Intervista a Tano Malannino, presidente nazionale di Altragricoltura

I contadini sanno che i loro problemi non si risolveranno fino a quando l’atteggiamento servile continuerà. E’ per questo che hanno deciso di prendere in mano le redini del loro destino. Non più, quindi, con il capo chino e il cappello in mano ad elemosinare vantaggi corporativi ma la richiesta unanime di trasformare profondamente il modo di concepire l’agricoltura e le regole che la sottendono. La rivoluzione come sempre parte dal basso e i contadini del sud sono in fermento. Invece di arrendersi a una crisi che li vorrebbe in ginocchio affrontano la realtà e si organizzano a livello nazionale per costituire, in ogni regione d’Italia, sedi sindacali gestite da loro. Continua quindi l’esperienza di Altragricoltura e il processo di consolidamento nazionale.

Ce ne parla, in questa intervista, il Presidente nazionale di Altragricoltura, Tano Malannino.

Come è iniziato Tano, il tuo percorso in Altragricoltura?

Il mio percorso è simile a quello di molti altri agricoltori che fanno parte della nostra organizzazione ed è iniziato grazie al coinvolgimento che il nostro coordinatore nazionale, Gianni Fabbris, ha saputo creare. Un giorno venne a trovarmi nel mio paese, Caltagirone.  Io, in quegli anni, non avevo ancora un’azienda agricola ma già da tempo lavoravo in agricoltura. Mi parlò di questo progetto che all’epoca non aveva ancora una struttura né si configurava di essere un organizzazione ma era più che altro un movimento politico-culturale e si rivolgeva ai contadini. Mi interessò questo approccio di Gianni perché lui ha questa capacità di parlare con chiunque e di tirare qualcosa di buono dai soggetti che incrocia.

Da allora quanto è stato fatto? Cosa è stato raggiunto e in cosa, invece, pensi siete ancora deboli?

Il percorso intrapreso è stato lungo e non senza difficoltà e molto ancora resta da fare. Tuttavia siamo convinti che la nostra forza è quella di parlare il linguaggio comune coinvolgendo molte forze attraverso le nostre mobilitazioni. Abbiamo condotto negli anni tante battaglie raggiungendo spesso traguardi importanti. Capacità sviluppate con forze inferiori a quelle delle grandi organizzazioni nazionali perché non siamo né la CIA, né la Coldiretti che avrebbero dovuto fare il lavoro che stiamo tentando di fare noi. La nostra nascita è scaturita, infatti, proprio dall’incapacità riscontrata in chi avrebbe dovuto fronteggiare e rappresentare le esigenze dei contadini ma che, anzi, ha contribuito ad incrementare il disastro in agricoltura. Nel notare questo abbiamo deciso di fondare Altragricoltura. Siamo consapevoli della nostra forza e del nostro valore aggiunto e ci siamo resi conto che per avere una rappresentanza costante anche quando le mobilitazioni terminano e i riflettori si spengono dobbiamo continuare ad essere presenti nei nostri territori attraverso una rete capillare di sedi che possano dare risposte alla nostra gente, offrendo un servizio continuo. Questo, è ovvio, prevede altri tempi, altre forze e altre figure; un ambito in cui in questi anni, non lo nego, abbiamo riscontrato difficoltà. A tal proposito, in questi giorni il nostro esecutivo si è riunito a Caserta per fare il punto e per indire, a fine mese, tutti i rappresentanti regionali, dal nord al sud d’Italia, per cercare di elaborare idee valide che possano, da qui ad un anno, contribuire a fare un notevole passo in avanti affinchè questo possa essere anche d’aiuto anche nella gestione delle vertenze.

Qual è la situazione in agricoltura oggi?

La situazione in agricoltura oggi è drammatica, destinata a un punto di non ritorno. Questo vuol dire che se non intervengono fattori che producono un’inversione di tendenza non ci saranno più aziende in Italia e in particolare nel meridione. Bisogna dire basta dire basta a prezzi alla produzione che scendono sempre di più sotto i costi produttivi minimi mentre i prezzi al consumo aumentano in maniera irresponsabile, bisogna frenare l’emorragia di scelte speculative che costringono le aziende agricole al debito e alle aste giudiziarie o che impediscono di sviluppare una modalità contadina del rapporto con la terra e il mercato. Ogni giorno cinquanta aziende italiane sono costrette a chiudere: finiscono le speranze, i posti di lavoro, le coltivazioni portate avanti con sapienza da generazioni di famiglie. Ma finisce anche la qualità del cibo, la diversità dei prodotti e i consumatori, costretti dai prezzi, vengono sempre più indirizzati verso la ghettizzazione del cibo industriale a basso costo, al cosiddetto cibo spazzatura o a pagare caro il cibo di qualità. L’agricoltura e l’alimentazione sono diritti fondamentali per tutti i popoli, sia in termini di produzione e disponibilità di quantità sufficienti di alimenti nutrienti e sicuri, sia in termini di caratterizzazione di comunità, culture e ambienti rurali e urbani salubri”. Diritti che, in realtà, vengono erosi dalle politiche economiche neoliberiste spinte con crescente enfasi dalle grandi potenze economiche come gli Stati Uniti e l’Unione Europea e dalle cosiddette istituzioni multilaterali con l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale. Un sistema fallimentare, quello della globalizzazione dei mercati agroalimentari che sta eliminando i fattori produttivi e a cui l’Italia è arrivata inseguendo i miti della modernità e della libera competizione sul mercato e che, oggi, ci lascia senza strumenti “democratici” per cercare di cambiare davvero garantendo i diritti di chi lavora la terra e di chi consuma il cibo. Così come si presenta il panorama agricolo oggi non c’è assolutamente nulla che possa far pensare che ci possa essere un domani per l’agricoltura eppure io sono fermamente convito che si possano verificare le condizioni perché si realizzi un’inversione di tendenza.

Quale potrebbe essere una delle possibili molle perché si attui quello che tu chiami ‘inversione di tendenza’?

Io penso alla ‘socializzazione del dramma’ che porterebbe ogni individuo a comprendere che questa grande disgregazione, queste difficoltà che vive in modo personale non siano poi così distanti dal quelle che vive il suo vicino di casa. Rendersi conto di far parte di un sistema comune darebbe certo più voce e più forza alle vertenze e alle mobilitazioni.

Sei protagonista in prima persona in un presidio che dura ormai da tre mesi a Vittoria e hai preso parte, insieme ad altri tre produttori agricoli, a un difficile sciopero della fame. A che punto siamo oggi in Sicilia?

Da tre mesi stiamo presidiando una piazza a Vittoria: piazza Calvario e abbiamo fatto un bel lavoro. Una cosa bella insomma! Penso non si sia mai vista una serra in pieno centro cittadino. Lo abbiamo fatto perché volevamo portare la nostra protesta tra la gente, coinvolgendola ai nostri problemi. Devo dire che ci abbiamo visto giusto. Abbiamo incontrato una grande partecipazione a più livelli. Ecco quindi, che la piazza è diventata un crocevia di gente, professioni, etnie e religioni diverse alle quali abbiamo parlato con linguaggi diversi delle nostre difficoltà. Con il cambio alla Regione Sicilia attraverso Crocetta e con la mobilitazione intelligente che abbiamo prodotto spero si possano sviluppare effetti interessanti. Certo la stanchezza inizia a farsi sentire e tre mesi sono sempre tanti per sperare di mantenere alta l’attenzione sulla nostra vertenza. Sono però fiducioso e continuo a credere che ci possa essere una possibilità per cambiare questo stato di cose e dare un futuro al nostro comparto e alla nostra gente forse perché questo mi fa anche sentire vivo.

Cosa ti aspetti dal futuro?

M’aspetto che molti degli atti che in questi mesi abbiamo prodotto trovino risposte concrete perché li abbiamo studiati e abbiamo capito che si possono trovare strade concrete da intraprendere.

E per Altragricoltura cosa ti aspetti?

Il futuro dipende da tanti fattori, in modo principale dalle risorse umane ed economiche. C’è bella qualità in Altragricoltura. Il 23 e il 24 Marzo ci sarà questo incontro nazionale. Io, il coordinatore nazionale Gianni Fabbris, i nostri referenti delle aree meridionali e il direttivo faremo proposte, lanceremo idee ma sentiremo anche dalla viva voce dei nostri interlocutori quali sono i loro progetti per il futuro, lo stato dell’arte delle vertenze in ambito regionale, capendo se c’è volontà a proseguire in questo percorso che abbiamo intrapreso. Qualunque cosa succederà io  personalmente continuerò su questa strada.

Lasciamo Tano Malannino al telefono mentre contatta i suoi che sono rimasti a Vittoria…la nuova agricoltura è soprattutto questa: vibrante partecipazione

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