La “battaglia del grano” arriva in parlamento

tratto da Today (leggi articolo originale)

Da una parte gli artefici della rinascita del grano in Sardegna, che non vogliono vedere “ridotti in cenere” quasi tre decenni di duro lavoro. Dall’altra parte una società emiliana che ha partecipato semplicemente e regolarmente a un bando pubblico europeo. L’hanno già ribattezzata “la battaglia del grano”, ed è arrivata fino al parlamento. La materia del contendere è il grano Cappelli.

Che cos’è il grano Cappelli
La Senatore Cappelli o Cappelli è una cultivar di grano duro autunnale ottenuta dal genetista Nazareno Strampelli all’inizio del secolo scorso: varietà di frumento dalle caratteristiche eccezionali, caratterizzata da una spiga molto alta, tardivo e suscettibile all’allettamento, questo grano è ancora coltivato nelle regioni meridionali italiane per la produzione di pasta di qualità superiore e pane e pizza biologici; una nicchia interessante, un mercato in crescita. Per capire l’importanza di questa battaglia (e gli interessi economici in ballo) basta specificare che oggi il grano Cappelli copre l’80 per cento del mercato biologico. Ma per quasi mezzo secolo tale varietà di grano è stata snobbata da tanti produttori, caduta in disuso per fare spazio a varietà più produttive, sparita dal mercato perché “poco conveniente”.

Battaglia per l’esclusiva
La battaglia per l’esclusiva sul grano Cappelli ora vede anche un’interrogazione presentata al ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, dai deputati del gruppo Misto Manfred Schullian e Mauro Pili, per chiedere la revoca dell’autorizzazione a produrre quella tipologia di cereale anche in Emilia Romagna. “E’ semplicemente inaccettabile il tentativo maldestro di sottrarre alla Sardegna e ai produttori artefici della rinascita l’esclusiva produttiva del grano Cappelli. Si tratta di un atto grave di un ministero, che con le ramificazioni autorizzative insiste nel sottrarre alla Sardegna precise peculiarità produttive, recuperate in trent’anni anni di duro lavoro genetico”.

In Sardegna è iniziata la rinascita
Il Consorzio sardo grano Cappelli si è già mobilitato per difendersi da quella che ritiene un’ingiustizia. C’è chi, come Pili, arriva a parlare di un “atto coloniale inaccettabile, che viola le più elementari regole, e soprattutto ignora gli sforzi messi in campo dai produttori di grano Cappelli in Sardegna”. Una cosa è certa, riconosciuta da tutti gli esperti del settore: alcuni produttori dell’isola sono gli artefici della rinascita del grano grazie al lavoro genetico iniziato circa trent’anni fa da una azienda di Tuili, ai piedi dell’altopiano della Giara, diretta da Santino Accalai che ha coinvolto nel tempo nella filiera produttiva oltre cento aziende. Il Consorzio regionale ora è presieduto dalla figlia Laura, che lancia l’allarme. Infatti una società semenziera di Bologna, la Sis, si è aggiudicata il bando che le dà il diritto in esclusiva sulla varietà.

Un lungo lavoro di divulgazione
Procediamo con ordine. Il grano Cappelli non è un’esclusiva sarda, infatti è coltivato in tutta Italia. Ma è soprattutto grazie al lavoro fatto dalla Selet di Accalai, ditta sementiera con licenza di certificare tutti i semi di cereali o legumi, che il grano Cappelli, a lungo considerato poco conveniente dagli agricoltori, ha iniziato a dare una buona resa. Il lavoro di sviluppo e divulgazione Accalai lo fece a lungo senza un contratto col centro di ricerca che detiene i diritti sulle varietà, il Crea di Parma (Centro di ricerca per la cerealicoltura, vigilato dal governo). Poi nel 2007 è stato firmato un contratto di esclusiva con Selet.

“Scippati del lavoro di tanti anni”
Contratto scaduto l’anno scorso, e conseguente nuova manifestazione di interesse indetta: “Vi abbiamo preso parte anche noi della Selet – spiega ai giornali locali Laura Accalai -, abbiamo passato la prima fase, ma il secondo step prevedeva l’accettazione di un prezzo di royalties superiori di quasi il 500 per cento rispetto a quelle che pagavamo sino a quel momento”. Pretese finanziarie inaccettabili per la sementeria di Tuili. Poi all’improvviso “la notizia dell’operazione di recupero del vecchio grano Cappelli da parte di una ditta bolognese, la Sis, del gran lavoro che avrebbero fatto…”. Detto in parole povere: si sentono scippati di un lavoro portato avanti per decenni in Sardegna, quando nessuno credeva nel Cappelli. Negli ultimi anni c’è stato in tutta Italia un prepotente ritorno nelle semine dei grani nazionali antichi: sono stati soprattutto i giovani agricoltori a convincersi delle opportunità garantite dalla semina del buon grano

La replica: “Accuse in malafede”
Ma coloro che ora hanno in mano la certificazione non ci stanno a passare per “usurpatori”. È stato un bando nazionale ad assegnare la certificazione del Cappelli per i prossimi 15 anni alla Sis. “Per accusare la Società italiana sementi di voler instaurare un monopolio sui semi e sul cibo ci vuole molta fantasia o forse tanta malafede” dice il presidente della Sis e vicepresidente nazionale di Coldiretti, Mauro Tonello. Secondo Tonello, “per comprendere quanto è assurda l’accusa di monopolio basta ricordare che la Società Italia Sementi è di proprietà dei Consorzi Agrari d’Italia e quindi degli agricoltori italiani. Non è né un gruppo privato, né una società solo emiliana, ma opera a fianco degli agricoltori su tutto il territorio italiano, e già quest’anno il grano Cappelli è stato seminato dal Friuli alla Sicilia. Quella che viene messa sotto accusa – dichiara Tonello – è una delle poche operazioni di democrazia alimentare che coinvolge alla pari gli agricoltori e gli altri operatori della filiera, fino al consumatore”. Il presidente Sis ricorda che per ottenere l’assegnazione della riproduzione del seme Cappelli la società sementiera degli agricoltori “non ha fatto nessuno scippo, ma ha semplicemente partecipato a un bando pubblico europeo come se ne fanno tanti. In questo caso ha vinto, in altri ha perso. Però è strano che vengano messe sotto accusa proprio le regole di bandi che negli anni passati andavano bene a tutti e che invece non vanno più bene quando a vincere è una società degli agricoltori”.

Grano più seminato in Italia fino agli anni ’60
“Grazie all’ottimo lavoro del Crea, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia agraria – prosegue Tonello – abbiamo potuto contare su importanti partite del seme originale di Grano Cappelli che, ricordiamo, è stato il grano più seminato in Italia fino agli anni Sessanta: in pratica è stato il grano della rivoluzione alimentare. Noi contiamo, in linea con la sua tradizione e il suo valore, di ridare spazio al Cappelli in tutta Italia e non in una sola regione. Per fare questo possiamo già contare sulla collaborazione dei produttori e di tutta la filiera. Come società sementiera degli agricoltori – sottolinea il presidente di Sis – il nostro obiettivo è assicurare il reddito alle aziende agricole, evitando che il valore aggiunto vada solo a beneficio di altri”.

“Salvaguardare le aziende sarde”
“È opportuno che intervenga il Ministero per salvaguardare le aziende dell’isola” dice Andrea Vallascas, capogruppo M5s in Commissione Attivita’ produttive della Camera dei Deputati. “Sarebbe inaccettabile che i nostri agricoltori nonche’ il Consorzio sardo grano Cappelli venissero esclusi dalla filiera nazionale, dopo che la filiera e’ nata grazie proprio all’impulso e al lavoro ventennale degli operatori della Sardegna. Insomma, una beffa – aggiunge – visto che, quando hanno iniziato, vent’anni fa, il grano Cappelli non interessava a nessuno. Oggi, invece, dopo che si e’ creato un grande interesse per questa varieta’ di grano con grandi prospettive di sviluppo, soprattutto nel settore del bio, la Sardegna ha perso l’esclusiva. Il rischio – prosegue – e’ che si perda un patrimonio di competenze tecniche e gestionali con l’aggravante che i nostri operatori possano essere esclusi da un mercato che offre grandi prospettive”.

“Tutto in mano alla Sis”
Dal Consorzio sardo grano Cappelli non paiono intenzionati a mollare la presa. “Noi vogliamo capire – si chiedono su Facebook – perché la nostra realtà che ha rilanciato il grano duro Cappelli e ha lavorato per trent’anni su questa varietà venga esclusa in una maniera poco chiara, lasciando tutto in mano alla Sis che sostiene di voler rilanciare e valorizzare il Cappelli ma intanto ha lasciato il mercato senza prodotto, soli 360 quintali a discapito dei 12000 quintali certificati nel 2016”. “Non è corretto farci passare come una realtà non capace di soddisfare il mercato, ricordando che tutte le filiere nazionali sono con noi e tutte loro sono state bloccate. Questa finta valorizzazione deve far aprire gli occhi a tutti, e lo stesso Ministro Martina dovrebbe prendere una posizione per chiarire il tutto”.

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