‘Nuovi strumenti finanziari che aiutino l’agricoltura’. La richiesta di Altragricoltura.

da sx. Piras, Semerari, Fabbris, Malannino, Gabrielli, Marocci e Samela
da sx. Piras, Semerari, Fabbris, Malannino, Gabrielli, Marocci e Samela

Il primo giorno di seminario tenutosi a Terra Futura il 17 maggio 2013, nel padiglione di Fortezza da Basso, destinato alle buone pratiche, è stato dedicato al “Credito, Risparmio e Accesso alla Terra”.

Si è cercato di  far confluire esperienze diverse intorno ad un tema ormai fortemente sentito come quello dell’accesso al credito e alla terra per capire se a dieci anni di distanza sia possibile tracciare le buone pratiche che, per quanto diverse, si sono sviluppate nei territori a seconda dei soggetti, cercando di superare qualche limite di auto referenzialità.

Si è sentita l’esigenza infatti, di costituire un progetto nuovo che ponesse al centro del ragionamento la possibilità di trasformare un settore fortemente in crisi come quello agricolo attraverso l’individuazione di strumenti finanziari nuovi.

Premessa fondamentale è stata quella di ricordare che nelle campagne si sta vivendo una grande crisi che sta dentro una situazione economica ancora più ampia. E’ stato ricordato che l’abbandono delle campagne non porta solo a problemi inerenti il fabbisogno del cibo ma anche a una riduzione considerevole del lavoro. Il pensiero di Tano Malannino, presidente di Altragricoltura, è subito andato a quel padre di famiglia che pochi giorni fa a Vittoria si è dato fuoco per aver contratto un debito verso lo Stato di pochi migliaia di euro e che ha portato la sua casa alla vendita all’asta. “Bisogna tentare di impedire questi fatti. In questo periodo il diritto a produrre è negato, l’Europa è sempre più orientata a smantellare il sistema produttivo del nostro paese perché pur garantendo ai nostri cittadini che arrivi il cibo non si preoccupa di definire da quale posto questo cibo arrivi.”

L’accesso alla terra e alla finanza sono priorità del mondo agricolo alle quali si deve cercare di dare un profilo ben definito e un’inversione di tendenza.

I nostri agricoltori possono essere classificati in due grandi categorie: quella costituita dalle generazioni passate, ossia dai nostri padri e i nostri nonni, che hanno accumulato e acquistato la terra con l’idea del risparmio e coloro che l’hanno avuta in dono da quelli stessi padri che l’hanno conquistata misurandosi con un modello d’impresa agricola che ha a che fare con la competizione per cui per fare l’imprenditore agricolo,  secondo questo modello di competizione del mercato, si deve investire.

Investire in agricoltura vuol dire indebitamento! Perché l’agricoltore ha un capitale che è bloccato ed è la terra: un bene immateriale che per monetizzarlo è necessario investirlo andando in banca e contrarre debito. Se poi com’è accaduto le dinamiche del mercato portano a produrre perdita per 10 anni consecutivi è chiaro che l’indebitamento non è più un aspetto con il quale ci si può misurare sulla scala delle variabili nella condizione d’impresa.

Arturo Semerari, Presidente Nazionale Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), ha sottolineato l’esigenza di “un’azione  chiara, un progetto, un’idea sul senso di responsabilità chiedendo all’Europa di ridefinire con chiarezza i parametri, le azioni serie, i contenuti, le procedure, il sistema normativo degli aiuti di Stato.”

In una fase come questa ahimè in cui la liberalizzazione ha aperto le frontiere non vi è alcuna protezione realistica rispetto al mercato. Ed è chiaro che competere con altre produzioni determina una sconfitta perché i nostri prodotti costano.

Semerari ha illustrato, durante il suo intervento, le caratteristiche principali di ISMEA evidenziando che questo è un ente che fa capo al Ministero delle Politiche Agrarie e Forestali; un ente un po’ atipico che da molti anni non chiede soldi allo Stato tanto è che ne è uscito dal bilancio ed è l’unico ente non solo agricolo che si mantiene con risorse che già ha. Questo lo fa con fondi di rotazione. Arturo Semerari si è soffermato inoltre, su due aspetti particolari l’accesso alla terra e l’accesso al credito.

Per quanto riguarda l’accesso alla terra ISMEA, tra le varie attività, è l’ente di riordino fondiario e interviene con mutui trentennali per l’acquisto di aziende agricole. “Fino al 2011 l’abbiamo fatto per tutti gli imprenditori agricoli e a titolo principale per i coltivatori diretti. Dal 2012 lo possiamo fare solo per giovani imprenditori sotto i 40 anni al primo insediamento, questo per favorire l’ingresso delle giovani generazioni che vogliano entrare nel settore agricolo. Il fondo di rotazione si alimenta con le restituzioni degli agricoltori pertando quando gli agricoltori non pagano altri che lo vogliono diventare non possono accedere al credito.”

Nonostante questo Semerari ha sottolineato che ISMEA cerca di non avere un atteggiamento poco pressante verso le aziende in difficoltà tipo quella dell’amico sardo Piras utilizzando procedure di rilascio dopo 5/6 anni di morosità con la possibilità prima della sentenza di condanna dell’agricoltore di trovare dei meccanismi per poter rimodulare il mutuo. “Bisogna contattare ISMEA prima di arrivare a sentenza”, ha detto il presidente affinchè si possano trovare possibili risoluzioni al problema.

I dati sottoposti da Semerari derivanti dall’acquisto della terra da privati e la conseguente vendita si aggira intorno ai 100/ 120 milioni di euro l’anno. “Con il nuovo regime siamo molto preoccupati perché le tendenze si sono abbassate e oggi ruotano intorno ai 50 mln di euro. Ci sarebbero quindi risorse non utilizzate. La mancanza non è quindi di risorse economiche ma di domande”.

C’è stato poi l’intervento di Giovanni Samela, impegnato attivamente in questi mesi per la realizzazione in Basilicata della ‘Mutua rurale’. Per lui è importante chiedersi se oggi la nostra azione non deve essere sopratutto un’azione che tenti di dire alle istituzioni, alla politica, “che abbiamo urgente bisogno di un provvedimenti che blocchino, almeno per un determinato periodo, le esecuzioni.”

Samela ha evidenziato come oggi in quelle zone dove fino a qualche anno fa l’agricoltura era un settore forte si stanno avvertendo le maggiori criticità. Difficile pensare che l’intero settore italiano possa convertirsi a nuovi modelli in tempi brevi tuttavia è possibile iniziare a realizzare ‘esempi positivi’ che possano richiedere l’accesso al credito dato il bisogno di forme di investimento per riconvertire l’agricoltura facendola meno ‘ostaggio’ delle multinazionali e dove il controllo sia affidato agli agricoltori affinchè chi poi consuma i prodotti non debba preoccuparsi di una serie di controindicazioni per la sua salute.

“Non possiamo attardarci ulteriormente dobbiamo affrontare in qualche modo il tema del credito e della finanza.”

Gli strumenti  che ci sono in questo momento in Italia spesso sono mal utilizzati o poco usati, continua Samela. In Basilicata, ad esempio i primi insediamenti vengono finanziati dalla Regione ma sono spesi molto male perchè spesso il giovane agricoltore li usa come bonus per fare qualcosa che ha poco a che fare con il settore. Altra questione è poi quella dei fondi patteggiati con ISMEA da diverse regioni come Basilicata e Sicilia, e che di fatto non vengono utilizzati.

“Avremmo dovuto utilizzare quei soldi come garanzia per investimenti che hanno fatto le imprese con i vari PSR ma di fatto non sono utilizzati a causa del sistema bancario.”

Fra le nuove forme e i nuovi strumenti da mettere in campo c’è la mutua rurale, una cooperativa che abbia come obiettivo quello di aiutare i propri soci a fare investimenti e aiutarli nella loro azione di produttori. Fra le altre cose nella nuova governance 2014/2020 sta venendo avanti un pensiero forte, tra l’altro già sperimentato in una programmazione che è in fase terminale in paesi come Francia e Olanda, ossia l’uso di uno strumento mutualistico che varia a seconda delle normative esistenti nelle varie nazioni europee e per il quale gli agricoltori possono partecipare in maniera vera alla gestione della propria attività diventando soggetti abilitati ad avere una serie di strumenti come può essere, ad esempio, la gestione delle calamità naturali.

Il monito e di “trovare nuove modalità e nuovi strumenti per compensare queste perdite di denaro che in agricoltura sono abbastanza frequenti! Su questo dovremo pensarci su e fare uno sforzo per mettere in campo, sia a livello nazionale ma anche locale nelle singole regioni, tavoli di discussione. Solitamente su queste misure – continua Samela, molte delle regioni italiane non hanno voglia di scoprire o sperimentare. Molte volte gli strumenti messi in campo dalla UE preferiamo non utilizzarli pensando a strade più semplici piuttosto che utilizzare elementi di carattere strutturale.”

Le aziende agricole auto responsabilizzandosi possono iniziare a concepire una finanza diversa. Ci vuole quindi una forte assunzione di responsabilità da parte del mondo agricolo. “Forse per troppi  anni abbiamo pensato che tutto questo non ci riguardava considerandolo di gestione della controparte. Io credo invece che su questo noi dobbiamo assumere un protagonismo vero cercando di dotarci di quegli strumenti che fino ad ora non siamo riusciti a governare.”

Importante è stata poi la testimonianza prodotta da Nazzareno Gabrielli per la Fondazione Banca Popolare Etica. Egli ha parlato di come funziona questo istituto, controllato da Banca d’Italia e dalla Banca Centrale Europea realizzata ben 15 anni fa. La banca è espressione di un movimento nato dal basso con l’obiettivo di promuovere un istituto che portasse a conseguenze non economiche ma a proprie azioni. Gabrielli si è poi soffermato sulle funzioni di una banca dicendo che essa è un istituto intermediario finanziario che raccoglie e porta denaro. Nella misura in cui presta denaro di per sé può caratterizzare lo sviluppo economico di un territorio. Nella genesi di Banca Popolare Etica egli ha sottolineato che il discorso è per alcuni versi diverso.

Banca Popolare Etica è infatti una cooperativa: ci sono 40 mila soci in cui ogni socio al massimo può avere l’1% del capitale sociale della banca (max quote di 400 mila euro). I soci che hanno le quote maggiori hanno lo stesso peso di quelli che hanno 50 € di azioni.

E’ una banca che nasce dal basso e si preoccupa degli effetti economici. “Se concepiamo, dice Gabrielli, l’agricoltura non come il soggetto di una filiera che produce valore economico ma come un qualcosa che entra nell’essenza stessa dell’essere umano che lavora la terra, valorizza il territorio e lo rende utile e funzionale alla massa delle persone che lo abitano oppure lo consideriamo come una semplice modalità per produrre beni, Banca Etica è vicina a questo modo di pensare e di operare attraverso un certo tipo di procedure.”

La banca, ci ha spiegato Gabrielli, presta 5/ 600 mln di euro l’anno e di questo denaro ca. 50 mln li presta al mondo agricolo. Per ogni euro che l’istituto raccoglie dai suoi clienti mediante c/c bancari essa chiede agli investitori cosa vogliono finanziare. Le macro aree messe a disposizione dove canalizzare i loro investimenti sono 4:

–        ambiente;

–        cooperazione sociale;

–        cooperazione internazionale;

–        cultura e Sport.

 

Coloro che hanno scelto il settore ambiente sono stati spuinti dalla banca verso il rinnovabile, il risparmio energetico ossia procedure che migliorino le condizioni di vita dei cittadini e del pianeta. Obiettivo principale, quindi, “produrre crescita di qualità”.

Unico neo della banca è come ci dice anche Maurizio Mazzariol dell’AIAB Toscana, è non avere nel suo statuto come destinatario d’intervento l’agricoltura né ci sono, come conferma Gabrielli, rapporti con soggetti istituzionali verso questa direzione. Alcune operazioni sono state fatte solo nei confronti del biologico ma l’impegno preso da Gabrielli è stato quello di incrementare gli impegni verso il settore agricolo e già l’indomani, nell’assemblea dei soci che si sarebbe tenuta proprio a Terra Futura. Egli si sarebbe impegnato a portare la questione relativa alla costituzione della mutua rurale lucana proposta da Altragricoltura che ha chiesto la possibilità alla banca di partecipare con una sua quota.

Il valore aggiunto della banca secondo Gabrielli è quello di impegnarsi a indirizzare, fin dalla sua costituzione, le risorse che riesce a raccogliere verso impieghi sociali e ambientali. Tra i progetti quello di contribuire l’accesso al mondo del lavoro di categorie speciali e svantaggiate nonché aiutare l’imprenditoria recuperando quelle aziende e imprese che sono state confiscate alla criminalità organizzata.

Quindi due le direttrici verso le quali la Banca si orienta:

1)      valutare le tipologie di sviluppo che si possono avanzare,

2)      favorire l’accesso al credito.

“Ci piacerebbe stringere relazioni con soggetti finanziari e categorie del mondo dell’agricoltura che possano essere da un lato fruitori dei finanziamenti e dall’altro portatori di flussi finanziari che le attività generano verso la banca. Il settore agricolo infatti, genera flussi finanziari. Se questi vanno ovunque, non contribuiscono ad alimentare un circuito che generi ulteriori risorse per la crescita del loro settore. Quindi fare da plafond d’intervento per chiedere ai propri clienti o potenziali tali di scegliere come circuito Banca Etica al fine di far girare le proprie risorse. Non è importante solo il fabbisogno di credito verso il settore ma è fondamentale generare flussi che vadano nella direzione di favorire gli strumenti e influenzare la possibilità di dare credito a questo settore. Il circuito che si genera cresce e man mano che cresce genera risorse e continua a crescere ancora.”

Tra i dati forniti da Gabrielli è stato l’aumento del credito erogato da Banca Etica rispetto all’anno precedente: +17% rispetto all’andamento del sistema in perdita al -3%.

Ciò che è venuto fuori da questa discussione inoltre è che oggi non c’è nessun istituto bancario che opera in agricoltura. Ci sono solo istituti come ISMEA che indirizzano risorse economiche.

Tra i progetti e le realtà interessanti emerse durante il seminario c’è stata la testimonianza di Gianluca Marocci, co fondatore del GAT (Gruppo di acquisto terreni).

Si tratta di un gruppo che attraverso l’acquisto di quote di una società agricola a responsabilità limitata, agricoltori e in genere persone che hanno voglia o necessità di investire sulla terra entrano in sinergia.

L’acquisto collettivo di terreni da coltivare ha tre fondamentali obiettivi:

–        dare lavoro a giovani agricoltori;

–        ripartire i costi di gestione;

–        redistribuire gli utili fra i soci.

Un investimento etico ed ambientale e allo stesso tempo un investimento economico. I suoi obiettivi sono molteplici: difesa del valore dell’investimento; incremento patrimoniale, ricavo di eventuale reddito dalla produzione agricola, condivisione di valori e visione, produzione eco-compatibile, avvicinamento dell’agricoltura alla platea cittadina e disintermediazone tra produttore e consumatore (filiera corta).

Oltre ai soggetti indicati erano presenti al seminario rappresentanti di realtà agricole provenienti da altre regioni come l’imprenditore sardo Riccardo Piras e l’imprenditore lucano Leonardo Conte che hanno evidenziato come da un po’ di tempo a questa parte non riescono più a fare il loro lavoro di imprenditori agricoli a causa delle enormi difficoltà finanziarie che oramai mettono in ginocchio le loro aziende.

Nell’ultima giornata a Terra futura si prevede il lancio delle campagne sostenute da Altragricoltura.

 

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