Annunciata la partenza dell’Osservatorio del Paesaggio rurale


Invito a leggere l’articolo di Francesco Erbani su “La Repubblica” di oggi, che annuncia la partenza dell’Osservatorio del Paesaggio rurale del Ministero delle Politiche Agricole.

Uno strumento importante di analisi e di elaborazione di dati significativi per comprendere la natura e lo stato del nostro territorio, oltre che decisivo strumento di scelta e di valutazione selettiva dei paesaggi storici e agricoli italiani, utile nella pianificazione delle politiche di tutela e valorizzazione anche in chiave Politiche Agricole Europee.

Un’iniziativa che apre un’opportunità e una finestra per il nostro paesaggio agricolo, non solo dal punto di vista produttivo e di indirizzo verso la conservazione dell’identità storica, ma anche e soprattutto per prevenire i sempre più frequenti fenomeni di dissesto idrogeologico che affliggono gran parte del nostro territorio.

Qui il link all’articolo originale http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/02/18/cosa-rende-il-paesaggio-un-paesaggio-storico.html?ref=search

e di seguito il testo riprodotto

COSA RENDE IL PAESAGGIO UN PAESAGGIO STORICO

Nasce l’osservatorio del ministero delle Politiche agricole per difendere il territorio

FRANCESCO ERBANI

L’agricoltura prende in consegna il paesaggio. O, almeno, una sua parte consistente. Muove infatti i primi passi l’Osservatorio del paesaggio rurale, un organismo del ministero per le Politiche agricole che intende censire e poi salvaguardare e, semmai, recuperare, quelle porzioni di territorio che, nonostante le modifiche, conservano una serie di caratteristiche storiche, sia per l’assetto (i terrazzamenti della Costiera amalfitana o del Chianti, per esempio), sia per le pratiche di coltura (dall’uso di concimi naturali al mantenimento di diverse produzioni). L’obiettivo è di costruire un registro dei paesaggi storici, ognuno dei quali sarà certificato: questo marchio accompagnerà i prodotti, che potranno contare sulle loro qualità e anche sul valore che a essi si aggiunge perché provenienti da quel determinato paesaggio. Un paesaggio, però, che non va stravolto.

Bellezza e benessere, dunque. L’Osservatorio ha indetto una prima riunione un paio di settimane fa e per prima cosa sono stati definiti i criteri perché un paesaggio possa essere inserito nel registro. Criteri molto selettivi che coinvolgono Regioni e agricoltori. Con le Regioni, inoltre, è avviato un dibattito perché fra le voci che consentono agli agricoltori di ottenere gli incentivi della Pac (la politica agricola comuni-taria), che per il settennato 2014-2020 prevedono 21 miliardi di euro, c’è proprio la conservazione delle forme tradizionali di un paesaggio (prati e pascoli permanenti, per esempio, siepi e filari) e l’invito a non prediligere le monoculture, cioè le grandi estensioni con una sola coltivazione, che banalizzano i paesaggi rurali.

L’Osservatorio non parte da zero. Cinque anni fa è stato condotto uno studio che selezionava oltre un centinaio di paesaggi rurali storici, poi pubblicato da Laterza. Ha coordinato il lavoro Mauro Agnoletti, professore di agraria a Firenze e ora membro del comitato scientifico dell’Osservatorio (insieme, fra gli altri, a Giuseppe Barbera, agronomo palermitano, autore di molti libri, l’ultimo dei quali è

Conca d’oro, edito da Sellerio; e Tiziano Tempesta, economista agrario, fra i più attivi misuratori del consumo di suolo nel suo Veneto). Regione per regione sono stati individuati e schedati i paesaggi storici. Dai piemontesi Alpeggi della Raschera alle colline vitate tra Tarzo e Valdobbiadene in Veneto; dalle Biancane della Val d’Orcia in Toscana ai Piani di Castelluccio in Umbria; dagli orti arborati delle colline di Napoli ai pistacchieti di Bronte, in Sicilia. Ne venivano raccontate le caratteristiche, i tratti rimasti integri nei secoli e le trasformazioni intervenute. Di questi paesaggi venivano indicate anche le vulnerabilità, che ancora dipendono dall’incedere del cemento, ma anche dall’abbandono, dal prevalere delle sterpaglie o dalla diffusione dei boschi e dai sistemi di conduzione tipici dell’agricoltura industriale.

In cento anni, dal 1911 a oggi, calcola Agnoletti, la superficie agricola si è ridotta da circa 22 milioni di ettari a poco più di 12 milioni, mentre quella boschiva è cresciuta da 4 milioni e mezzo a 11 milioni. La diversità delle tessere paesaggistiche si è andata riducendo sensibilmente a vantaggio di paesaggi più omogenei, quelli fissati dall’agricoltura industriale. Ma l’abbandono, l’assenza di manutenzione e la scomparsa di alcune forme di assetto agricolo, come i terrazzamenti, è anche causa di dissesti. Secondo Agnoletti, l’85 per cento delle frane avviene in terreni una volta terrazzati e laddove la vegetazione prevalente è arbustiva o boschiva.

«Il paesaggio agrario», spiega Agnoletti, «non è paragonabile a un monumento per il quale discutere se sia lecito darlo in uso a un privato per farci degli eventi. È una parte di territorio che può mantenere il suo valore se è in grado di produrre cibo o anche di fare turismo mantenendo i caratteri storici, estetici ed ambientali». Entro il primo marzo di ogni anno, si legge nel decreto, il ministero e le Regioni raccolgono e trasmettono all’Osservatorio le candidature per l’inserimento nel registro. Ed entro il 15 settembre l’Osservatorio decide, a maggioranza, se i paesaggi proposti sono meritevoli di entrare nell’elenco «in base all’origine, al valore storico, allo stato di conservazione, alla ricchezza di diversità bio-culturale e alle qualità estetiche ». Basta perdere una o più caratteristiche, basta una manipolazione grave, neanche uno scempio, e dal registro, però, si può anche uscire.

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