La strage di animali. L’Ue sotto accusa perché ha spinto l’uso dei pesticidi

tratto da Il Giornale (leggi articolo originale)

«Non sarà mica primavera questa? Dove sono le allodole e i pettirossi? Che fine ha fatto il cucù? Un deserto, ecco che cosa è diventata la nostra amata Côte-d’Or, un maledetto deserto», dice Joseph Abel, capo della locale Lega per la protezione degli uccelli.
Questa regione della Francia centrale è improvvisamente un simbolo per l’intero continente dopo l’uscita di un rapporto dei biologi della Sorbona associati al Museo di Scienze naturali di Parigi, secondo il quale un terzo degli uccelli di campagna sono spariti in 15 anni, oltre il 50 per cento dal 1980. In vaste zone della Côte-d’Or non esiste più una siepe, a perdita d’occhio non si vede una barriera di verde che delimiti una monocultura dall’altra, un oceano di messi come fosse l’Iowa; ogni tanto cambia solo la tonalità, dopo il mais arriva il grano, poi l’erba medica e quindi ricominciano le pannocchie. «Per restare in tema siamo il canarino nella miniera, quando muore vuol dire che il gas sta per esplodere – dice l’ornitologo: Questi dati sono un atto d’accusa contro l’americanizzazione dell’agricoltura europea». L’équipe parigina ha parlato di «catastrofe quasi irreparabile». E di una «seconda primavera silenziosa», riprendendo il titolo del celebre libro dell’ambientalista americana Rachel Carson, Silent Spring, che negli anni Sessanta prevedeva gli effetti tipo napalm del Ddt in agricoltura. «Le nostre campagne stanno diventando lande morte» dice al Giornale Benoit Fontaine, biologo della conservazione e co-autore dello studio. «Sono i numeri a parlare. Una dozzina di specie comuni, come la sterpazzola, l’ortolano e l’allodola si sono ridotti di un terzo, la pernice è praticamente estinta, la pispola, un migratore canterino, ha subito un calo del 70 per cento. In Borgogna, un tempo paradiso della biodiversità nel paesaggio francese, la popolazione dei rondoni si è ridotta dell’80 per cento, quella delle tortore dei buoi del 60. Il crollo si è verificato soprattutto negli ultimi tre anni».

Il principale colpevole della strage è l’uso massiccio dei pesticidi e insetticidi nelle monoculture a mais e grano. Il legame però non è diretto tra uccelli e sostanze chimiche, ma a ciò di cui i volatili si nutrono: gli insetti. I pesticidi, soprattutto i neonicotinoidi, li stanno sterminando e quindi gli uccelli perdono progressivamente la loro fonte di sostentamento primaria. Anche i granivori infatti imbeccano d’insetti i pulcini. Un trend che si estende al resto d’Europa, Italia compresa (vedi l’altro servizio), dove i moscerini sono calati dell’80 per cento e la popolazione ha perso oltre 400 milioni di esemplari negli ultimi 30 anni. Ma lo j’accuse parigino si fa politico nel momento in cui puntano il dito contro Bruxelles: «La colpa non è degli agricoltori, ma della politica agricola dell’Unione europea che spinge gli Stati a investire delle coltivazioni intensive e ad aumentare l’uso di pesticidi, erbicidi e fertilizzanti», dice Fontaine.

Solo in Francia negli ultimi sette anni l’uso di prodotti chimici è aumentato del 20 per cento. Stiamo parlando di circa 75mila tonnellate l’anno». Mentre il Midwest americano sta cercando d’invertire la rotta, addirittura mettendo in seria discussione l’Ogm, la politica agricola comune (Pac) anche se «dice di incoraggiare la sostenibilità, spinge invece sull’acceleratore della produzione intensiva a suon di chimica. Mettendo 22 milioni di agricoltori europei nelle mani di poche multinazionali dei pesticidi. Il picco delle perdite nella popolazione dei volatili campestri si è verificato dopo il 2009, quando Bruxelles ha messo fine all’obbligo della messa a riposo dei terreni, senza permettere la formazione di nicchie preziose di biodiversità, la crescita di vegetazione selvatica». Non pare infatti casuale che la débâcle dei volatili interessi tutti i 28 paesi della Ue: «Con il crollo dei regimi collettivistici dell’Est molte specie di uccelli di campagna avevano conosciuto un’immediata ripresa, ma appena i Paesi ex comunisti sono entrati nell’Unione le loro campagne sono state ridotte di nuovo al silenzio». Nell’Europa orientale delle 39 specie di uccelli di campagna 24 sono il declino, con un calo medio del 40 per cento. In tutta Europa accade che le specie di volatili cosiddette comuni, come merli, cinciarelle, colombacci, che si riproducono anche nelle aree urbane, sono complessivamente in crescita, mentre stanno scomparendo nelle campagne dedicate all’agricoltura intensiva.

«Volatili e insetti sono le sentinelle della biodiversità. Senza biodiversità è a rischio la nostra stessa sopravvivenza», dice Ivan Ramirez, a capo del Centro per la conservazione degli uccelli in Europa e Asia centrale. «I sussidi europei all’agricoltura intensiva stanno facendo terra bruciata. Siamo arrivati al 45 per cento della superficie europea dedicata alla monocultura di cereali. Sarà interessante verificare tra qualche anno gli effetti della Brexit nelle campagne inglesi, dove la popolazione degli uccelli è calata del 56 per cento dal 1980, quella delle farfalle del 70 per cento. Nel Regno Unito 40 specie su 57 lottano per la sopravvivenza». Secondo Ramirez l’Europa dovrebbe fare scuola nel mondo, difendere la varietà del paesaggio che le ha impresso identità e carattere nei millenni: «La varietà di vita in tutte le sue forme e interazioni è ricchezza, sviluppo, vuol dire denaro: la perdita di biodiversità per l’Europa significa rinunciare a una fetta di Pil, 450 miliardi di euro l’anno. Per chi vive in città è qualcosa da ammirare in televisione, ma l’aria che respiri, l’acqua che bevi e il cibo che mangi dipende solo dalla biodiversità. Senza gli insetti non mangiano gli uccelli, ma neanche gli uomini».

Dave Goulson dell’Università del Sussex parla di «Armageddon ecologico». Dice che gli insetti rappresentano i due terzi dell’intera vita sulla Terra perché da loro dipende l’impollinazione ma sono alla base della catena alimentare: «Soltanto in Germania gli insetti volanti sono ridotti a un terzo rispetto a 25 anni fa. Una biomassa che d’estate è calata dell’82 per cento. Ormai i parabrezza delle auto imbrattati nelle notte estive in Germania, ma non solo, sono un ricordo». Contemporaneamente, con una certa dose d’ipocrisia, Bruxelles lancia allarmi per la scomparsa degli impollinatori selvatici, le api soprattutto, da cui dipendono 15 miliardi di euro di produzione agricola ogni anno: «È tempo di agire», dice il commissario per l’Ambiente Karmenu Vella. «Se non lo facciamo noi, le nostre generazioni future pagheranno un prezzo molto alto». Dopo la diffusione del rapporto sull’ecatombe degli uccelli, il ministro francese per l’Ambiente, Nicolas Hulot, ha tenuto un drammatico ed applauditissimo discorso in Parlamento. «Vi chiedo un sussulto d’indignazione», ha detto, «stiamo assistendo a una tragedia, invisibile e silenziosa, ma devastante e vi chiedo di rendervene conto. Vi chiedo di indignarvi. Perché la responsabilità è nostra. Nelle prossime settimane presenterò un piano d’emergenza per difendere e aumentare lo stato della biodiversità in Francia, e vi chiedo di non abbandonarmi, ma di sostenere la mia battaglia».

Ridare alla primavera la sua colonna sonora, secondo Fontaine, è ancora possibile. «Gli agricoltori francesi si sono sentiti sotto accusa dopo la diffusione del nostro rapporto. Ma sbagliano. Loro non sono il problema, ma la soluzione. Sono i primi a soffrire per il degrado del loro ambiente, per la perdita di un patrimonio naturale e culturale inestimabile. Ma devono essere loro a rifiutare il sistema spingendo l’Unione europea a offrire delle alternative, a incentivare la biodiversità e non i veleni».

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