologicamente instabili come quelli della Basilicata, avrebbe potuto rivelarsi la svolta vincente per arricchire la Regione o, piuttosto, rappresentare il rischio concreto di impoverirla ulteriormente.
Io che abito nella valle, Rockfeller e sceicchi, di ricchezza e sviluppo, dalle nostre parti, non se ne sono ancora visti. L’unico dato certo è che la valle si sta spopolando e la tanto auspicata crescita si fa attendere più del previsto. Chi aveva visto uno sviluppo legato esclusivamente al petrolio si deve ricredere: disoccupazione, indice di vecchiaia, indici socio-economici da terzo mondo dovrebbero essere dati “certi” sufficienti a rivedere la posizione iniziale.
Purtroppo, questo sono dati “certi” e che sta, di “certo”, segnando il destino della Val d’Agri!
La potenza economica dell’industria petrolifera è talmente grande, grazie ai suoi capitali e la manipolazione della politica e dell’informazione, che riesce a screditare e perfino ridicolizzare ogni forma di protesta e a smontare le posizioni avverse. Molto spesso l’industria petrolifera danneggia gravemente o distrugge le industrie del turismo e dell’agricoltura, ma l’arrogantissima industria petrolifera percepisce che tutto gli è dovuto, e non si cura affatto né si vuole responsabilizzare dei danni causati all’ambiente. I suoi “servi” economisti, ingegneri, giornalisti, politici, militari, tutti quanti prezzolati a dovere, sono pronti ad assecondarla servendosi del meccanismi della distrazione, del minimizzare, del negare l’evidenza lampante, dell’intimidire, dell’uccidere, anche solo psicologicamente mediante l’emarginazione dei contrari, coloro che si battono sulla base di dati “probabili”, non certi.
Certo è che continuando così, si ha la sensazione che ci siano pezzi di territorio senza futuro e, di conseguenza, pezzi di agricoltura senza futuro, e , soprattutto, pezzi di storia senza più futuro. Che fine faranno i piccoli comuni della Valle e delle aree interne della nostra regione che hanno fatto la storia di questa regione nei secoli scorsi?
Che fine ha fatto la questione agraria che si intrecciava e caratterizzava la più complessa questione meridionale?
Se è vero che estrarre petrolio è un sacrificio che ci viene richiesto dalla Nazione, un gesto patriottico, allora anche l’Italia dovrebbe farlo: salvare un settore in crisi, quello dell’agricoltura.
Se è vero che l’Italia è uno Stato democratico, dove uguaglianza e solidarietà civile sono alla base di una civiltà moderna di un paese avanzato, deve (o dovrebbe) tutelare la salute e i diritti di qualsiasi cittadino, sia del Sud che del Nord.
Ci chiediamo perché in Basilicata la democrazia e il diritto per tutti di curarsi o di studiare debba dipendere necessariamente dal petrolio, ovvero dalle royalties, mentre in altre regioni dove il petrolio non ce l’hanno, invece, è lo Stato a garantire tali diritti?
Se fossimo in un paese civile, di civile dovremmo fare una guerra, ma come ho più e più volte ripetuto, noi viviamo in una Nazione che non sa più, neanche cos’è il civile decoro.
Cosa rimane, nel dibattito odierno, delle lotte contadine, dei “cafoni” meridionali, della riforma agraria, dell’accesso alla terra? “si è fatto giorno”- scrisse mirabilmente Rocco Scotellaro, oltre sessant’anni fa, quando le condizioni dei contadini meridionali e lucani erano al limite della sopravvivenza. “Si è fatto di nuovo notte” – dovremmo scrivere oggi. Proprio perché si è spenta la luce sull’agricoltura lucana, settore vitale per tutta la regione.
Non si dica che questo è catastrofismo, questa è semplicemente la situazione catastrofica che noi stessi abbiamo creato. Questo è il catastrofico presente in cui noi (convinti e non) stiamo vivendo.
Mancando di dati certi, con altissima probabilità possiamo affermare che il petrolio non è infinito, quindi non può essere l’unica “certezza” a cui può far seguito un’inevitabile realtà economica: un’economia interamente ed esclusivamente basata sul petrolio non può crescere all’infinito. La mia convinzione resta quella che il petrolio è una risorsa solo di fronte al deserto. L’unica conclusione sensata a questo ragionamento è che dobbiamo cambiare e farlo in fretta. Non è più tempo per discussioni filosofiche, è tempo di prendere coscienza ed agire con risolutezza.
Non è un fatto personale, sotto questo aspetto non mi permetto di dare giudizi. È una questione di cultura politica, di prospettive, di credibilità e progettualità. Da quanti anni queste persone sono i protagonisti pubblici del nostro territorio e del futuro dei nostri giovani? Da quanti anni, sono loro a decidere in che direzione può e deve andare la Basilicata? I risultati quali sono stati? Mettendo da parte la macchina propagandistica pagata con i soldi pubblici da De Filippo e c., i dati veri documentati dai numeri, vedono la nostra regione sempre più povera, marginale e senza prospettive, senza, nemmeno, un disegno strategico che, almeno, ci farebbe sperare. Non c’è nulla. C’è il vuoto, ci sono solo promesse, proclami, annunci, clientele, favori, ricatti, scambi, sotterfugi, incarichi agli amici degli amici, dignità calpestate.
Purtroppo siamo costretti a convivere con un equilibrio di basso profilo generato dalla stessa debolezza del sistema, caratterizzato dalla logica delle cosiddette “convenienze relative”. Quali soggetti domineranno il nostro futuro? Gli intraprendenti o gli esigenti, i competenti o i raccomandati, gli onesti o i furbi, i meritevoli o gli anziani, i “certi” o i “probabili”?
Rocco Scotellaro commenterebbe: “ecco che uno si distrae al bivio, si perde. E chi gli dice “Prendi questa” e chi “Prendi quest’altra”. E uno resta là, stordito. Aspetta che le gambe si muovano da sole.
Io rilancio e aggiungo: Il petrolio non è compatibile con l’ambiente. O prendi l’uno o prendi l’altro. Devi scegliere, ma spesso sei costretto a scegliere il petrolio.
Ma se scegli il petrolio dovresti avere (o pretendere di avere) una contropartita sufficiente per risarcire le popolazioni che subiscono il danno.
Allora noi chiediamo 1000 euro al mese ad ogni contadino della Basilicata che accetta di rimanere per i prossimi 10 anni sul territorio come presidio permanente, che accetta di contribuire al ripristino ambientale, che si impegna ad azzerare il consumo di concimi, diserbanti e anticrittogamici chimici, che favorisce il ripopolamento di specie vegetali e animali in via di estinzione, che si impegna alla manutenzione di fossi e scoline, alla sistemazione di terreni acclivi, al fine di evitare frane ed erosioni.
Credo sia davvero ora di ritornare ad occuparci di loro. Noi pastori, figli di pastori, figli di contadini prima che imprenditori possiamo riprendere il cammino interrotto, la strada maestra, insieme e senza lotte clandestine, ma con intelligenza e connessione con il mondo.
Lo dobbiamo fare anche per difendere la professione più vecchia e importante al mondo, quella del contadino.

Se Peppone e Don Camillo si incontrano in un orto, che almeno si parlino!

peppone_doncamillo

Io, Giovanni e Rocco insieme a Marilena, Angela ed Eva (vicini di casa) abbiamo un orto dalle parti di casa nostra in Basilicata. Veramente la terra è di Giovanni, il lavoro è di Rocco e io ci metto la soddisfazione di vedere crescerlo e di godere del buon cibo che dà e la curiosità di testimoniare di che succede se Peppone (Rocco) e Don Camillo (Giovanni) si incontrano in un orto.

La cosa era nata qualche mese fa in cui mi era stato comunicato che, tutti insieme, avevamo deciso di avere un orto; Rocco (tanti anni di lavoro sindacale fra gli edili in Piemonte poi tornato, con Eva, preziossima e raffinata cuoca, a godersi la pensione e l’oliveto di famiglia che cresce con straordinario impegno e ottimi risultati), non pago decide di fare l’orto e va alla ricerca di un po’ di terra nelle vicinanze di casa. Lo chiede e lo ottiene in uso da Giovanni, compagno di cene e pranzi condivisi ogni tanto in allegria e serenità nelle case delle nostre tre famiglie.

L’orto, molto teoricamente, è condiviso ma in realtà io non ho tempo (per questo dedico a me stesso questo articolo nella rubrica “Braccia sottratte all’agricoltura” del Blog Perlaterra), Giovanni lavora come un matto con ancora meno tempo di me e, così, Rocco lo gestisce e lo lavora.

Oddio, non è proprio così: se è vero che io non ho tempo, Giovanni potrebbe dare una grossa mano visto che non è solo il proprietario della terra ma è un agricoltore da generazioni e, per dire la verità, ci ha provato ma ….. se lo facesse davvero finirebbe per litigare irrimediabilmente con Rocco, come in effetti sono stati sul punto di fare.

Per Giovanni, in effetti, lavorare quel pezzetto di terra (10 Are forse) sarebbe “come prendere un caffè” visto che possiede e lavora decine di Ettari di frutteti e di serre con impianti specializzatissimi (Kiwi, pesche, susine, albicocche, agrumi, ortive, frutta da serra, ecc..) e quando Rocco gli  ha chiesto l’uso di quel pezzetto si è messo subito a disposizione con entusiasmo pronto anche a dare una mano. E lì sono cominciati i guai.

Rocco è uno che con la terra ha un rapporto esistenziale, cura il suo uliveto e le sue piante da frutta come un giardino in una zona di storia contadina antica, dalle parti dei luoghi dove Carlo Levi (testimone del mondo del lavoro e della civiltà contadina con “Cristo si è fermato ad Eboli”) fu mandato in esilio. Qui, Rocco cresce piante e frutta sempre più difficili da trovare dalle nostre parti, ormai soppiantate da colture industriali: noci, pere e mele delle diverse varietà, fichi, melograni, cachi, uva autoctona ed ogni altro ben di Dio. Fa un olio straordinario dalle sue 1.500 piante coltivandole tutto l’anno con costanza e puntigliosità, raccogliendo le olive ed entro qualche ora portandole al frantoio dove, ogni volta, ingaggia col frantoiano una lotta furibonda per avere il lavoro “come lo vuole lui”. Finisce col vendere tutto l’olio prodotto a 11,5 Euro al litro mentre dalle nostre parti l’olio (prodotto generalmente con la logica del “tira e via”) si vende a 3,5/4 Euro. Rocco, insomma, fa l’agricoltore con passione e per scelta anche perchè si ritrova con l’oliveto ereditato dal papà contadino ed ha una pensione che, comunque, gli permette di andare avanti anche perchè con il poco olio che fa (per quanto pagato bene) non ce la farebbe.

Giovanni, anche lui figlio di agricoltori, è, invece, di quelli che hanno creduto che bisognava cambiare, smettere di fare i contadini e gli agricoltori per diventare “imprenditore agricolo” investendo capitali su idee nuove, scommettendo sulla promessa che la modernità nelle campagne avrebbe offerto straordinarie occasioni di benessere economico e sociale. E’ uno di quelli che forniscono merci ai commercianti ed alle piattaforme della GdO, prodotti e distribuiti con metodi sempre più standardizzati e industrializzati. Anche lui fa l’agricoltore in un luogo storico: a Policoro (l’antica e floridissima polìs greca di Heraclea) dove è nata la prima legislazione agraria che si conosca che disponeva regole sacre sull’uso della terra per i nuovi coloni greci. Sono passati 2.500 anni ed ora nel Metapontino si produce tantissimo con metodi spinti e industriali ma si raccolgono, soprattutto debiti. Giovanni è bravissimo a produrre in questo modo, riesce a fare prodotti per il mercato globale realizzando numeri e stock di resa straordinari …… ma senza riuscire a coprire i costi ed essendo costretto, così, a passare gran parte del suo tempo dietro le banche e le scadenze.

Ciò nonostante, Giovanni il tempo per dare una mano all’orto lo aveva trovato e, hanno quasi finito con il litigare.

Dopo qualche giorno che Rocco aveva iniziato a ripulire con grande impegno quel pezzo di terra destinato ad ospitare l’orto (mentre prima era stato usato per produrre fragole), una sera viene da me imbestialito e si sfoga davanti a un bicchiere di vino.

Le infestanti zappate e strappate con le mani, le lumachine che invadevano tutto, prese, messe in un sacco e portate in un campo incolto li vicino, la preparazione del terreno: il lavoro procedeva come Rocco voleva, fino a quando una mattina trova l’appezzamento completamente trattato con anticrittogamici che avevano “cancellato tutto”, infestanti, erba, lumachine, insetti ed ogni altra forma di vita. “Capisci?” mi dice stravolto e incazzato “Giovanni ha fatto il trattamento chimico fregandosene di come stavo procedendo io e del mio modo di lavorare! Ma se pensa di fare così, l’orto lo lascio. Mica ci possiamo mangiare quelle schifezze! Allora vado al supermercato, a che serve il nostro orto? Possibile che qui tutti abbiano dimenticato come si fa la roba buona?”.

Certo, sentir dire “il nostro orto” mi ha fatto sorridere ma mi ha fatto sentire comunque coinvolto nelle scelte di quel campo e mi sono offerto di “parlare con Giovanni” visto che Rocco era proprio incazzato fino a dirmi “dobbiamo trovare un altro posto dove fare l’orto”.

Non c’è stato bisogno: non c’ero quando si sono parlati e chiariti ma immagino la discussione. Alle rimostranze di Rocco, Giovanni avrà opposto mille ragioni. Avrà spiegato che il diserbo e la disinfestione fatti come li aveva fatti lui in 10 minuti gli avevano risparmiato giorni di lavoro e di seccature; che i tempi di decadenza delle sostanze chimiche usate erano tali per cui la traccia negli alimenti sarebbe stata quasi inesistente, ecc. ecc..

Sta di fatto che alla fine Rocco l’ha spuntata ed ora quel pezzo di terra con l’orto è “liberato” da prodotti chimici e metodi industriali con grande soddisfazione delle nostre tre famiglie, compresa quella di Giovanni.
Giovanni continua a gestire tutto il resto intorno “come deve fare uno che non ha tempo da perdere e che deve far quadrare i conti di un’azienda dai costi sempre maggiori e con un prezzo dei prodotti al campo sempre più basso” e guarda il tanto lavoro e la tanta cura che ci mette Rocco con sufficienza, pensando che comunque lui ha una pensione a casa che gli fa quadrare il bilancio; lo pensa abbozzando una smorfia  di ironia esattamente come i professionisti fanno con i dilettanti.
Certo a me fa impressione guardare l’orto contadino circondato dalle colture industriali. Mi fa impressione vedere i filari di pomodorini a grappolo tirati su con i sostegni ed i fili da Rocco maturare belli e turgidi e confrontarli con i filari poco distanti di Sammarzano piantati da Giovanni come si fa con le colture industriali ed ora tutti pieni di virosi nonostante i trattamenti e lasciati crescere a terra con una buona parte che sta marcendo.

Per non parlare dei fagiolini. Sotto le serre trattate con il metodo della nuova filosofia agricola vedo le piante crescere, tante, rigogliose, verdi, forti, senza infestanti …. ma senza fagiolini; nell’orto vedo una cinquantina di piante combattere con le infestanti, meno rigogliose ma con i fagiolini. Tanti fagiolini che ne ho già mangiato quest’anno e tanto buoni che non puoi che pensare e chiederti: che stiamo facendo?

Ci sarà un modo di produrre tenendo insieme il rispetto per la terra, i suoi tempi e i suoi cicli in maniera che non sia solo l’hobby di un testardo perditempo? Ci sarà modo di tornare a fare reddito dal lavoro agricolo garantendo cibo non solo ai pochi che hanno l’orto o che possono pagare tanto?
Se l’agricoltura come reparto all’aperto della produzione industriale ha fallito dopo che aveva promesso straordinarie occasioni di business per gli agricoltori perché in realtà produce distruzione di risorse, insicurezza alimentare, indebitamento per chi continua a farla, non è arrivato il momento di ripensare alla modernità nelle campagne ed alla funzione dell’agricoltore in modo da riempirla di valori sociali? E non dobbiamo fare in modo che produrre cibo di qualità sia la regola e non l’eccezione?
Mentre oggi, domenica, in famiglia stiamo per mangiare ancora una volta le verdure “del nostro orto” (melanzane al forno e pasta alla Norma), mi do la risposta ovvia: certo che si, a condizione di garantire il reddito a chi lavora la terra e non si ragioni solo in termini morali ed etici (pure importanti) ma di sistema. Siamo 60 milioni di abitanti che tutti i giorni devono mangiare e le aziende agricole produttive vere non superano le 400.000 (con buona pace dei numeri falsi della Coldiretti) e siamo in un mercato globale in cui il cibo italiano se e quando è associato a contenuti di sicurezza e qualità, potrebbe essere un grande valore aggiunto; non possiamo rassegnarci all’idea che la qualità e la sicurezza sia solo per chi può farsi l’orto o può pagare a caro prezzo. La Sovranità Alimentare, ovvero, insieme, il diritto a produrre per gli agricoltori e quello al cibo sicuro per tutti è la cornice dentro cui fare in modo che Giovanni e Rocco tornino a parlare la stessa lingua.

Buon appetito!

 

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